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Giorgio La Pira e la pace: pensiero e azione

Martedì 12 luglio, l’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, ha presieduto nella basilica di Aquileia la solenne concelebrazione eucaristica nella solennità dei Santi martiri aquileiesi, Ermagora, vescovo, e Fortunato, diacono, patroni dell’Arcidiocesi di Gorizia e della regione. In precedenza, mons. Betori, aveva tenuto una Lectio magistralis di cui pubblichiamo di seguito il testo sul tema "Giorgio La Pira e la pace: pensiero e azione".

Parole chiave: cardinal Giuseppe Betori (1), patroni (19), Ermagora e Fortunato (3)
Giorgio La Pira e la pace:  pensiero e azione

In questi ultimi anni abbiamo visto tante immagini di città colpite dalla guerra o dalla violenza. Da mesi ormai giungono i video e le foto di Mariupol e delle altre città martiri dell’Ucraina. Prima ci sono state le bombe che cadevano su Aleppo, e prima ancora quelle su Baghdad. Poco più di vent’anni fa, New York è stata ferita dagli aerei che hanno abbattuto le Torri Gemelle. E non dimentichiamo l’assedio di Sarajevo. Le guerre ormai non si combattono nelle trincee, come accadeva nella Prima Guerra Mondiale, quando qui ad Aquileia fu ampliato il cimitero per far posto ai corpi dei soldati morti sul fronte.
Oggi l’atrocità dei conflitti colpisce direttamente le città e le popolazioni inermi.
Forse è anche per questo, oltre che ovviamente per la minaccia costituita dalla armi atomiche, che la concezione della guerra, nell’ultimo secolo, è profondamente cambiata. Scriveva Umberto Eco nel 1991: «Il mondo di oggi guarda alla guerra con occhi diversi da quelli con cui poteva guardarvi a inizio secolo, e se qualcuno parlasse oggi della bellezza della guerra come sola igiene del mondo, non entrerebbe nella storia della letteratura ma in quella della psichiatria. È accaduto della guerra quello che è accaduto del delitto d’onore o della legge del taglione: non è che nessuno li pratichi più, è che la comunità li giudica un male, mentre un tempo li giudicava un bene»1.
Ne avevano espressa consapevolezza, prima ancora, i Padri del Concilio Vaticano II. Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes troviamo scritto: «Il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l’orrore e l’atrocità della guerra. […] Tutte queste cose ci obbligano a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova» (n. 80).
Nel percorso attraverso il quale questa “mentalità nuova” si è andata formando un ruolo importante lo ha avuto Giorgio La Pira, attraverso iniziative e gesti profetici, ma anche con una significativa profondità di pensiero.
L’azione del “sindaco santo” di Firenze per la pace si dispiegherà soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, attraverso l’organizzazione di numerose occasioni di incontro e dialogo tra i popoli. Eventi ai quali ci siamo ispirati quando, a febbraio di quest’anno, si sono riuniti a Firenze, in un duplice appuntamento, i vescovi del Mediterraneo, su iniziativa della C.E.I., e i sindaci della stessa area geografica, invitati dal Comune di Firenze. Oggi come all’epoca di La Pira, abbiamo sperimentato le fatiche e le difficoltà del dialogo, ma anche la necessità di costruire ponti per far incontrare sensibilità, culture, religioni diverse.
L’impegno di La Pira per la pace del mondo si concretizzò anzitutto con i cinque “Convegni per la pace e la civiltà cristiana” (1952-1956), con cui volle reagire al dominante materialismo, storico ed economico, riaffermando che solo il riconoscimento della dimensione spirituale poteva dare fondamento a quella fraternità umana da cui nascono i valori della bellezza, della concordia, della giustizia sociale e della pace. All’interno di questa esperienza si colloca la scoperta da parte di La Pira del legame religioso tra cristianesimo, ebraismo e islam, e della loro missione di essere benedizione per tutti i popoli della terra, in quanto testimoni della paternità di Dio e della fraternità tra gli uomini.
E mentre si susseguivano i “Convegni per la pace e la civiltà cristiana” ecco che nel 1955 La Pira propone un altro motivo di incontro, fondato sulla distinzione tra Stato e città. È il “Convegno dei sindaci delle città capitali del mondo”, in cui le ragioni della pace vengono per così dire sottratte al confronto del potere armato degli Stati e affidate alle attese delle città e dei loro abitanti.
Unire le città per unire i popoli e il mondo.
Come affermerà nel 1967: «Se l’unità delle nazioni non è ancora possibile… noi pensiamo che sia possibile l’unità delle città, il loro collegamento organico attraverso l’intero pianeta…: costruire un sistema di ponti che si estenda in tutto il mondo e che realizzi, a livello delle città, l’unità di tutti i popoli…»2.
In questo contesto di pensieri e iniziative si colloca il progetto di riunire sindaci, uomini di fede e di cultura diverse provenienti da tutte le aree del Mediterraneo. L’idea, confessò in un discorso nel 1973, non era sua, in quanto l’ispiratore ne era stato il re del Marocco Muhammad V: «“I problemi mediterranei sono solidali e necessitano di una soluzione unica, solidale; chiami tutti i popoli mediterranei a Firenze e li faccia unire e pacificare a Firenze” mi disse nel 1957 Maometto V sul piazzale Michelangelo, guardando con occhio contemplativo e quasi profetico la bellezza liberatrice, pacificante ed unitiva di Firenze. Accettammo arditamente l’invito e lanciammo la rete!»3.
Fin dall’inizio La Pira ha chiaro che non si trattava solo di affrontare i problemi comuni di quest’area del pianeta, ma di rilanciare da Firenze il «messaggio divino ed umano di cui tutti i popoli del Mediterraneo sono in qualche maniera portatori per tutti i popoli del mondo». Attraverso un’analogia con il lago che bagna la Galilea, lo Yam Kinneret tanto spesso citato nei testi biblici, La Pira attribuisce una vocazione e una missione storica comune «ai popoli e alle nazioni che vivono sulle rive di questo misterioso lago di Tiberiade allargato che è il Mediterraneo»4.
Una missione che si costituisce di tre elementi: la componente religiosa che unisce le tre fedi monoteiste, ebrei, cristiani, musulmani: la “famiglia di Abramo”; la componente intellettuale, artistica, metafisica, filosofica, che affonda le radici nel pensiero greco e in quello arabo; la componente giuridica e politica, che nasce dal diritto romano.continua da pagina 5
È questa dunque l’eredità divina e umana, religiosa e civile, che i popoli del Mediterraneo ganno il compito di custodire. Un’eredità da cui nasce una ben precisa idea di uomo e di fratellanza universale: l’attenzione per la dignità di ogni essere umano, soprattutto dei più fragili e indifesi; la spinta verso il dialogo e l’incontro fra i popoli; la cura del creato come “casa comune”; la promozione della pace nel mondo.
Per usare ancora le parole di La Pira, «l’uomo mediterraneo, la civiltà mediterranea, la spiritualità e la cultura mediterranee, che nel corso dei secoli si sono radicate lungo le rive di questo grande lago di Tiberiade, hanno ancora oggi (ed avranno ancora domani, nel corso dei secoli che verranno) una funzione permanente da svolgere per l’edificazione della storia nuova del mondo»5.
Azione e pensiero si intrecciano negli anni dei convegni fiorentini.
Ma guardando agli scritti che ha lasciato il venerabile Giorgio La Pira troviamo dure parole di condanna della guerra già nel 1939. Di fronte alle avvisaglie di quella che diventerà la Seconda Guerra Mondiale, sulla sua rivista Principi (che poi sarà fatta chiudere dal regime fascista) l’allora giovane professore di Diritto Romano critica le guerre di conquista richiamandosi ai grandi pensatori del passato (sant’Agostino, san Tommaso) e alla teoria cattolica della “guerra giusta”: l’unica guerra ammissibile è quella fatta per difendersi da un aggressore, o per liberarsi da un tiranno.
L’uso della forza, anche in questi casi, deve comunque essere limitato e proporzionato all’obiettivo da raggiungere.
Ma è ancora valida, si chiede il giovane La Pira, questa dottrina? Chi può assicurare, con le armi sempre più potenti a disposizione, che l’uso della forza sia limitato e proporzionato?.
 «Se nel secolo V, nel XIII e nel XVI – scrive – la dottrina cattolica riconosceva con tanta estrema cautela la possibilità di guerre giuste, si pensi alla vera impossibilità in cui essa si troverebbe oggi a legittimare un conflitto dal quale non potrebbe derivare che una sola cosa: la distruzione della civiltà umana e cristiana»6.
Nel Natale del 1944 papa Pio XII affermava: «Un dovere, del resto, obbliga tutti, un dovere che non tollera alcun ritardo, alcun differimento, alcuna esitazione, alcuna tergiversazione: di fare cioè tutto quanto possibile per proscrivere e bandire una volta per sempre la guerra di aggressione come soluzione legittima delle controversie internazionali e come strumento di aspirazioni nazionali»7.
Parole che sembrano anticipare quelle scritte pochi anni dopo nell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana, in cui si afferma che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Dagli Atti dell’Assemblea Costituente traspare quanto sia stato importante il contributo che proprio Giorgio La Pira ha dato nell’elaborazione di quel testo al quale anche papa Francesco ha fatto riferimento nell’Angelus del 27 febbraio scorso, invocando la pace in Ucraina.
Un altro papa, Benedetto XV, nel 1917 aveva scritto ai “capi dei popoli belligeranti” esprimendo la speranza di veder cessare «questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage».
Nel cercare le radici del pensiero lapiriano sulla guerra, possiamo leggere anche la parole di un’altra alta figura della Chiesa fiorentina, il suo pastore di quegli anni, anch’egli proclamato venerabile. Il cardinale Elia Dalla Costa era arrivato da Padova a Firenze nel 1931.
Uomo di fede, pastore di grande sapienza biblica e – in questi giorni di guerra vale la pena ricordarlo in modo particolare – uomo di pace, riconosciuto dallo Stato di Israele “Giusto tra le nazioni” per la sua vastissima opera di soccorso agli ebrei minacciati dalle deportazioni verso i campi di concentramento e la Shoah. Durante la Prima guerra mondiale era arciprete di Schio, ai piedi del Monte Pasubio, dove passava la linea del fronte da cui giungevano i rumori sinistri dei combattimenti. Quando, nel 1939, scoppia la Seconda guerra mondiale, Dalla Costa sa cosa aspetta il mondo. Cinque anni dopo, a guerra finita, si esprimerà così: «Io credo che nessuno di voi ha pregato più fervidamente di me perché all’Italia fosse risparmiata tanta sciagura. Io avevo veduto gli orrori della guerra 1914-1918; avevo sperimentato il flagello delle incursioni; avevo veduto i tedeschi minaccianti di invadere il suolo della patria dalle cime del monte Novegno; avevo misurato i sospiri, avevo contato le lacrime dei miei parrocchiani profughi, avevo raccolto il pianto di tante vedove, il gemito di tanti orfani (…); sapevo che cosa è la guerra; pregai perché non ne fosse travolta l’Italia»8.
Elia Dalla Costa sapeva cos’è la guerra. E per questo amava la pace. Ecco le sue parole, in una Lettera pastorale del 1944: «Al mondo non mancano i letterati, i filosofi, i poeti, i teologi, gli economisti, gli statisti, ma il mondo non trova il genio che gli dia la pace. E i diplomatici di tutte le nazioni pensano, parlano, operano, viaggiano, come essi pretendono e affermano, per dare al mondo la pace e non vi riescono unicamente perché hanno dimenticato o non hanno mai saputo che la pace non viene dall’inganno, dalla menzogna, dalla frode, dal tra dimento, che la pace non viene dalla spada, dal fucile, dalle bombe, dai carri armati, dai siluri, ma viene unicamente dalla giustizia. Veri fabbricatori di pace creati dalla parola di Gesù: beati i pacifici, li ebbe la chiesa nei suoi santi»9.
Non c’è dubbio che su questi temi ci fosse una profonda comunanza di idee e sentimenti tra il cardinale Elia Dalla Costa e Giorgio La Pira, tra il vescovo e il sindaco, il cui legame spirituale e umano è ben conosciuto. Dalla Costa prefigurava, parlando a una Firenze che portava evidenti le ferite dei bombardamenti e degli scontri a fuoco, quella che poi La Pira chiamerà “la strada di Isaia”. Ne parlerà in molti discorsi, esorterà a percorrerla re e capi di stato. Ai giovani, in un convegno internazionale, nel 1964, la illustra così: «Strada di Isaia: cioè non solo la strada del disarmo (e, perciò, della cessazione delle guerre e della genesi della pace universale) ma altresì strada della fioritura della civiltà: della conversione delle spese per gli armamenti che distruggono, in spese per aratri che seminano e falci che mietono! Astronavi invece di missili.
Spese per la fioritura della terra e della civiltà. Piani mondiali per sradicare ovunque la fame, la disoccupazione e la miseria; per sradicare l’ignoranza; per combattere ovunque la malattia e prolungare la vita; per sradicare ovunque la schiavitù e la tirannia».
Di questa “strada di Isaia” La Pira aveva già parlato nel 1959 nel suo discorso al Cremlino, invitato a Mosca, allora capitale dell’Unione Sovietica. Un viaggio che aveva fatto discutere: era il primo politico occidentale che, in piena guerra fredda, si spingeva oltre la “cortina di ferro” che separava Oriente e Occidente.
Lui parlò con coraggio, esercitando quella parresia che lo contraddistingueva: «Dunque, signori del Soviet Supremo, il nostro comune programma costruttivo, il nostro disegno architettonico, dev’essere questo: dare ai popoli la pace, costruire case, fecondare i campi, aprire le officine, scuole, ospedali, far fiorire le arti e i giardini, ricostruire e aprire dovunque le chiese e le cattedrali. Perché la pace deve essere costruita a più piani, ad ogni livello della realtà umana: livello economico, sociale, politico, culturale, religioso. Soltanto così il nostro ponte di pace fra Oriente e Occidente diventerà incrollabile. E così lavoreremo per il più grande ideale storico della nostra epoca, un pacifico tempo di avvento umano e cristiano!»10.
La guerra, dicevamo all’inizio, oggi non si svolge più nelle trincee ma colpisce e distrugge le città. Il 18 aprile del 1954, la Croce Rossa Internazionale organizzò a Ginevra un incontro sul problema delle città minacciate dai bombardamenti aerei.
Davanti a un’assemblea di esperti convenuti da tutto il mondo, La Pira spiegò che le città «hanno una vita propria: hanno un loro proprio essere misterioso e profondo: hanno un loro volto: hanno, per così dire, una loro anima e un loro destino: non sono cumuli occasionali di pietre: sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose abitazioni di Dio».
Un patrimonio che le generazioni presenti hanno ricevuto in eredità dalla storia. «È mai pensabile – si chiede La Pira – che questa reale “ricchezza delle nazioni”, che queste essenziali strutture della civiltà umana – strutture nelle quali trovano espressione i valori storici e creativi dell’uomo e, in un certo senso, gli stessi valori storici e creativi di Dio – possano essere radicalmente eliminate dalla faccia della terra? Eppure la possibilità di questo sradicamento totale delle città umane dalla faccia della terra è ormai inequivocabilmente dimostrata: poche bombe all’idrogeno lanciate sopra pochi punti del globo possono ridurre la terra a un deserto».
Di fronte a questa incombente minaccia, La Pira assume le vesti di avvocato difensore delle città, nei confronti del tremendo potere che gli Stati hanno sopra di esse. E la sua “arringa” finale è uno dei passi più belli mai scritti contro ogni guerra: «La mia dolce, misurata e armoniosa Firenze, creata insieme dall’uomo e da Dio, per essere come città sul monte, luce e consolazione sulle strade degli uomini, non vuole essere uccisa! Questa medesima volontà di vita affermano, con Firenze, tutte le città della terra: città, ripeto, capitali e non capitali; grandi e piccole; storiche e non storiche; artistiche e non artistiche: tutte! Esse proclamano unanimi il loro inviolabile diritto all’esistenza: nessuno ha il diritto, per qualsivoglia ragione, di ucciderle»11.
È un grido che oggi si alza dalle città ucraine. Ma anche da tanti altri luoghi nel mondo travolti da quella “guerra mondiale a pezzi” che ci ha insegnato a vedere papa Francesco. L’invocazione che ancora oggi possiamo rivolgere ai “capi dei popoli belligeranti” può essere quella che Giorgio La Pira lanciava in suo articolo dal titolo significativo: Abbattere i muri e costruire i ponti.
Erano parole che avevano come riferimento il conflitto israeliano-palestinese, ma che sono valide per qualsiasi situazione bellica. «Perché – scriveva La Pira – non dare al mondo presente una prova del grande fatto che specifica l’attuale età storica: del fatto, cioè, che la guerra anche “locale” non risolve, ma aggrava i problemi umani; che essa è ormai uno strumento per sempre finito: e che solo l’accordo, il negoziato, l’edificazione comune, l’azione e la missione comune per l’elevazione comune di tutti i popoli, sono gli strumenti che la Provvidenza pone nelle mani degli uomini per costruire una storia nuova e una civiltà nuova?»12.
Al ripudio della guerra si accompagna un altro aspetto.
Nel Radiomessaggio di Natale del 1944 già ricordato, papa Pio XII auspicava «la formazione di un organo per il mantenimento della pace, organo investito per comune consenso di suprema autorità, e il cui ufficio dovrebbe essere anche quello di soffocare in germe qualsiasi minaccia di aggressione isolata o collettiva».
È lo spirito con cui l’Articolo 11 della nostra Costituzione prosegue: l’Italia «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
In un mondo globalizzato, in cui appare evidente l’interdipendenza economica, energetica, non solo tra Paesi ma tra continenti, comprendiamo quanto sarebbe importante il ruolo di organismi sovranazionali che avessero l’autorità e i mezzi per intervenire come forza pacificatrice nelle controverse internazionali. Organismi di cui invece notiamo, purtroppo, la debolezza e l’inadeguatezza.
Oggi non vediamo, purtroppo, un termine a questa situazione.
Ancora oggi dobbiamo ripetere, con le parole di Gaudium et spes, che «la guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione» (n. 79). Ma vogliamo ancora affidarci a Giorgio La Pira e al suo sguardo profetico, che vedeva sotto le acque agitate del suo tempo, scorrere le correnti che porteranno verso l’approdo finale della pace e dell’unità della famiglia umana.
Queste le parole di speranza che il “sindaco santo”, ormai gravato dalla malattia, nel 1976, affidò a un’intervista al quotidiano Il Popolo: «Lei sa che il movimento delle acque dei mari obbedisce a leggi precise. Alla superficie, le acque ci appaiono agitate, ci suggeriscono l’immagine del caos, di un divenire caotico, in balia di forze incontrollabili, ma nel profondo vi sono potenti e misteriose correnti che governano il moto delle acque. Anche nel profondo della storia umana, così agitata nella superficie, vi sono delle grandi e misteriose correnti che trascinano in un senso ben preciso: verso l’unità e la pace. Bisogna saperle individuare».
Le misteriose correnti che conducono la storia sono per La Pira quelle spirituali. E tutto il suo pensiero e il suo agire per la pace è mosso da una profonda convinzione del primato dello spirito e dell’azione dello Spirito di Dio nella storia. Ne sono testimonianza alcuni fogli della fine degli anni Cinquanta, un appunto manoscritto redatto in vista della stesura di un libro in cui il sindaco volveva mostrare le radici eucaristiche della sua azione per la città di Firenze, fogli recentemente rinvenuti nelle sue carte e pubblicati con il titolo che avrebbe dovuto avere quel volume: In aedificationem corporis Christi.
In questa pagine troviamo le parole che pongo a conclusione di questo mio intervento, offrendole come chiave di lettura dell’intera opera di Giogio La Pira per la pace: «Una ipotesi di lavoro: se Cristo è il centro della storia e il centro della città, della civiltà, delle nazioni, degli stati non si può non edificare che sopra di lui (casa fondata sulla roccia) (pietra d’angolo). Una città che non ha questo fondamento è destinata a sicura rovina (... si scires!) Ma in concreto che significa Cristo centro della città e sua pietra d’angolo, suo fondamento? Dove è Cristo? Dove si trova – visibilmente – questo centro unificatore, questa pietra d’angolo, questa roccia? Dove è questa lampada che illumina la città (et lucerna ejus est Agnus)? Come, concretamente, fare il collegamento organico fra Cristo e la città e tutti gli ordini e gli elementi di cui la città consta (e le nazioni e lo Stato e le civiltà)? La “scoperta” dell’Eucaristia proprio come la pietra d’angolo in cui si edifica la città, come la roccia su cui si edifica la città, come la luce di cui la città si illumina in tutti i suoi ordini ed elementi, come la causa esemplare da cui trae unità, bellezza, amore e pace la città umana»13.
Giuseppe card. Betori
Arcivescovo di Firenze

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