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Liberaci dal male

Rileggendo la preghiera insegnata  da Gesù è possibile affrontare gli interrogativi che nascono  dal nostro vissuto anche in un periodo come l’attuale /10

Liberaci dal male

Che cos’è il male? Da dove viene? Il male è il risultato della libertà umana. Nei confronti di un essere umano si possono sempre fare due scelte: accoglierlo e amarlo, oppure violarlo, strumentalizzarlo.
 Il "male fisico" è legato ad una condizione di malattia,  situazione non dipendente sempre e direttamente dalla volontà umana, nei cui confronti spesso si è impotenti. Se si  può tollerare il male fisico plausibile, come quello che riguarda l’ambito della vecchiaia, è meno accettabile quello che riguarda le sofferenze dei bambini.
Il terzo tipo di male è quello cosiddetto "metafisico", come un terremoto, un’alluvione. Qui può essere visto un intervento di Dio e  interpretarlo come una sua punizione verso una società degenerata.
Tale classifica tradizionale ne tralascia alcuni,  specifici della modernità o della post-modernità, come ad esempio la perdita del senso della vita. Con questo stato d’animo non si sa più perché si vive, Dio non esiste, le persone frequentemente tradiscono, non ci si può fidare di nessuno. Molti intellettuali nel ’900 hanno teorizzato il non senso esistenziale affermando che la vita è un caso fortuito, senza un prima e senza un dopo. Chi vive in questo modo soffre di una condizione di disagio, di angoscia più o meno latente, dalla quale non riesce a liberarsi.
Un altro male moderno è quello dell’inautenticità, ovverossia l’incapacità di essere se stessi, il dover sempre falsamente adeguarsi alle situazioni, il non potersi esprimere compiutamente. Si vivono così situazioni che presentano un modo di essere, uno stile di vita, una logica che non sono veramente, interiormente accettati e desiderati.
L’ultima richiesta, Ma liberaci dal male, va collegata con la precedente Non abbandonarci alla tentazione, oppure sono due petizioni diverse? Gli interpreti sono divisi tra le due possibilità. Da dove viene il male e poi quali aspetti può assumere? Solo nel Vangelo di Matteo viene riportata la parabola del grano e della zizzania. Nella comunità cristiana, ma anche nella società civile, si sperimenta la commistione esistenziale tra bene e male.
Espose loro un’altra parabola dicendo: "Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?". Ed egli rispose loro: "Un nemico ha fatto questo!". E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a raccoglierla?". "No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio"" (Mt 13, 24-30).
Quale origine ha la zizzania, immagine per parlare del male? La domanda: "Da dove viene la zizzania?" riceve una risposta di tipo metaforico: "Un nemico ha fatto questo!". La parabola non risponde quindi all’interrogativo. Assieme al grano buono, misteriosamente, cresce anche la zizzania. La tentazione dei servi,  quella di estirparla, viene rifiutata dal padrone. In realtà, le radici della zizzania, quando crescono, si annidano tra quelle del grano e quindi, togliendo la zizzania,  automaticamente, si eliminerebbe anche il grano. Il padrone, che si rivela saggio, sa che l’azione porterebbe alla perdita del raccolto. Applicando questa immagine al mondo reale, emerge con evidenza che i tentativi per creare luoghi e società in cui ci siano soltanto i puri e i pii, i giusti, sono irrealizzabili. In ogni situazione l’esperienza del male è presente. Qualsiasi tentativo umano per epurare, per purificare, non riuscirà.
Sarebbe inoltre facile pensare che questa esperienza del male si abbia solo all’interno della società civile, dove si incontrano logiche di prevaricazione e ingiustizia, ma non nella comunità cristiana, sede ideale di un ambiente diverso: ciò non è vero.
Ma, nel racconto, se il padrone ha seminato solo seme buono, come mai cresce l’erbaccia? Non è esauriente la risposta che individua l’origine del male in un "nemico". Chi è allora il nemico? Chi rappresenta? Nel vocabolario che fornisce un’interpretazione allegorica esso viene identificato con il diavolo (Mt 13, 39).
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: "Spiegaci la parabola della zizzania nel campo" Ed egli rispose: "Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti, allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!" (Mt 13, 36-43).
Questa identificazione con il diavolo risolve effettivamente il problema del male? L’interpretazione evangelica della parabola riflette il vissuto post-pasquale della Chiesa  dopo la morte e risurrezione di Gesù. È una delle tre classiche spiegazioni sull’origine del male. La prima la individua in Dio, che permetterebbe o addi-rittura opererebbe il male. Quando Israele tradisce l’alleanza, Dio reagisce con una punizione. Tale ipotesi antichissima nasce all’interno di una visione religiosa,  presente anche oggi, e  molto attestata nell’Antico Testamento. Quando accade qualcosa di male significa che Dio punisce il peccato commesso: il male come risultato della punizione divina. È questa una visione non specifica della tradizione biblica, ma attestata in quasi tutte le religioni.
Ma se Dio è Dio, perché compie il male? Si deve confessare che Dio ne è direttamente all’origine?
Geremia vive in una situazione storica piuttosto complessa e la sua esistenza sembra il riassunto della situazione politico-religiosa di Israele del suo tempo. Questo profeta ha avuto una vita complicata,  perseguitata.
Annunciatelo in Giuda, fatelo udire in Gerusalemme, suonate il corno nel paese, gridate a piena voce e dite: "Radunatevi ed entriamo nelle città fortificate". Alzate un segnale verso Sion; cercate rifugio, non indugiate, perché io faccio venire dal settentrione una sventura e una grande rovina. Il leone è balzato dalla sua boscaglia, il distruttore di nazioni si è messo in marcia, è uscito dalla sua dimora, per ridurre la tua terra a una desolazione: le tue città saranno distrutte, non vi rimarranno abitanti (Ger 4, 5-7).
Sebbene annunci un messaggio divino, il profeta preconizza la distruzione e poi la deportazione di Israele. Non ha alcun timore di presentare Dio all’origine di tutti questi mali, dicendo che se il popolo sta soffrendo vuol dire che Dio lo sta punendo per il male che ha commesso. Questa teologia, nel corso della storia, risulterà insostenibile.
Gesù ha messo letteralmente a soqquadro questa lettura non solo quando all’interrogativo dei discepoli sulla situazione del cieco nato: "Chi ha peccato lui o i suoi genitori?" risponde: "né lui ha peccato, né i suoi genitori" (Gv 9, 1-3), ma anche quando, pur innocente,  messo a morte, è stato visto come un punito da Dio e maledetto, come per i Giudei era una persona condannata alla crocifissione. Il crocifisso quindi mette in crisi in maniera radicale questa visione del male con l’idea di un Dio che punisce il peccatore. Sono le conclusioni cui era già giunto Giobbe quando, privato di tutto  ma consapevole di non aver peccato, subisce l’incessante vessazione dei suoi tre amici che affermavano proprio il contrario. Il percorso di Giobbe è consistito nello scoprire un Dio in cui credere, diverso da quello deuteronomista.
Una seconda ipotesi è quella che individua nel diavolo l’agente del male, acquisizione più recente nella teologia di Israele che, con l’esilio in Babilonia, si è confrontato con una visione religiosa diversa, basata su un sistema dualistico, con il dio del bene e il dio del male. La storia era vista come un’alternanza nella lotta tra le due divinità, visione che Israele, monoteista, giudicava come una bestemmia, un’idolatria. La preoccupazione dei capi giudei in esilio era di difendere il popolo dalla sua influenza. I derivati di questa visione dualistica invece furono considerati molto positivi: in essa infatti erano contemplate una schiera di angeli attorno al dio del bene e una di diavoli a quello del male. Le due divinità non combattevano direttamente, ma per interposta persona, attraverso i loro eserciti, quello degli angeli e quello dei diavoli. Per Israele era impossibile accettare il dualismo religioso per il dogma assolutamente irrinunciabile dell’unicità di Dio, che però non veniva sconfessato credendo agli angeli e ai diavoli. Ammettere l’esistenza dei due eserciti trascendenti non minacciava la fede monoteista.
Si comprendeva che non fosse più sostenibile la tesi che attribuiva a Dio l’origine del male, ora invece ambito di questi esseri negativi. Ma Israele aveva anche un altro problema, quello della deriva verso un monoteismo metafisico che aveva allontanato sempre di più Dio dall’essere umano e dalla storia. Gli "angeli" rappresentavano così il vettore divino per inviare i suoi messaggi, il mezzo attraverso cui Dio si poteva relazionare con la storia.
Il testo antico di 2 Samuele 24 è sicuramente pre-esilico e risale al tempo in cui Israele ancora non aveva una teologia sulla questione del male. In Israele il censimento era considerato un peccato, perché contava il numero dei soldati, inducendo a credere che le vittorie in battaglia fossero frutto della forza dell’esercito e non dell’aiuto divino.
L’ira del Signore si accese di nuovo contro Israele e incitò Davide contro il popolo in questo modo: "Su, fa’ il censimento d’Israele e di Giuda" (2 Sam 24, 1).
Davide viene istigato direttamente dall’ira di Dio, in un testo che è sicuramente post-esilico.
Satana insorse contro Israele e incitò Davide a censire Israele (1 Cr 21, 1).
Dopo l’esilio scompare l’ira di Dio come causa del censimento e al suo posto compare Satana. I due testi raccontano lo stesso episodio, in cui il protagonista compie la medesima azione: l’indizione del censimento. Tuttavia, la motivazione di questo peccato viene attribuito ad agenti diversi: prima l’ira di Dio e poi Satana. Questa figura oggi potrebbe ancora funzionare per risolvere il problema dell’esistenza del male, ma emerge una  questione, quella di Giobbe. Nel racconto introduttivo a questo libro  Satana si presenta da Dio per parlare di Giobbe, che è un ottimo credente: lo ama e lo adora, perché gli dà tutto. È ricco, pieno di figli, di campi e bestiame. È chiaro che Dio lo sta benedicendo. Il diavolo chiede a Dio di potergli infliggere qualche male per verificare il suo amore. Inizialmente Dio è esitante, ma poi lo lascia agire liberamente. Se non avesse avuto il suo permesso, Satana non avrebbe potuto agire. Dietro il "diavolo" c’è sempre Dio. Con questo sistema teologico in realtà non si è effettivamente risolto il problema dell’implicazione di Dio nel male.
La terza ipotesi interpretativa per risolvere il problema del male è quella del peccato originale. La visione apocalittica considera il mondo irrecuperabile a causa del primo peccato commesso all’inizio della storia dell’umanità. Eva e Adamo non obbediscono al comando di Dio, che aveva pronunciato: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete" (Gen 3, 3). Dopo la loro disobbedienza, per punizione, secondo questa interpretazione, Dio avrebbe deciso di distruggere la creazione, così come l’aveva ideata, e di plasmarne un’altra dove il male la fa da padrone. Dio avrebbe così creato un meraviglioso giardino e, dopo un peccato - che tra l’altro è di difficile identificazione perché il racconto è marcatamente simbolico - Adamo ed Eva sarebbero stati cacciati dal paradiso per finire in una terra desolata in cui tutti i mali - quello morale, quello fisico, quello metafisico - sono presenti.
Nell’interpretazione ebraica il racconto di Genesi 3 non viene ritenuto come il testo che teorizza il peccato originale. Questa concezione non nasce in ambito cristiano, né tanto meno biblico, ma nella cultura giudaica di tipo apocalittico, i cui libri non sono ritenuti rivelati né dal mondo ebraico, né da quello cristiano.
Nell’esegesi moderna si ritiene che questo sia un testo di influsso mitologico. Adamo ed Eva rappresentano ogni uomo e ogni donna che, se conducono la loro esistenza in modo negativo, possono perdere il bellissimo giardino della loro vita. Per risolvere il problema del male in rapporto a Dio, sant’Agostino, sulla base dell’apocalittica, individua nel testo il tema del "peccato originale". Le cose nel mondo vanno male perché, purtroppo, la creazione è soggetta al "peccato originale" i cui effetti sono irriducibili nella storia umana. La tradizione teologico-dogmatica, pur affermando il peccato originale, non lo identifica mai con quello di Adamo ed Eva.
Anche questa interpretazione pone un problema gigantesco. Dio inizialmente avrebbe voluto creare l’essere umano eterno in una creazione perfetta? Se avesse pensato di crearlo così, l’idea del giardino avrebbe potuto funzionare, perché quella sarebbe stata una condizione definitiva. Ma Dio non ha voluto crearlo così perché ha desiderato che l’uomo eserciti la libertà nei confronti della vita e di Dio stesso. È impossibile pensare che, quando il povero Adamo ha trasgredito, Dio possa aver deciso di cambiare completamente il progetto della creazione. Non è inoltre possibile che un uomo abbia compiuto un gesto tale da mandare in rovina tutta la storia umana per millenni e millenni. Che Dio è, quello che permette tale conseguenza negativa così irremovibile? L’immagine di questo Dio, che prima ha un piano e poi, per la stupidità di un rifiuto di obbedienza, cambia tutto, è assolutamente problematica.
Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando. Queste sono le origini del cielo e della terra, quando vennero creati (Gen 2, 1-4).
Nel primo racconto della creazione il momento che apre allo sviluppo storico è contraddistinto dallo shabbat. Dio dopo aver operato si riposa. La parola non vuol dire esattamente "riposo", ma significa "astensione", tanto è vero che il sabato, per derivazione etimologica, è il giorno dell’astensione da ogni azione per gli ebrei. Dio si astiene nei confronti della creazione dopo averle dato vita. Questa interpretazione va contro due grandi cliché teologici: l’onnipotenza di Dio e la sua paternità?
La qualifica dell’onnipotenza di Dio lo connota come interventista. L’immagine della paternità è immancabilmente coniugata con il tema della provvidenza. Se Dio è onnipotente è anche provvidente. La provvidenza non è un concetto biblico; non è attestata da nessuna parte nella Bibbia, mentre si annuncia invece la salvezza di Dio, il suo aiuto, la sua misericordia. La paternità divina non va nemmeno confusa con la provvidenza. Certamente Dio è onnipotente, altrimenti non sarebbe Dio. Comunemente si ritiene che Dio onnipotente e per giunta padre può e deve fare tutto per risolvere i problemi umani. Si deve però distinguere tra la sua onnipotenza e il fatto che intenda agire nella storia umana costantemente in modo onnipotente. Emerge un grosso fraintendimento per quanto riguarda il rapporto tra l’onnipotenza di Dio e il suo atteggiamento nei confronti del cosmo. Per creare un alibi all’intervento frequente di Dio nella nostra storia umana sono stati escogitati la provvidenza e i miracoli. Ma se c’è la provvidenza e Dio è incline al miracolo, come spiegare Auschwitz? Questo evento rappresenta il male nella sua massima espressione, che sebbene non sia metafisico, ha la presunzione di esserlo. Ma è invece solamente il frutto dell’ingiustizia e della perversione umana.
Lo shabbat è l’atto di restringimento di Dio che, pur rimanendo onnipotente, lascia lo spazio all’azione umana all’interno della vicenda storica. Questo discorso va di pari passo con il tema della paternità divina. Nel racconto lucano del padre misericordioso e dei due figli, il primo lascia che il secondogenito faccia la sua esperienza di vita, sia responsabile di se stesso e addirittura sbagli. Questo è lo stile della paternità divina, che lascia esprimere con libertà la  vita di ognuno.
Invece di accanirsi sul tema del peccato è meglio soffermarsi sulla dimensione della fragilità che riguarda reciprocamente sia il creato che l’essere umano. Concludendo: Dio ha voluto questa creazione fragile grazie alla quale l’essere umano può esercitare la sua libertà mentre Dio si ritira da ogni forma di protagonismo e presenzialismo. Esiste solo la creatura fragile e ciò che si può fare, stando alla prospettiva di Gesù, è essere in sintonia con la logica del Padre Nostro secondo cui la petizione: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori porta ad accogliere la fragilità altrui.
Pregare: Liberaci dal male significa chiedere al Signore di affrancarci da schemi troppo utilitaristici, con i quali si giudica la vita in termini di convenienza puramente umana. La vera liberazione è assumere un criterio interpretativo di tipo cristologico o pasquale, per cui dalla morte fuoriesce la vita. È un dato di fede che da un male possa nascere un bene. È un dato di fede che Dio sicuramente liberi dal male, ma non secondo gli schemi umani, bensì in base alla sua volontà. Accogliendo per fede la forza di Dio si risorge dai propri sepolcri, dalle proprie tombe, dalle situazioni di negatività.

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