Editoriali
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"Da Mosca, Demetrio Volcic"

La scomparsa, a 90 anni, avvenuta domenica scorsa di Volcic nella sua casa goriziana lascia un vuoto profondo nel giornalismo e nella cultura del nostro Paese.

Parole chiave: Demetrio Volcic (3)

Desidero esprimere a nome mio personale e della Chiesa di Gorizia i sentimenti più profondi di cristiana partecipazione al lutto della famiglia Volcic per la scomparsa del loro caro Demetrio.
Figlio illustre di queste terre di confine, ne ha sempre stato testimoniato i sentimenti più profondi quali la perseveranza, l’umiltà, lo spirito dell’incontro come esigenza di vita.
È stato uomo del dialogo e del superamento degli steccati ideologici e politici; convinto europeista si adoperò alacremente dopo il crollo della “Cortina di Ferro” per lo storico allargamento dell’Unione Europea ai Paesi dell’exblocco sovietico.
Da giornalista, saggista, docente universitario e politico non ha mai abbandonato quel suo stile semplice e sobrio che lo ha reso apprezzato e popolare; con lo stesso sorriso affrontava un’intervista al leader internazionale o uno scambio di battute con qualche passante lungo le vie della sua Gorizia, città dove ha vissuto e che ha amato profondamente.
“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio”: con le parole del Libro della Sapienza, ne affidiamo l’anima al Signore, chiedendoGli di accoglierlo nel suo Regno di luce e di donare alla cara moglie Edoarda, ai figli Alessandro e Camilla e a quanti hanno potuto di conoscerlo ed apprezzarlo quella consolazione che viene dalla fede in Cristo, morto e risorto.
Il suo ricordo resti in benedizione.
+ Carlo Roberto Maria Redaelli, Arcivescovo

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"Da Mosca, Demetrio Volcic". Quante volte abbiamo sentito lanciare con queste parole dallo studio Rai di Roma un servizio dalla capitale russa? E poi il video veniva riempito dal mezzobusto di Demetrio Volcic mentre alle sue spalle scorrevano le immagini di una telecamera fissa che inquadrava il Cremlino: il gesticolare delle sue mani, assieme al tono di voce, porgeva al telespettatore la notizia del giorno. Una notizia che non era mai semplicemente "data" ma "raccontata" perché chi stava a centinaia di chilometri di distanza ne potesse comprendere la genesi ma anche immaginarne le conseguenze nel proprio vissuto.
La scomparsa, a 90 anni, avvenuta domenica scorsa di Volcic nella sua casa goriziana lascia un vuoto profondo nel giornalismo e nella cultura del nostro Paese.
Da figlio di una famiglia triestino-goriziana di lingua e cultura slovena, trasferitasi a Lubiana per evitare le discriminazioni del regime fascista, aveva nel suo Dna l’anima mitteleuropea: il sentirsi parte di una terra dove davvero si percepisce (a saperlo e volerlo ascoltare) il respiro dei due polmoni dell’Europa, quello dell’occidente latino e dell’oriente slavo. Nell’esperienza politica, da senatore e parlamentare europeo, si era sempre distinto come uomo del dialogo ed era stato fra i più convinti assertori dell’allargamento dell’Unione ai Paesi dell’exblocco comunista nella convinzione che senza l’area balcanica il futuro di un’Europa davvero unita non potrà mai avere certezza e stabilità.
Praga, Berlino, Mosca sono stati i luoghi simbolo della sua ultratrentennale esperienza nella televisione italiana nel momento in cui la Storia aveva il proprio centro proprio in quelle città.
Il suo è stato un giornalismo mai irrigidito e capace di velarsi di una sottile ironia se questo poteva servire per far comprendere meglio uomini e vicende. In questo modo ha saputo raccontare con uno stile del tutto personale la Storia di un mondo dapprima segnato dalle divisioni fra i blocchi ideologici seguenti alla conclusione della seconda guerra mondiale e poi tanto veloce ad illudersi per le speranze provocate dalla caduta del muro di Berlino quanto pronto ad accorgersi che molte di queste sarebbero rimaste utopie.
Una comunicazione, la sua, resa "coi piedi per terra", usando un linguaggio sempre rispettoso ed evitando le notizie la cui fondatezza non era possibile controllare: elementi che ne fanno un riferimento per quanti, oggi come ieri, si sentono chiamati a vivere il Giornalismo non solo come una professione ma soprattutto come una vocazione nella testimonianza della verità.
Gorizia è stata la città dove ha scelto di vivere significativamente l’ultima parte della sua vita partecipando alla sua vita politica e culturale ma soprattutto vivendone la quotidianità, fino a quando gli è stato possibile, delle passeggiate lungo i corsi con l’immancabile pila di quotidiani sottobraccio, degli incontri con gli amici, della disponibilità a partecipare a dibattiti e confronti.
Nel momento in cui Nova Gorica e Gorizia si sono incamminate sulla strada che le porterà nel 2025 al centro dell’attenzione internazionale, la sua mancanza si farà ancora di più sentire nell’immaginare un percorso culturale non fatto solo di eventi fini a se stessi ma capace di mettere al centro un umanesimo davvero globale.

Mauro Ungaro

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