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Scuola: portatrice di cultura in cerca di stabilità

Intervista a don Stefano Goina, docente di Filosofia all’indirizzo Linguistico dell’Istituto D’Annunzio - Fabiani di Gorizia, al termine dei recenti Esami di Stato di secondo ciclo

Parole chiave: don Stefano Goina (6)
Scuola: portatrice di cultura in cerca di stabilità

Si sono da poco conclusi gli Esami di Stato (o più comunemente "di maturità") delle scuole secondarie di II grado. Esami che, per il secondo anno, si sono svolti all’interno di uno stato di pandemia, fattore che li ha non poco condizionati, così come l’intero anno scolastico tra lezioni in presenza, a distanza, rientri interrotti da quarantene fiduciarie… Un’altalena di situazioni che ha messo a dura prova tanto gli studenti, quanto i docenti.
Ne abbiamo parlato con don Stefano Goina, professore di Filosofia e Storia nel triennio del percorso liceale.
Da 24 anni nel mondo della scuola, da quest’anno scolastico è docente di ruolo all’indirizzo Linguistico dell’Istituto D’Annunzio - Fabiani di Gorizia, dove insegna Filosofia e dove è stato membro della commissione esaminatrice agli ultimi Esami di maturità.

Don Stefano, nel corso degli ultimi due anni scolastici il Covid ha fortemente influenzato il modo di fare lezione e di insegnare. Qual è stato, dal punto di vista di docente, il colpo più duro da "ammortizzare"?
Credo che, tra i tanti problemi "messi in campo" dal Covid all’interno del mondo della scuola, uno importante sia legato al fatto che come docenti non abbiamo potuto svolgere in presenza né i consigli di classe, né i collegio docenti. Questo, in particolar modo per chi come me è entrato in una realtà scolastica nuova, ha rappresentato sicuramente una grande difficoltà nel creare un rapporto e un interscambio, con i colleghi. È diminuita fortemente l’importante funzione degli "incontro informali", durante le pause o in sala insegnanti, che aiuta a creare una dimensione di collaborazione e conoscenza tra docenti e che rende la scuola molto più "comunità".
Naturalmente la scuola ha sviluppato in quest’arco di tempo delle strategie nuove, per far sì che si potesse continuare a fare scuola; c’era in qualche modo da "imparare" come fare scuola, in una modalità nuova per tutti. Sicuramente è andata meglio rispetto allo scorso anno scolastico, il primo colpito dalla pandemia, però non è certo la stessa cosa dell’essere in presenza.

Guardando invece ai ragazzi, quali sono state le difficoltà che hanno accusato maggiormente?
Quest’anno scolastico era partito in presenza e sono poi state attuate, nel corso dell’anno, diverse modalità: presenza, poi didattica a distanza (DAD), poi alternati metà alunni in DAD metà in presenza... La difficoltà che tutti hanno vissuto nella DAD è stata proprio data dall’impossibilità di creare un rapporto, nel mettere in atto quello che è uno dei compiti della scuola: la socializzazione e la crescita umana attraverso i rapporti. Qualcuno ha sofferto più di altri, alcuni anche dal punto di vista psicologico - questo è stato un dato negativo in più -.
Discorso a parte, molto vasto e complesso, meriterebbe la paura. Ci sono certi ragazzi che hanno vissuto il periodo pandemico con ansia, incertezza, e si sentivano più al sicuro a casa. Per quanto riguarda la paura è difficile fare qualcosa; essendo irrazionale, ci prende da dentro, dalla parte più istintiva di noi, anche se si cerca di razionalizzarla è molto difficile riuscire a dominarla.

Potrebbe sembrare forse una domanda banale, ma qual è la cosa che secondo lei contraddistingue la didattica "classica", in presenza, e che le è mancata?
Sicuramente una delle cose più importanti - e che quando siamo ritornati finalmente in presenza ha fatto anche un po’ "respirare" tutti - è il fatto di poter guardare negli occhi i ragazzi. Quando stai spiegando qualcosa, già dallo sguardo degli studenti puoi capire se stiano seguendo, se siano interessati... Trovarsi di fronte un "pallino" colorato, come succede a volte durante la DAD, o comunque una miniatura filtrata da uno schermo, dove i ragazzi si vedono e non si vedono, non permette di cogliere se stiano seguendo o meno, non hai quella possibilità più immediata di fare, per esempio, una battuta che può alzare il livello dell’attenzione. In presenza puoi utilizzare anche lo sguardo per evitare che un alunno si distragga o per farlo intervenire perché lo noti particolarmente interessato.
Sicuramente l’insegnamento fatto in classe, muovendosi tra i banchi, vedendo negli occhi i ragazzi, è di qualità assolutamente diversa rispetto a quello svolto attraverso un monitor.
Ci sono però anche elementi che, nei due anni scolastici "pandemici", sono stati un vero stimolo: oggigiorno abbiamo un sacco di strumenti che non sempre si ha modo di utilizzare; c’è stato quindi uno sprone ad utilizzare le risorse presenti in Internet, ad organizzarsi con video, con test, con molte possibilità sia trovate in Rete, sia prodotte in maniera autonoma come docente. Un bello stimolo a mettersi in gioco anche da questo punto di vista.

Proprio riguardo al mettersi in gioco come docenti, alla luce di tutti i cambiamenti che sono stati affrontati negli ultimi due anni scolastici, sentite di essere opportunamente supportati e preparati a queste nuove esigenze?
Indubbiamente sono stati forniti ai docenti molti strumenti per affrontare la didattica a distanza (DAD) e la didattica digitale integrata (DDI) di cui si fa un gran parlare oggi. Non sono mancate occasioni di formazioni (online, naturalmente) a questo scopo.
Ma se c’è una cosa che, in generale, manca alla scuola italiana, è la capacità non tanto di sperimentare cose nuove, quanto di verificarne l’applicazione. Ciò significa avere la possibilità almeno di chiudere un ciclo scolastico (tre o cinque anni), non è possibile cambiare modalità di materie, di verifiche, di esami continuamente. Ad esempio da poco alle superiori è stata introdotta una modalità nuova dell’insegnamento dell’Educazione Civica: doveva essere sviluppata da più insegnanti all’interno delle sue ore, attraverso l’approfondimento di un argomento e la possibilità di verificarlo; la valutazione conclusiva veniva data dalla somma delle varie verifiche fatte da ogni singolo professore. Certamente è una buona idea, perché la materia non è chiusa in sé stessa o pertinente solo al docente di Diritto, ma propone valori che riguardano la comunità scolastica e sociale. Ma se quest’anno si è proceduto in questo modo, non si può escludere che magari già dal prossimo anno scolastico le cose andranno diversamente. Come si potrà quindi valutare quest’esperienza? Il fatto che ci sia un continuo cambiamento di modalità e che non ci sia poi un’adeguata verifica lo ritengo deleterio, non credo possa giovare.

Guardando all’esame di Stato, in una situazione così altalenante com’è stato affrontato dai ragazzi? E da voi docenti?
Già attorno a febbraio era stato decretato che l’esame si sarebbe svolto in modalità unicamente orale, con una commissione interna e il presidente esterno.
L’orale si componeva di 4 parti: la prima, un elaborato il cui tema era stato deciso dal consiglio di classe, da effettuarsi sulle materie che, nell’esame precedente, rientravano nella seconda prova (quelle di indirizzo), da consegnare entro fine maggio. C’era poi una parte affine alla prima prova, quella di Italiano, che consisteva nel fornire all’insegnante un testo di analisi letteraria su uno degli argomenti svolti durante l’anno. Una parte era relativa ai PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento, ex alternanza scuola lavoro), dove i ragazzi dovevano presentare le loro esperienze extra scolastiche - nell’ultimo anno, causa Covid, per lo più svolte online -. Per l’ultima parte veniva dato uno "stimolo" dalla commissione - una foto, una frase, un’immagine... - che il candidato avrebbe dovuto collegare alle varie materie di sua inventiva; ovviamente i collegamenti sono stati dei più disparati, non è così semplice.
Non so, in tutta onestà, quanto questo possa dimostrare effettivamente la "maturità" di un candidato, cioè la capacità di comprendere competenze, conoscenze e abilità; c’è da chiedersi se così, a sorpresa, di fronte ad una foto o una frase, riuscire a collegare le varie materie sia una prova adeguata per fare emergere queste conoscenze, competenze e abilità. Questo rimane un punto interrogativo.

Poco fa accennava ai PCTO, anche loro alle prese con la pandemia. Questo ha forse fatto emergere la "vulnerabilità" di questi percorsi, forse non sempre adatti a dei ragazzi che stanno ancora scegliendo la propria strada…
Su questo aspetto una mia preoccupazione - condivisa anche da altri -, è che per gli istituti professionali è naturale che ci sia la possibilità per il ragazzo di mettersi alla prova anche nel mondo del lavoro, dal momento che è la scuola stessa a proiettarti ad acquisire conoscenze, competenze e abilità che serviranno direttamente nel mondo del lavoro. Per quanto riguarda i licei invece, affermare che c’è necessità di alternanza scuola-lavoro può essere un po’ pericoloso, nel senso che ci sono certi elementi che vengono forniti nel liceo che poi non ti verranno più dati. Dimostrare che in qualche modo tutto è in funzione del lavoro, sminuisce una fondamentale funzione della scuola che è quella di trasmettere la cultura, intesa come ciò che ci permette di cogliere il mondo, il significato del nostro essere, del nostro operare, il senso della nostra vita.
È in atto ormai da molti anni l’idea - giusta - che la scuola non possa essere un "regno" chiuso, ma non va dimenticato che la scuola ha un valore in sé come portatrice di cultura; tra i suoi compiti ha anche quello di far sì che le persone vivano in maniera consapevole la loro esistenza, facendosi delle domande e ottenendo degli strumenti che poi sarà difficile recuperare, all’interno della vita sempre più frenetica che tutti conduciamo.

Come ha trovato i ragazzi che si sono approcciati all’Esame di Stato quest’anno? Li ha visti forse più timorosi, spaventati rispetto al passato?
Credo che la tensione ci sia sempre; una delle cose che vedo da anni, è che una grande parte è giocata anche dall’emozione e dalla propria capacità di gestione di questa - che non una cosa semplice -. La maturità inoltre è il primo vero esame che si affronta nella vita.
In fase d’esame si tiene conto della tensione, delle emozioni, del fatto che per alcuni c’è "in gioco" una determinata media per poter accedere, per esempio, a programmi di studio all’estero. Alla fin fine si cerca sempre di aiutare, tanto durante l’anno dando agli studenti degli stimoli, cercando di mettere le proprie competenze a loro servizio, quanto all’esame, se si può, tenendo conto del momento difficile. Non dimentichiamo che tutti coloro che sono insegnanti hanno dovuto, a loro volta, essere valutati, e si sa quanto essere sottoposti a una verifica sia stressante.
Inoltre, una delle cose a cui personalmente cerco di educare e preparare i ragazzi è legata alla valutazione, problema serio all’interno della scuola. Io non sono chiamato, come insegnante, a valutare una persona, ma molto più banalmente valuto una prestazione singola (un compito scritto, un’interrogazione…). Certamente alla fine dell’anno, si hanno degli strumenti in più per una valutazione complessiva, ma è appunto un insieme di valutazioni fatte sulle prestazioni. Cosa significa questo? Che io sono la stessa persona che magari ha un’ottima media ma una volta può non aver studiato abbastanza, o aver avuto altre cose per la testa in quel particolare momento; il fatto di andare male ad un’interrogazione non mi sminuisce come persona. Questo è importantissimo da far capire ai ragazzi: è importante imparare, apprendere le conoscenze, sviluppare competenze ed abilità, però questo non significa che io non valgo come persona se le cose non dovessero funzionare nel migliore dei modi.

Ad esami terminati, come vede questi "giovani adulti" che si apprestano ad entrare nel mondo dei "grandi"? Come cambiano le generazioni?
La differenza maggiore sta nel fatto che, anni fa, chi usciva dalle superiori nella maggior parte dei casi aveva già ben chiaro quello che voleva fare dopo, ora non è più così. La grande maggioranza non ha le idee chiare, sono molto più incerti. Ma questa è una questione culturale tutta nostra: ci sembra di poter fare tutto, sempre e comunque; non abbiamo idea di cosa significhi voler arrivare ad un obiettivo, cosa comporta il mettere in campo tutti quei piccoli passi che portano ad esso. Certo, possiamo fare tutto, ma dobbiamo anche incominciare da qualche parte ad un certo punto; ci sono certe porte che a 19 anni potrebbero già considerarsi chiuse - se desidero diventare, per esempio, un grande ginnasta o un grande pianista, a livelli professionali alti, dovevo iniziare probabilmente molto prima... -. Il fatto stesso di aver scelto un determinato liceo o istituto tecnico o professionale, apre certe porte ma ne chiude altre, il che non significa rattristarsi perché non si hanno tutte le possibilità di questo mondo, significa piuttosto dirsi "posso realizzarmi e guardo con realtà a quello che posso fare".

In ultima analisi, dopo questi due anni scolastici "straordinari" che hanno fatto emergere luci e ombre del sistema scuola, dove sarà necessario andare a porre delle migliorie?
Il fatto che si cerchi di cambiare e di migliorare è positivo ma, come dicevo, bisogna avere il tempo per far maturare le cose. Se vuoi cambiare, devi fare degli investimenti in una determinata direzione, dare la possibilità alle persone di avere determinati strumenti e dopodiché lasciare il tempo affinché queste cose operino; certo "aggiustando il tiro" se necessario, ma senza stravolgere tutto in ogni momento. Questo è uno dei grossi problemi della scuola.
Scegliamo di puntare da qualche parte, su qualcosa in particolare; diamo strumenti agli insegnanti affinché possano farlo e anche bene, ma poi c’è necessità di proseguire su questa linea, c’è bisogno di continuità. Avere la possibilità di accumulare, come docenti, una certa esperienza, consente di indirizzare meglio i ragazzi, di fornirgli esempi, di prepararli in maniera più solida. È vero che viviamo in un’epoca di cambiamenti, ma cerchiamo di dare un po’ di stabilità.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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