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Il calore di una famiglia per i "figli dei barconi": e se ci provassimo anche noi?

Un’interessante iniziativa del Comune di Reggio e della diocesi di Reggio Calabria - Bova

Parole chiave: sbarchi (1), immigrazione (27), bambini (14)
Il calore di una famiglia per i "figli dei barconi": e se ci provassimo anche noi?

Ricevere il calore della famiglia, l’amore di un abbraccio, è qualcosa che tutti i bambini aspettano e dovrebbero avere per diritto. Non per tutti però è così e tra i tanti bambini e ragazzini soli nel nostro Paese, molti arrivano da lontano, hanno alle spalle un viaggio difficile e vissuto nell’incertezza di arrivare a toccare la terraferma.
Sono i tanti minori che arrivano in Italia a bordo dei barconi dalle coste del nord Africa e che molto spesso si trovano da soli perché hanno perso i loro famigliari nel corso del viaggio. Il Comune di Reggio Calabria, in collaborazione con il Coordinamento Ecclesiale per l’Emergenza Sbarchi della Diocesi di Reggio Calabria - Bova, ha lanciato per il periodo delle festività natalizie un’iniziativa che è un vero e proprio dono per questi piccoli: la possibilità di passare qualche settimana accolti dalle famiglie della zona, per passare un periodo caldo e sereno, uscendo dalle strutture di prima accoglienza, che tutto sono fuorché una vera e propria casa.
"L’idea è nata dalla volontà di aumentare l’affido, di potenziarlo per evitare l’istituzionalizzazione di questi bambini e ragazzi" ha raccontato l’assessore alle Politiche Sociali del Comune di Reggio Calabria, Giuseppe Marino.
Come illustrato dallo stesso assessore, il 2016 ha visto una vera e propria emergenza per il Comune, con una crescita nel numero degli arrivi di profughi dalle coste nordafricane - in prevalenza libiche - e, conseguentemente, la crescita anche della presenza di minori non accompagnati. "Non avendo disponibilità di strutture protette - ha spiegato Marino - questi ragazzi si trovavano a dover passare anche tre, quattro mesi all’interno delle strutture di prima accoglienza. Abbiamo così creato varie soluzioni: strutture comunali dove poterli accogliere e l’affido famigliare.
Al momento sono stati affidati in via definitiva 10 minori a famiglie che, dopo aver presentato la domanda di affido, sono state selezionate dal Servizio Sociale comunale di concerto con il Tribunale dei Minori e Prefettura. Dare una famiglia a questi giovani significa evitare loro danni psicologici e morali, significa togliergli dalla strada, dare la possibilità di vivere davvero all’interno della società, in uno scambio di conoscenza reciproca.
Un affido è stato realizzato anche fuori regione: nel periodo estivo giovani scout e volontari arrivano a Reggio Calabria per dei campi di volontariato e la scorsa estate due ragazzi, un volontario modenese e uno degli ospiti rifugiati, hanno stretto una grande amicizia. Tornato in Emila Romagna il ragazzo ha a lungo parlato di questa sua esperienza e di questo suo amico. I genitori si sono attivati per l’affido e ora i due ragazzi sono diventati praticamente fratelli".
Da queste esperienze affidatarie e nato così il progetto di affido natalizio, rivolto anche a chi vorrebbe essere nucleo famigliare affidatario ma non ha la possibilità di potersi concedere per un periodo lungo. "In una sola settimana abbiamo ricevuto la disponibilità di 10 famiglie, segno che la sensibilità verso questa problematica dei minori non accompagnati è molto alta. Il nostro obiettivo è di poter dare, per questo primo anno, almeno 20 affidi per le festività dicembrine.
Alle famiglie viene fatto capire che non è una passeggiata: ci possono essere problematiche nella comprensione, nella comunicazione, motivo per cui viene richiesto di parlare oltre all’Italiano anche il Francese o l’Inglese; come Servizio Sociale offriamo per tutto il periodo di accoglienza un’assistenza sulle 24 ore e un percorso preparatorio all’affido. Sappiamo che non è la soluzione, ma è in ogni caso dare una possibilità in più a questi ragazzi, facendoli uscire dai Centri di Accoglienza e sentirsi accolti dalla società, vivendola appieno e con affetto. Allo stesso tempo è una crescita per le famiglie alla solidarietà e alla conoscenza di una realtà drammatica del nostro tempo".

Protagonisti di una storia che cambia (ma ce ne rendiamo conto?)

Abbiamo raggiunto telefonicamente anche Bruna Mangiola del Coordinamento Ecclesiale per l’Emergenza Sbarchi, la quale ci ha raccontato come sia nato il bisogno di attivarsi per dare una accoglienza dignitosa e umana ai tanti rifugiati.

Bruna, quando prende il via il Coordinamento Ecclesiale e perché?

Nasce nell’ottobre 2013, con i primi sbarchi. Io, insieme a padre Bruno Mioli e Giovanni Fortugno, mi sono recata di persona nella struttura adibita all’accoglienza e abbiamo visto queste persone chiuse in una palestra, che ci è sembrata un enorme scatolone. Abbiamo interpellato il direttore della Caritas, don Antonino Pangallo, e tutti insieme abbiamo deciso di intervenire, coinvolgendo varie realtà del mondo ecclesiastico. Abbiamo preparato un documento con la richiesta e le motivazioni che ci spingevano a voler entrare nella struttura per accogliere in modo umano e l’abbiamo consegnato alla prefettura, con la quale si è aperta una collaborazione stretta e proficua: siamo informati costantemente sulla situazione e ci dà la possibilità di essere presenti ad ogni sbarco. La collaborazione è ottima anche con la Questura; hanno operatori molto sensibili, viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda.

Da chi è composto il Coordinamento Ecclesiale per l’Emergenza Sbarchi?

Al momento ci sono circa 170 iscritti, tutti volontari, e lavoriamo nella gratuità più assoluta, come ci ha insegnato nostro Signore. In estate i volontari raddoppiano grazie alla presenza dei campi di volontariato organizzati da tutta Italia. Inoltre, al momento degli sbarchi, possiamo contare anche su molti medici e pediatri volontari, che oltre a prestare i primi soccorsi e a verificare le condizioni di salute dei profughi, si danno da fare veramente in tutto, non si tirano mai indietro.
Un grande sostegno al nostro operato arriva da commercianti e cittadini, che offrono sia beni materiali che denaro, che noi poi investiamo in abiti, scarpe e sulle strutture.

In cosa consiste e come si svolge il vostro operato?

Oltre ad offrire beni come vestiti, coperte, scarpe, cibo... appena queste persone sbarcano, cerchiamo di avvicinarle per parlare con loro e cerare di comprendere se hanno dei famigliari che ancora devono arrivare o che si trovano già in Europa, per fare un ricongiungimento. Parlando con loro si scoprono situazioni innimaginabili, portano con sé un bagaglio di enorme sofferenza.
Molte volte poi, purtroppo, non arrivano solo uomini, donne e bambini, ma anche cadaveri. Nel 2016 ne abbiamo contati 60, 45 in un solo giorno. Grazie al Comune, che ha messo a disposizione un terreno, abbiamo allestito un cimitero per queste vittime e come Coordinamento abbiamo offerto supporto alle famiglie per il riconoscimento e successivamente anche accompagnamento psicologico. È stata inoltre realizzata una veglia diocesana per queste vittime, che ha visto una grandissima collaborazione tra Diocesi, Polizia, Marina e Prefettura.

Di cosa, secondo lei, in questo momento ci sarebbe maggiormente bisogno per proseguire con un programma di accoglienza?

Siamo protagonisti di una storia che cambia, ma non ce ne stiamo rendendo conto; stiamo vivendo un esodo e non ce ne stiamo rendendo conto. Credo ci sia bisogno di guardare e pensare all’immigrazione come un punto di partenza, di ripresa: riaprire scuole, riaprire strutture che sono chiuse da tempo per dare accoglienza e formazione significa allo stesso tempo creare nuove possibilità occupazionali. Far vivere queste persone, questi ragazzi e bambini che arrivano da noi all’interno delle nostre società, facendogli fare delle attività e non isolandoli, significa anche far crescere in loro il desiderio di rimanere, e anche questo crea economia. Bisogna capire tutto questo.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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