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La Caritas denuncia: aumentano le guerre nel mondo

Il quinto rapporto sui conflitti dimenticati: “Dopo anni di segno positivo, gli indicatori che misurano il grado di ‘pacificità’ del pianeta iniziano a puntare verso il basso” con un aumento dell’intensità dei conflitti tra Stati a tutte le latitudini

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La Caritas denuncia: aumentano le guerre nel mondo

Dopo anni di relativa pace, nel mondo stanno aumentando le guerre: nel 2014 sono stati 424 i conflitti, erano 388 nel 2011, con un aumento del 9,3%. E sono almeno quintuplicate, in 15 anni, le vittime degli attacchi terroristici jihadisti: da 21mila a 38mila morti in media l’anno, soprattutto in Iraq, Siria, Afghanistan, Pakistan e Nigeria. Guarda caso, il mercato della compravendita di armi e armamenti è in crescita: +16% rispetto al 2019. Guarda caso, i maggiori esportatori di armi (che coprono il 58% del totale) sono Stati Uniti e Russia. Guarda caso, tra i maggiori importatori c’è l’Arabia Saudita (+300%), seguita dall’India con +140%. Nei Paesi colpiti “la mancanza di cibo e le guerre si intersecano in un mix letale, con l’inevitabile riflesso migratorio su scala planetaria”. Se ne parla nel V Rapporto sui conflitti dimenticati “Cibo di guerra”, dedicato quest’anno al rapporto tra guerra e cibo, curato da Caritas italiana, in collaborazione con Famiglia Cristiana e Il Regno.

Una pericolosa inversione di tendenza
Nel Rapporto viene evidenziata una pericolosa inversione di tendenza: “Dopo anni di segno positivo, gli indicatori che misurano il grado di ‘pacificità’ del pianeta iniziano a puntare verso il basso”, con un aumento dell’intensità dei conflitti tra Stati a tutte le latitudini, “un significativo coinvolgimento della popolazione civile e un crescente ricorso all’impiego di tattiche tipiche dell’azione terroristica”. Il 95% delle 38mila vittime l’anno degli attacchi jihadisti sono concentrate in 5 Paesi in via di sviluppo in Asia e Africa, coinvolgendo sempre più scuole, università, giovani studenti, civili innocenti. Tutte le guerre, rileva il Rapporto, indossano delle “maschere”, che spesso vengono confuse con le cause vere del conflitto: al primo posto quella religiosa.
La spesa militare globale, alla fine del 2014, vede gli Stati Uniti al primo posto (35,1%), poi la Cina (8%), l’Arabia Saudita (5%), la Russia (4,4%).

I “video di guerra” fanno notizia
arallele alle azioni di guerra e terrorismo è sorto in questi ultimi anni l’uso dei video su YouTube come strumento propagandistico. La ricerca si è concentrata su quelli pubblicati da Russia today, Vice news, Cnn e Al Jazeera english dal 16 al 22 febbraio 2014, per un totale di 428 video esaminati, visualizzati da 7 milioni di persone. Il maggior numero di video è stato diffuso dalla Cnn (205), seguita da Al Jazeera (116). Risulta che l’attenzione ai conflitti è molto forte: questi video superano in alcuni casi il 50% di tutte le notizie video trasmesse sui canali YouTube di queste testate, con “un nuovo rischio di manipolazione”, come dimostrano i filmati diffusi dall’Isis, condivisi on line per terrorizzare il nemico. Per questo il Rapporto Caritas avverte: “C’è un forte bisogno di contestualizzazione e mediazione giornalistica”, altrimenti chi condivide questi video sui social non è in grado di capire da quale canale è arrivato. “Altrimenti è vero che saremo tutti più informati ma diventeremo anche più manipolabili”.

Fonte: Sir
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