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Stare al balcone? Comodo ma non cristiano

Alcune riflessioni proposte del professor Giovanni Bachelet nel corso dell’incontro organizzato dall’Azione Cattolica diocesana a Monfalcone

Parole chiave: Giovanni Bachelet (1), agenda politica (1), impegno politico (3), laici (6)
Stare al balcone? Comodo ma non cristiano

Formare all’impegno e al servizio nella società è tra le finalità delle iniziative dell’Azione Cattolica e su questo versante l’incontro con Giovanni Bachelet ha offerto interessanti spunti di riflessione e motivi di approfondimento.
"A servizio del Bene Comune" è stato il tema dell’incontro promosso nell’auditorium di Ronchi nella mattinata di sabato scorso, aperto dalla presidente diocesana dell’AC Luisa Giusti, alla presenza dell’Arcivescovo Carlo e dell’assistente diocesano don Boscarol. Un saluto all’ospite e ai partecipanti è giunto dall’assessore Masotti per conto del Comune di Ronchi che ha messo a disposizione la sala dell’auditorium.

Nel guardare alla situazione mondiale di oggi ci sono molti temono la catastrofe.
C’è una differenza tra l’essere consapevoli dei rischi, esortare alla responsabilità e fare i profeti di catastrofi. Chi ha la mia età comincia a rimpiangere il passato e a dire che una volta si stava meglio, ma non è vero. Mia nonna alle sue amiche che venivano alla sera a dire rosario e si fermavano a giocare a scopone, quando dicevano "si stava meglio ai nostri tempi" rispondeva "non è vero: siamo noi che eravamo più belli e più giovani ma i tempi erano peggiori".
Guardo a quando ero piccolo io: il mondo era diviso in due; la gente che stava in Ungheria io non la potevo vedere e loro non potevano vedere me, a meno che non fossero sportivi, giocatori di scacchi o politici del partito comunista ungherese; in India, in Cina in buona parte del Brasile si moriva di fame.
Nel secolo scorso nel nostro continente ci si scannava mentre ora sono 60 anni che non ci facciamo del male: i miei nonni hanno visto due guerre mondiali, i miei genitori una, io nessuna. E’ vero che da altre parti del mondo c’è un sacco di altri guai e che l’ambiente è a rischio, però ci sono anche molti elementi per cui io vedo più un progresso verso qualcosa di meglio che una catastrofe verso qualcosa di peggio.

La Chiesa gerarchica, i laici e l’agenda politica.
La comunità cristiana italiana da quando io ero bambino ad oggi ha avuto messaggi un po’ contradditori dall’insieme dei vescovi e dei parroci.
Nel periodo del Concilio e nel quindicennio immediatamente successivo il discorso del bene comune e della responsabilità dei laici cristiani nell’occuparsene è stato una novità perché in precedenza la Chiesa parlava già di bene comune ma riteneva, almeno nella fase dell’emergenza delle prime elezioni del dopoguerra, di avere il dovere di occuparsi in prima persona delle opzioni e delle scelte elettorali. Quindi ha fatto propaganda per un partito e facendo ciò probabilmente ci ha consentito di rimanere nell’Occidente e di avere la democrazia. E penso abbia fatto bene.
Il Concilio ha detto: va bene, la Chiesa ha fatto un’opera di supplenza, adesso basta deve tornare al suo compito primario che è quello dell’annuncio del Vangelo di Gesù e deve incoraggiare tutti, ma non più dicendo per filo e per segno quali cose e quali leggi si devono fare.
Deve insegnare a occuparsi efficacemente al bene degli altri e poi un po’ più liberamente lasciare andare, per il bene non tanto e non solo della democrazia, come pensano gli anticlericali, ma anche per il bene della Chiesa perché in molte delle scelte di dettaglio della politica si sbaglia, e si sbaglia anche in buona fede. Ma per quale ragione un corpo mistico che ha il compito di portarci in Paradiso deve impelagarsi su quanti lampioni dobbiamo mettere o se dobbiamo fare il teleriscaldamento o no.
In fondo è bene che uno faccia politica da cristiano senza tirare in ballo il Papa i vescovi e il parroco per farsi votare e poi per farsi dire che ha ragione o torto. La Chiesa nei primi anni del Concilio aveva chiaro che conveniva educare laici responsabili piuttosto che mettersi in prima persona a fare un partito.
Dopo di che ci sono stati almeno due o tre decenni nei quali invece l’impressione, almeno di un fedele di una parrocchia media, era che la Chiesa aveva ripreso a presentare l’impegno del cristiano nella politica prevalentemente come protezione di alcuni principi e di interessi di speciale importanza per la Chiesa stessa: la famiglia, la scuola privata, la libertà di insegnamento e di cura, l’inizio e il fine vita... tutte cose importantissime ma l’impressione era che la Chiesa avesse rinunciato a parlare di più di bene comune in senso generale. Questo voleva dire che la Chiesa aveva ripreso a far politica in prima persona.
Mi sembra che il Papa è tornato all’idea in cui il bene comune è tutto; bisogna pensare all’ambiente, al lavoro, ai migranti e, certo, anche a tutti gli altri temi sul tappeto. Si prospetta un’idea di Bene Comune a 360 gradi e ci costringe, in particolare chi lavora nella politica in questo momento, a domandarsi quali sono le priorità perché tutto non si può fare.
Deve chiedersi dove mettere le mani e, per fortuna, mi pare che viene lasciata di nuovo al laico la responsabilità di capire quanti passi si possono fare; dove e quanto possiamo tirare dalla parte nostra gli altri in un negoziato in cui nessuno è più uguale degli altri.

Per fare politica occorrono conoscenza, competenza e santità
Io ho fatto varie cose, a titolo volontario, solo dopo che è finito il vecchio sistema dei partiti e si è creata una situazione di novità. Mi sono trovato con ’Libertà e Giustizia’, con ’Referendum costituzionale’, ma la prima volta è stata nel 1995 perché mi ha chiamato Prodi in persona e gli ho dato una mano.
Alla fine mi sono fatto candidare alla Camera, a scopo educativo verso i molti neofiti della politica che per aver dato per sei mesi un po’ di aiuto a Prodi pensavano per forza di dover essere eletti da qualche parte. Mi sono fatto candidare nel collegio meno sicuro di Roma, quello in cui veniva eletto Fini e quindi non sono stato eletto, sono tornato a casa mia e per diversi anni non ho fatto nulla del genere.
Nel 2007 la Bindi mi ha coinvolto nelle primarie del Pd e poi nel 2008 mi ha chiesto se volevo essere candidato. Non ero molto convinto: era già un momento di notevole discredito delle istituzioni rappresentative e politiche in generale, ma d’altra parte sembrava un momento nel quale si decidesse di nuovo una prospettiva di riprendersi Berlusconi o no.
Quando mio padre e mia madre votavano Dc o il centrosinistra di allora credo non fossero molto entusiasti di quello che vedevano, ma pensavano che le alternative erano peggiori. Con uno spirito abbastanza simile ho deciso che se mi veniva offerta un’occasione dovessi cercare di dare una mano. Poi sono stato eletto, pur in una posizione non proprio privilegiata, e ci sono andato.
Ho cercato di fare al meglio un mestiere che non conoscevo. Penso di averlo fatto abbastanza intensamente. Dice Giovanni XXIII che le doti del politico sono: conoscenza, competenza e santità, in questo ordine. Ciò che caratterizza il politico non è la santità, che è una chiamata comune a tutti i battezzati.
Per fare politica oltre a conoscere i problemi bisogna sapere come si risolvono altrimenti è meglio che non lo faccia perché un pio incompetente può fare più danni di un empio competente.

Non identificare se stessi con il Bene Comune
Paolo VI ha detto che la politica è la forma più alta di carità. Può essere anche così perché chi fa politica ha un raggio di azione molto vasto e ha delle tentazioni maggiori di altri.
Nel ’Tacuino 1964’ di mio padre, che abbiamo recentemente pubblicato, ci sono due pensieri: "Bisogna ricordarsi di non identificare mai se stessi o i propri interessi, o anche le proprie idee, con il bene comune. Non confondere mai gli interessi personali propri o dei propri amici con quelli della Chiesa o dell’ideale cristiano". Non è facile. Mio papà mi ricordava che l’ultima tentazione di Gesù era quella del potere politico.
Noi anche se bravi e onesti siamo convinti di essere a volte gli unici che possono fare bene quella cosa, che se fanno fuori noi ed eleggono un altro le cose vanno peggio. Qualche volta è pure vero, però uno deve sapere, mi diceva, che si serve per un determinato tempo e non si deve mai confondere la propria permanenza sulla sedia con il bene di tutti.
D’altra parte, però, se uno non è convinto almeno un po’ che la propria persona è adatta al ruolo, non va a fare politica. Questo "un po’" che separa la giusta ambizione a fare una cosa bene per tutti dal rischio di trasformare via via il proprio servizio solo allo scopo di rimanere seduti lì la prossima volta, è molto difficile.
Quindi la politica è la più alta forma di carità forse perché è quella che ha dentro le più alte tentazioni.
La Chiesa ha una grande responsabilità nell’educare, non tanto alla politica, quanto già all’essere persone civili. L’educazione alla responsabilità nasce già dalle cose piccole. Se uno non educa in chiesa, a scuola, in famiglia al volersi bene, a fare il proprio dovere, non c’è politica che tenga.
La mia impressione in Parlamento, contrariamente a quelli che parlano della casta o dei politici che sono peggio e fanno schifo, è che purtroppo assomigliano a quelli che incontro tutti i giorni in facoltà, in condominio o in piazza. Quelli rappresentano l’Italia come è oggi; questo è il problema. Dobbiamo re-imparare a volerci bene in un mondo che cambia. Impegno e responsabilità. Stare al balcone è comodo ma non è cristiano.

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Una vita di impegno

Laureato in fisica, ha insegnato e fatto ricerca in Italia, alla Scuola normale superiore di Pisa e all’università di Trento, negli Stati Uniti e in Germania. Nel 2000 è diventato professore ordinario alla "Sapienza" di Roma.
Cresciuto nell’AGESCI e aderente all’Azione Cattolica, ha contribuito nel 1995 alla nascita dei Comitati Prodi, nel 2002 dell’associazione Libertà e Giustizia. Eletto deputato nel 2008, nel marzo 2013 ha preferito tornare al suo lavoro di professore universitario alla Sapienza.
Ai funerali del padre Vittorio, ucciso dalla Brigate Rosse il 12 febbraio1980, durante la preghiera dei fedeli, aveva detto: "Preghiamo per i nostri governanti: per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga. Preghiamo per tutti i giudici, per tutti i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, per quanti oggi nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano in prima fila la battaglia per la democrazia con coraggio e amore. Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri".

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