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Quale attualità attraverso gli occhi dei più piccoli?

"Sicuramente la pandemia è stata uno spartiacque tra un "prima" e un "dopo", pertanto ha tutta una valenza traumatica". Intervista alla dottoressa Cristina Bertogna

Parole chiave: Cristina Bertogna (1), psicologa (1), psicoterapeuta (1)
Quale attualità attraverso gli occhi dei più piccoli?

Nemmeno il tempo di tirare un sospiro per il rallentamento della pandemia - che già fortemente aveva segnato il nostro vivere quotidiano - che il mondo ha dovuto fare nuovamente i conti un altro scossone sociale ed economico. La guerra in corso ci mette di fronte a paure che - nella parte "fortunata" del mondo - non provavamo da decenni: bombardamenti, morte, distruzione, minaccia nucleare.
Parole che generano angoscia negli adulti ma come vengono percepite dai più piccoli e dai più giovani? Come porci accanto a loro per cercare di dare risposta ai loro interrogativi? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Cristina Bertogna, psicologa, psicoterapeuta di gruppo, della coppia e della famiglia.

Dottoressa, pandemia prima (che ci ha costretti a rimanere a casa e a limitare le interazioni sociali), guerra poi (con tutto il suo corollario di preoccupazione per il nostro domani). Quali sono state le più dirette conseguenze di tutto ciò a livello di salute della mente?
Sicuramente la pandemia è stata uno spartiacque tra un "prima" e un "dopo", pertanto ha tutta una valenza traumatica. A mio avviso è stata però anche un acceleratore di tutta una serie di problematiche che già c’erano, un esempio, le disuguaglianze sociali - pensiamo alle situazioni abitative: una cosa è trascorrere il lockdown in 40 metri quadri, un’altra è farlo in una villa con giardino; oppure ancora i problemi degli strumenti informatici: molti ragazzini per seguire la didattica a distanza erano sprovvisti di mezzi, avevano problemi di connessione... -.
È un fenomeno quindi che ha toccato tantissimi livelli, non è stata solo una crisi sanitaria, è stata una crisi che ha investito tutta la società; c’è stato non solo un contagio "dei corpi" ma anche "delle menti" che si è tradotto in un acuirsi dei malesseri in quelle fasce di popolazione che erano già sofferenti.
C’è stato - soprattutto tra i bambini e gli adolescenti già sofferenti - un incremento degli attacchi di panico, di sindromi ansioso-depressive, dei disturbi alimentari e anche di tentativi di suicidio nella fascia adolescenziale. La paura infatti può diventare traumatica nel momento in cui si aggancia ad una nostra istanza interna già potenzialmente critica.
Abbiamo una sorta di "giudice interno" che costantemente ci colpevolizza, ci fa vergognare; questo poi produce un sentimento di rabbia e di inadeguatezza, mina quella fiducia di base che rappresenta le fondamenta dell’essere comunitario.
Se accanto a quest’istanza per cui ogni soggetto ha già le sue paure e difficoltà, viviamo in un contesto profondamente segnato dall’incertezza, è chiaro che questa paura può diventare traumatica. Ciò spiega anche perché non in tutte le persone ha avuto lo stesso effetto: ci sono persone che ne hanno patito pesantemente, altre che hanno attraversato la pandemia in una situazione tutto sommato di relativa tranquillità e per le quali non è diventato un fattore traumatico.

Si accusano già i contraccolpi delle situazioni che abbiamo vissuto e stiamo vivendo o ci si deve aspettare un aggravarsi delle situazioni di disagio? Colpirà come diceva le fasce già sofferenti o si allargherà?
Avrà sicuramente dei risvolti molto potenti sulle fasce più deboli della popolazione, basti pensare a tutti i problemi socio-economici ed è chiaro che un’instabilità di questo tipo provoca poi anche un’instabilità emotiva. Un esempio, una ricerca sulla povertà educativa nei bambini segnala che 3 su 10 sono in una condizione di povertà assoluta; questo significa avere già tutta una serie di incertezze legate al proprio futuro e i bambini rappresentano il "nostro" futuro, appunto un futuro che già presenta delle criticità non da poco.
Sicuramente l’incrociarsi di tutta una serie di instabilità, anche a livello sociale, avrà degli effetti a lungo andare, anche perché sostenere quest’atmosfera di incertezza radicale non è facile, è sicuramente un fattore di stress importante, anche perché viviamo un tempo dell’attesa non contrassegnato dalla speranza ma dall’angoscia; emozioni impegnative da gestire.

Se già per un adulto affrontare tutti questi cambiamenti, anche dolorosi, è complicato, come hanno reagito e stanno reagendo i più piccoli?
I bambini assorbono tutte le emozioni degli adulti, pertanto è chiaro che hanno assorbito questo clima di incertezza, insicurezza ma soprattutto di disorientamento: la pandemia ci ha colto di sorpresa, gli adulti si sono sentiti non solo spaventati ma potenzialmente disorientati, perché sono state messe in crisi tutte le nostre consuetudini e abbiamo dovuto in qualche modo "ripensarci".
Questo ha degli effetti sui bambini perché mina le loro sicurezze: hanno bisogno di certezze, di ritmi ripetuti, costanti, di abitudini... che sono stati messi completamente in crisi.
C’è da dire questo però, che i bambini e gli adolescenti - cosa che mi ha stupito - non si sono ribellati, hanno accettato tutta una serie di implicazioni anche molto forti, perché da un giorno all’altro sono stati privati della loro vita - niente scuola, parco giochi, sport, pomeriggi con gli amici... -, eppure non si sono opposti, in qualche modo hanno accettato questa condizione. Anche qui i più svantaggiati e fragili ne hanno patito enormemente ma i ragazzini che avevano già delle risorse vitali sono riusciti a viverlo senza grosse difficoltà.
In molti durante la pandemia hanno creato dei "gruppi virtuali" grazie ai quali si sono tenuti in contatto quotidianamente con il gruppo di amici. Ciò mi ha colpito, perché sono stati dei gruppi in cui si sono sviluppate forme di comunicazione molto intime rispetto a quelle che possono avere normalmente: chiusi nella loro stanza ma attraverso lo sguardo e la voce - interruttori emotivi importanti - sono riusciti a tenersi in contatto e hanno sviluppato veramente delle forme di confidenza e introspezione che, nella vita di tutti i giorni, difficilmente hanno, per cui è stata per loro anche un’occasione di scoperta.

Al mondo stanno, come dicevamo, avvenendo enormi cambiamenti, percepiti (magari anche di riflesso) dai più piccoli e giovani. Come si può affrontare con loro questa attualità che, magari per via indiretta, ascoltano e percepiscono come dannosa, pericolosa?
È importante parlare in maniera molto esplicita, sia della morte, che della guerra, che della pandemia, perché comunque i bambini hanno colto tutto ciò cui siamo stati sottoposti, il "bombardamento" di parole che c’è stato. Pertanto è necessario parlare chiaro, ovviamente adattando il linguaggio alla fascia d’età con cui ci stiamo rapportando.
I bambini sufficientemente sani, come ricordano certi analisti che si occupano di infanzia, sono i bambini che sanno giocare, perché il gioco sviluppa tutta la capacità simbolica del bambino ed è quindi sicuramente un ottimo strumento per veicolare contenuti. Accanto a questo, le storie.
All’ultima Biennale mi ha molto colpito un pannello riportante un pensiero dell’antropologa statunitense Elizabeth Fisher, la quale dice che la capacità di invenzione umana nasce nei primi gesti di raccolta e di cura. L’antropologa racconta come le prime invenzioni umane siano state dei contenitori per raccogliere bacche, semi, cibo per la sopravvivenza: le storie sono questo, dei contenitori che servono in qualche modo a dare forma all’esperienza umana e sono uno strumento potentissimo.
Il bisogno di narrare è un profondamente umano, perché permette di dare forma al materiale caotico delle nostre paure, delle emozioni, delle speranze ma anche delle memorie. È poi patrimonio sia individuale che collettivo, mezzo potentissimo per parlare di certi argomenti.

Ciò può valere anche per gli adolescenti? Come ci si può approcciare a loro per dare le risposte che cercano?
Sì, vale anche per gli adolescenti. Loro hanno patito l’isolamento sociale, che li ha limitati nella socialità, corporeità, nel poter muovere i primi passi fuori casa in autonomia, fondamentale per definire la loro identità, ma anche nel fare corpo comune in classe, dove accanto al linguaggio verbale c’è tutto un linguaggio corporeo di sguardi, di pacche sulle spalle... una modalità di relazione estremamente preziosa che in questo periodo è venuta a mancare.
Come dicevo si sono adattati, la ribellione non c’è stata, semmai - e questo devo dire mi ha colpito - una fetta di adolescenti, oltre a questo "rimedio segreto" della virtualità e delle amicizie mantenute attraverso essa, ha apprezzato molto il fatto di ritrovarsi nell’intimità famigliare con i genitori, di poter passare tanto tempo insieme come non accade mai.
Ciò ha permesso di avere dei momenti di gioco insieme, di condivisione di un film, di ascoltare musica... tutti canali che sì veicolano dei contenuti, ma anche il fatto di poterne godere insieme, di avere una prossimità fisica, che significa condividere non solo uno spazio e il momento ma anche delle emozioni.
Di fatto lo sviluppo della mente umana avviene attraverso la relazione che il bambino/ragazzo ha con l’adulto di riferimento, in primis i genitori.

Si parla tanto, ogni giorno, di questa guerra e di una possibile minaccia nucleare. Parole che spaventano un adulto, figuriamoci un bambino/ragazzino che magari certe parole non è in grado di contestualizzarle. Può a volte capitare che nemmeno un adulto sappia dare una risposta ad un interrogativo dei più piccoli. Come comportarsi in questo caso?
È importante che l’adulto riesca a non essere apocalittico e quindi a ridimensionare la portata di tutto questo "bombardamento mediatico".
Che sappia quindi trasmettere un messaggio di complessità anche al bambino, che non ragioni per dogmi e non dia messaggi unilaterali, che parli di una realtà complicata e che si può anche affermare di non conoscere. Si tratta di non dare false rassicurazioni ma nemmeno fargli vedere delle apocalissi - che ci si augura non si avverino -, perché noi stessi non sappiamo che cosa accadrà in futuro.
Mi approccerei a un bambino in questo modo, anche perché capiscono tutto. Ovviamente hanno un altro linguaggio ma il senso delle cose lo comprendono perfettamente.
Uno degli effetti potenti della pandemia è stato quello di mettere in discussione l’idea che il nostro mondo fosse l’unico possibile e certo, ci ha fatto intravedere l’impensabile.
Punterei molto su questo aspetto, che può essere l’occasione per attuare veramente dei cambiamenti importanti. È come se ci avesse detto "guardate che cambiare si può".

Pensando al mondo della scuola, come dovrebbe porsi questo nei confronti del "peso" che anche i più piccoli stanno portando con sé?
L’aspetto più importante, secondo me, è recuperare una sorta di "cooperazione educativa" tra adulti, cioè sentire che scuola e famiglia sono solidali nel portare avanti l’educazione dei bambini e dei ragazzi, non è tanto in termini di voti o di modalità di insegnamento ma proprio nel ragionare insieme sull’educazione e quindi sulla preoccupazione di garantire a questi ragazzini una possibilità di crescita.
Purtroppo devo dire che, ascoltando da un lato alcune famiglie, dall’altro alcuni insegnanti, non è semplice portare avanti questo patto educativo, perché molte volte ci si ritrova su fronti opposti o si ha la sensazione di esserlo; questo diventa, secondo me, una sconfitta per tutti, soprattutto per quanto riguarda la nostra capacità di prenderci cura dei bambini e dei ragazzi, che dovrebbe essere l’obiettivo primario.
Altra questione è data da uno degli effetti della pandemia e del distanziamento sociale, ovvero il rischio di isolamento: le famiglie che sono in difficoltà si rischia che si sentano sempre più sole. Si tratta di recuperare quindi la dimensione di comunità, di solidarietà e famigliarità - mi verrebbe da dire che è uno degli antidoti contro la sofferenza, anche psichica- . Sentire che non siamo soli.

A livello professionale, cosa la preoccupa di questi grandi scossoni che stanno avvenendo in maniera così repentina?
Che facciamo finta di niente. Che non cogliamo questo momento di crisi come un’occasione di cambiamento e che si alimenti l’illusione del tornare come prima.
Si sono aperti degli squarci ed è importante che li prendiamo seriamente in considerazione, ognuno ovviamente a partire dal proprio piccolo.
Mettendo insieme un po’ tutti i tasselli, penso che questo momento potrebbe essere anche un’occasione importante per mettere mano a dei cambiamenti

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