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Una notizia che nasce anche dalle lacrime

"La brutalità del conflitto ucraino è che è andato a colpire i nostri vicini di casa, una peculiarità che coinvolge,  perché sono storie di persone che hai conosciuto, sono storie di mamme, di bambini". Intervista a Maria Chiara Biagioni, redattrice dell’agenzia di stampa SIR

Parole chiave: Maria Chiara Biagioni (1)
Una notizia che nasce anche dalle lacrime

Il conflitto tra Ucraina e Russia sta concentrando su di sé l’attenzione a livello internazionale, anche e soprattutto dal punto di vista mediatico.
Tra i tanti giornalisti il susseguirsi degli eventi bellici è seguito in maniera diretta anche dalla collega Maria Chiara Biagioni, redattrice per l’agenzia di stampa SIR - Servizi Informativi Religiosi, organo informativo della CEI.
L’abbiamo contattata e con lei abbiamo cercato di comprendere non solo quali siano le peculiarità di questo conflitto che, forse più di altri, viene vissuto molto sui social, ma anche come avvenga oggi la gestione delle fonti in momenti così concitati e con una tale abbondanza di informazioni. Non da ultimo abbiamo cercato di dare uno sguardo sui possibili nuovi scenari.

Maria Chiara, che peculiarità si riscontrano in questo conflitto, anche dal punto di vista della comunicazione?
Ciò che mi ha colpito di questa terribile situazione è che il 24 febbraio, quando è iniziata l’invasione russa in territorio ucraino, da un giorno all’altro la vita di milioni di persone, la vita delle città, è completamente cambiata. Kyiv, Charkiv, Mariupol, Odessa, erano città completamente europee, poli economici all’avanguardia, centri universitari conosciuti in tutto il mondo. L’Ucraina è a tutti gli effetti un Paese profondamente europeo, che si identifica fortemente nei valori europei e che conduceva una vita con standard europei. Dal 24 febbraio questa vita che è come la nostra, questa gente che vive con standard pari ai nostri si è ritrovata di fronte alla brutalità e all’orrore delle bombe, degli attacchi a terra, dei missili, delle macerie, di vite completamente spezzate.
I primi giorni devo dire che sono stati forti, arrivavano foto di queste persone che trovavano rifugio nelle metropolitane: era come se i nostri vicini di casa stessero improvvisamente affrontando la realtà della guerra e tanto improvvisamente la guerra è entrata non solo nelle case degli ucraini ma nel cuore dell’Europa.
Questa è la differenza rispetto agli altri conflitti - anche se ciò non toglie che tutti i conflitti sono brutti, brutali -: la brutalità del conflitto ucraino è che è andato a colpire i nostri vicini di casa, una peculiarità che coinvolge, perché sono storie di persone che hai conosciuto, sono storie di mamme, di bambini. Quando mi sono recata sui confini e ho visto chi usciva dal Paese, ho visto donne, giovani, con i bambini in braccio, i passeggini, pochissime valige: erano le mamme che tu incontri alla scuola dei tuoi figli, persone come te a cui improvvisamente è cambiata completamente la vita.
L’altra peculiarità è poi come raccontarla questa guerra, perché è in corso e ogni giorno si aprono dei fronti, se ne chiudono altri... è una difficoltà molto oggettiva da raccontare.
A questa caratteristica si aggiunge poi ancora un’altra, ossia quella di un conflitto che va sui social.

A tal proposito, i social stanno "giocando" appunto un ruolo rilevante: già prima del conflitto ad esempio Zelensky li utilizzava molto nella sua comunicazione istituzionale e oggi i canali ufficiali del Paese sono molto attivi, così come numerosi personaggi e influencer. Quali sono però, a livello comunicativo, i pro e i contro di tutta questa informazione "non tradizionale"?
Sui social va fatta molta attenzione, proprio perché arrivano tantissime notizie. Inoltre non ci sono più soltanto Facebook, Instagram oppure Twitter ma è molto attivo, per esempio, anche Telegram, dove ci sono dei canali ufficiali che gli stessi governi - sia ucraino che russo - utilizzano e dove ogni giorno arrivano centinaia di informazioni, foto, video.
La questione quindi è come gestire tutte queste notizie che arrivano dai social. Noi come SIR - Servizio Informazione Religiosa - ma penso lo stiano facendo tutte le agenzie e redazioni - , prendiamo ad esempio il Tweet, ne analizziamo la provenienza e facciamo seguire una telefonata direttamente alla fonte che abbiamo ha sul posto.
Il social lo si usa quindi come "allarme notizia" ma questa deve essere sempre assolutamente verificata.
Anche qui una peculiarità di questo conflitto è che le nostre fonti ucraine sono molto ben preparate, hanno studiato giornalismo, parlano molto bene l’inglese e spesso anche l’italiano - per esempio la direttrice di Caritas Ucraina, come molti, ha vissuto in diaspora negli Stati Uniti -.
La difficoltà della lingua quindi non c’è e si può fare un lavoro di riscontro passando dalla notizia social alla notizia verificata dalla fonte.
Questo è fondamentale, perché non leva nulla alla notizia anzi, la verifica è sempre portatrice di ulteriore notizia con approfondimento, spiegazione, arricchimento.

Come vi rapportate con le vostre fonti sul posto, che in questo momento stanno vivendo realmente una tragedia?
La fonte che si trova sotto il bombardamento tende a parlare in maniera confusa - immaginatevi di sentirla subito dopo un bombardamento o addirittura costretta ad interrompere la conversazione perché deve correre nei rifugi a causa dell’allarme -. Il suo racconto è appunto confuso, disordinato; ci si deve prendere il tempo di ascoltarlo fino in fondo, fare domande, magari poi ci si accorge che la vera notizia la dà alla fine, perché appunto confusa dagli eventi. Ci si deve dare il tempo quindi di stare con lui o lei, il tempo dell’ascolto, devi tranquillizzare, entrare in empatia, chiedere come sta e aiutare a ricreare racconto ordinato e organizzato.
I racconti possono essere anche molto arrabbiati, si può anche essere aggrediti verbalmente ("voi non capite niente", "voi avete le mani piene di sangue") e anche in questo caso ci si deve fermare, costruire un percorso con loro di fiducia, far capire chi sei, che hanno ragione di sentirsi soli di volere vorrebbero più aiuto.
Se riesci a pianificare la telefonata, allora riesci anche a fare un’informazione che non è sentimentale ed emotiva ma che dà notizie il più possibile giornalisticamente valide.
Le fonti sono infine anche commosse. Pochi giorni fa una di loro, parlandomi di una cittadina a 40 chilometri da Kyiv, Borodjanka, completamente rasa al suolo e minata in ogni angolo, quando ha raccontato che non si possono recuperare le centinaia di cadaveri da sotto le macerie ha interrotto la chiamata, perché è scoppiata a piangere.
Sono quindi fonti colme di lacrime, la notizia stessa nasce anche dalla lacrima, dal pianto; è molto forte raccontarlo.

Tu stai seguendo il conflitto in maniera molto diretta, appunto anche con la testimonianza di fonti sul luogo. Da quanto stai osservando, che situazione in questo momento nel Paese?
Proprio poco fa ho parlato con il vescovo ausiliare di Kyiv il quale mi diceva che nella capitale la gente sta tornando a casa, anche se i sindaci sconsigliano di rientrare perché la guerra non è ancora finita e la situazione sul fronte dei bombardamenti e degli attacchi di artiglieria purtroppo non è ancora terminata.
La gente però ha voglia di tornare a casa, anche solo per controllare lo stato degli appartamenti, dei palazzi, delle proprie cose.
Il vescovo raccontava poi che in città si vedono ancora pochi bambini e adolescenti, perché i genitori preferiscono farli rimanere ancora nei luoghi di rifugio, fuori dalle città a rischio se non addirittura all’estero - si parla di 5 milioni di persone uscite dall’Ucraina - ma gli uomini, le donne e le persone un po’ più anziane tendono a tornare, appunto almeno per una verifica.
La situazione però non è sicura: sempre il vescovo ausiliare raccontava che proprio la notte prima, in seguito all’attacco alla nave russa Moskva da parte degli ucraini, i russi hanno risposto in maniera deleteria e le sirene hanno suonato per tutta la notte in tutta l’Ucraina, con bombardamenti continui.

Cosa dovremo attenderci nelle prossime settimane?
C’è voglia di tornare a casa ma ancora la situazione richiede prudenza e vigilanza.
Difficile dire come evolverà la situazione, è ancora un po’ troppo presto perché la guerra ancora non è finita.
Una cosa è certa: questa guerra ha cambiato i cuori di queste persone. Quando taceranno le armi sarà necessario un difficilissimo lavoro di guarigione dei traumi vissuti da questa gente, avranno bisogno di lunghi percorsi di terapia e guarigione e questi cuori, per essere sanati, avranno bisogno anche di una guarigione spirituale.
Quando hanno colpito il seminario di Kyiv, il vescovo ha detto che in futuro l’Ucraina avrà bisogno di preti, perché i cuori dovranno essere risanati anche da un punto di vista spirituale, ci sarà bisogno di cura per queste anime.

Dal tuo punto di vista sul conflitto, che ruolo ha o potrà avere l’Europa in una possibile risoluzione, si spera quanto più tempestiva?
È chiaro che questa guerra è frutto del fallimento dell’Unione Europea ed è frutto di interessi geopolitici a più vasto raggio. È una guerra che ha radici storiche che risalgono almeno al 2014, quando forse, con la rivoluzione di Euromaidan, l’Unione Europea avrebbe dovuto fare qualcosa di più che non ha fatto.
Quando le ferite non vengono sanate, quando il grido dei popoli non viene ascoltato poi purtroppo ci possono essere scoppi violenti. C’è quindi una responsabilità enorme da parte di una politica dell’Unione Europea che non ha funzionato, dei grandi leader mondiali e soprattutto dell’ONU. È un fallimento, e questo è il suo frutto.
La presenza nelle scorse settimane di Ursula von der Leyen a Kyiv, insieme al Commissario UE Borrell, è stato un gesto molto importante ed è stato molto apprezzato, come molto apprezzati sono tutti i gesti fatti fino ad oggi da papa Francesco, gesti che fanno sentire l’Ucraina non sola - e di questo il Paese ha estremamente bisogno -.
Non so che cosa possono fare oggi l’UE e i leader mondiali, l’unica cosa che sento dire è che dovrebbero chiedere almeno una tregua, un cessate il fuoco immediato per "dare fiato" alla popolazione civile - in modo da dare la possibilità alle persone di sistemare cose sospese e fuggire dai luoghi più a rischio - e chiedere di consentire corridoi umanitari.
Almeno arrivare a questo.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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