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Il Dio della vita ed il diritto alla vita di tutti

La comunità di Grado ha sciolto domenica scorsa il voto che da secoli  la vede pellegrina al santuario mariano dell’isola di Barbana

Parole chiave: omelia (6), Santuario di Barbana (26), voto (17), comunità (53), vescovo Redaelli (2)
Il Dio della vita ed il diritto alla vita di tutti

La comunità di Grado ha sciolto domenica il voto alla Madonna nel corso del Perdòn che da secoli la vede pellegrina nella prima domenica di luglio al santuario mariano dell’isola di Barbana. La solenne liturgia sull’isola è stata presieduta dall’arcivescovo monsignor Redaelli e concelebrata, fra gli altri, dall’arciprete mons. Michele Centomo alla presenza delle autorità civili e miliatari e di un gran numero di fedeli.
Pubblichiamo i passi centrali dell’omelia del vescovo Carlo.

"Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra". Parole molto belle e consolanti, quelle del libro della Sapienza che la prima lettura ha proclamato. Ci ricordano che tutto viene da Dio, tutto è stato creato da Lui per l’esistenza e, in particolare, gli esseri viventi perché siano partecipi della sua stessa vita. Ma soprattutto quell’essere vivente creato a sua immagine e somiglianza, cioè l’uomo. Dio è per la vita e non per la morte. L’uomo è destinato alla vita e non alla morte, alla vita per sempre, alla vita stessa di Dio.
Eppure la morte c’è ed è sperimentata come qualcosa di brutto, di malvagio, qualcosa che non dovrebbe esserci. Il libro della Sapienza svela l’origine di questa realtà: non è certo Dio, ma il diavolo, colui che non vuole la vita, ma la morte.  
Ma né la morte, né il diavolo hanno l’ultima parola sulla vita. L’ultima e definitiva parola è stata detta da Gesù, dal suo assumere la nostra morte, sulla croce, per aprirci alla risurrezione. L’ultima parola è la risurrezione. E noi cristiani ci troviamo ogni domenica, il vero primo giorno della settimana, per celebrare la vittoria sulla morte di Cristo, la sua risurrezione e insieme il suo essere morto per noi. Il Risorto, infatti, non dimentichiamolo mai, è il Crocifisso, Colui che ha dato la vita per amore.
La sconfitta della morte da parte di Gesù non è stata una novità nella sua vita, qualcosa di arrivato alla fine e all’improvviso. Tutta la sua attività pubblica è consistita infatti nell’annunciare il regno di Dio e nell’operare segni di vita, soprattutto verso i malati, come anche il Vangelo di oggi ci racconta. Verso i malati, certo, e soprattutto verso coloro che erano comunque ai margini della società: lo dimostra anche il Vangelo di oggi. Per la cultura di allora una donna valeva molto meno di un uomo e se, come era il caso raccontato oggi, essa aveva una malattia che la rendeva impura come la perdita di sangue, ecco che la sua emarginazione era totale. Anche i bambini contavano poco, a maggior ragione le bambine, come quella ragazzina di 12 anni morta forse per anoressia - Gesù dice alla fine di darle da mangiare… - e che appunto Gesù riporta alla vita. Gesù allora è il Signore della vita, Colui che vince la morte, che rivela e conferma il disegno originario di Dio.
Se Gesù è il Signore della vita, allora anche chi nella fede lo accoglie, come quella donna ("la tua fede ti ha salvata"), come quel padre a cui Lui dice: "Non temere, soltanto abbi fede!", deve essere per la vita. E per la vita di tutti, perché ogni uomo, ogni donna ha diritto di vivere, è amato e amata da Dio, è stato creato, è stata creata per vivere come figlio e figlia di Dio.
Non ci possono essere differenze, non ci possono essere uomini o donne di serie B o di serie Z di fronte al diritto alla vita. Ha diritto di vivere il bambino non ancora nato, come il vecchio con gravi malattie neurologiche o chi vive in un cosiddetto stato vegetativo; ha diritto di vivere la persona sana e la persona disabile; ha diritto di vivere il ricco, come il povero; ha diritto di vivere chi è nato in Europa come chi è nato in un paese povero dell’Africa o di altre parti del mondo; ha diritto di vivere il cittadino come lo straniero; ha diritto di vivere chi sta a casa sua come chi scappa da situazioni di guerra e di fame; ha diritto di vivere l’onesto come il delinquente; ha diritto di vivere l’amico come il nemico.
Potremmo continuare con l’elenco. Ma ciò che conta - e ci tengo a sottolinearlo - è il fatto che su questo si giudica l’essere o non essere cristiano, discepolo del Signore della vita o discepolo del signore della morte. E, prima ancora, al di là di ogni credenza o appartenenza religiosa, la qualità umana di una persona.
Non basta però essere per la vita a parole o anche convintamente con il cuore.
Occorrono i fatti.
Certo in riferimento alle opportunità, alle possibilità, alle responsabilità che la vita ci riserva e ci propone. La seconda lettura ci presenta, a questo proposito, un caso concreto che le prime comunità cristiane si sono trovate ad affrontare.
Ricordo brevemente i dati.
La comunità cristiana originaria di Gerusalemme, povera e perseguitata e in una zona colpita spesso da carestie, si trovava in quegli anni in grave difficoltà. Le nuove comunità cristiane, nate dalla predicazione di Paolo in Asia Minore, l’attuale Turchia, e in Europa, in Grecia e Macedonia, pur non essendo particolarmente benestanti, vivevano certamente in una situazione migliore di quella di Gerusalemme. Paolo propone allora una colletta in tutte le Chiesa della Grecia e della Macedonia per aiutare i cristiani di Gerusalemme e - come abbiamo ascoltato - offre anche delle indicazioni prudenziali, dopo aver invitato alla generosità: "Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza". Si tratta del criterio dell’aiuto reciproco per arrivare all’uguaglianza. Interessante anche per noi.
Oggi spetta a noi affrontare con generosità e saggia prudenza i problemi attuali.
Certo verrebbe da domandarsi che cosa chiederebbe san Paolo alle Chiese e ai popoli dell’Europa a fronte delle difficoltà di tante persone di altre parti del mondo. Forse ci inviterebbe anzitutto a rispettare già con le parole e con  i termini usati la dignità di ogni persona, senza demonizzare categorie di uomini e di donne.
Ma oggi Paolo non c’è: spetta a noi porci queste domande, ciascuno come singolo e come comunità, e trovare le risposte concrete. Dio ci ha dato una testa, un cuore, delle mani per cercare fattivamente la strada giusta. E ci ha dato anche lo Spirito Santo perché ci illumini, ognuno secondo la propria responsabilità, a capire come fare. Occorre chiedere il dono dello Spirito, come anche invocare i santi e le sante che prima di noi hanno vissuto coerentemente il Vangelo anche in situazioni più difficili di ora.
E prima di tutto è necessario pregare Maria, Colei da cui è nata la vita, Colei che è Madre di Cristo e quindi Madre di tutti, proprio di tutti, e per questo ci può insegnare a rispettare, ad amare, a soccorrere gli altri.

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