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Grazie volontari!

La Caritas diocesana di Gorizia, insieme ad un team che coinvolge realtà dell’associazionismo sociale e del volontariato locale e della vicina Slovenia, con l’appoggio dei Comuni di Gorizia e Nova Gorica, organizza per sabato 17 settembre la "Festa del Volontario". Il diacono Renato Nucera, direttore di Caritas diocesana, ci racconta l’evento, la sua nascita e la sua finalità

Parole chiave: volontario (15), volontariato (30), Caritas diocesana di Gorizia (5)
Grazie  volontari!

I due anni passati, segnati profondamente dalla pandemia da Covid 19, hanno messo ancora una volta in luce la grandissima portata e rilevanza del volontariato sociale all’interno delle nostre comunità. Schiere di volontari hanno consegnato mascherine, spese, medicinali, hanno dato instancabilmente informazioni e fornito assistenza.
Oggi, per ringraziare di tutto questo grande lavoro svolto, la Caritas diocesana di Gorizia, insieme ad un team di realtà operative nel volontariato e nell’associazionismo, propone la "Festa del Volontario", un momento di ritrovo, approfondimento, ripensamento e di gioia.
L’appuntamento, dal tema "Quale volontariato dopo il Covid 19", in programma il prossimo 17 settembre a Gorizia, ci viene presentato dal diacono Renato Nucera, direttore di Caritas diocesana.

Direttore, si va definendo la "Festa del Volontario 2022": com’è nata e perché, ossia quale l’intento alla base di questo momento di ritrovo?
Questa Festa nasce dall’esigenza e dal desiderio di voler ringraziare le tante persone che, non solo nell’ultimo periodo ma in tanti anni di associazionismo, si sono spese e hanno dato il loro contributo per il bene comune, il bene dei propri fratelli.
Ci sembrava doveroso quindi ricreare un’occasione in cui dire "grazie" e riconoscere tutto il lavoro - non solo quello che è stato ma anche quello che verrà fatto negli anni a venire- ai diversi volontari. Un momento in cui ritrovarsi, ringraziare, conoscersi e riconoscersi.
L’abbiamo chiamata "Festa del Volontario" (e non del Volontariato) proprio perché vogliamo sottolineare come sia la singola persona che decide di dare il suo apporto e di fare la differenza.

Non avete fatto tutto da soli: quali sono i soggetti sono coinvolti nella preparazione di quest’evento e a chi si rivolge?
Quando Caritas ha iniziato a ideare quest’evento, da subito non ha mai pensato di organizzarlo da sola ma ha desiderato coinvolgere un team di preparazione, composto da soggetti impegnati nel volontariato e nell’associazionismo. Ne fanno parte quindi le Acli provinciali, l’ANA provinciale, la Croce Rossa Italiana - Sezione di Gorizia, l’Unitalsi; le fasi di preparazione sono state condivise anche con Azione Cattolica, Scout, Pastorale Giovanile e Centro missionario diocesano. Tutte realtà queste che, attraverso i propri associati e volontari, donano del proprio tempo ai fratelli e alla società per migliorarla, per renderla "meno fredda" e più umana.
La Festa desidera poi essere transfrontaliera, per questo motivo è condivisa con Humanitarno Drustvo Kid e Karitas Nova Gorica - realtà umanitarie con le quali collaboriamo da tempo - che estenderanno l’invito a diverse realtà d’oltreconfine. Abbiamo poi condiviso il progetto anche con i sindaci di Gorizia, città ospitante la Festa, e Nova Gorica ed entrambi si sono dimostrati entusiasti dell’idea, accettando l’invito a prendere parte ai festeggiamenti.
Per quanto riguarda la finalità della Festa, l’invito è rivolto a tutte le associazioni che si occupano di questo, di sociale, e in qualche modo vorremmo si sentano coinvolte tutte le persone di buona volontà.
La solidarietà e il volontariato sono "un atto di libertà personale", ed è nella libertà soggettiva che ognuno offre la propria disponibilità per migliorare la nostra società; per fare questo ci vuole un atto d’amore, che è appunto libertà. L’Amore è qui inteso nel senso più ampio del suo essere: amore per ciò che ci circonda, per la nostra città, il nostro Paese, la comunità, il suo ambiente... In una società in cui tutto ha un "peso", dove tutto è consumo, calcolo e quantificazione, ci si trova "schiavi" di un modo di vivere che non ci lascia liberi. Come possiamo quindi esprimere la nostra libertà? Dando gratuitamente del nostro per gli altri, una libertà che nessuno ci può togliere e non ci condiziona, riscoprendo una radice profonda che ci rende più umani.
Il concetto - che come Caritas da tempo portiamo anche all’interno delle scuole attraverso gli incontri con i ragazzi delle classi superiori - è che salvaguardando ciò che ci circonda (il creato, la nostra città, la nostra comunità...) salvaguardiamo anche noi stessi: è un investimento non solo per il futuro ma anche per il presente e per le nostre vite.

La Festa del Volontario, come illustrava poco fa, vede la partecipazione di alcune realtà provenienti dalla vicina Slovenia, in particolare da Nova Gorica. Una collaborazione, quella con i partner sloveni, che per la Caritas diocesana dura ormai da parecchio tempo e ha visto mettere in atto ottime e partecipate iniziative, ultima in ordine cronologico il riuscito "Laboratorio Senza Confini" svolto in piazza Transalpina solo qualche giorno fa. Queste esperienze di collaborazione, tra le quali si inserisce anche la Festa del Volontario, che apporto possono dare verso il 2025?
Per rispondere parto da un esempio. Nel recente momento transfrontaliero del "Laboratorio Senza Confini", che abbiamo organizzato in collaborazione con diverse realtà slovene e la partecipazione dei Comuni di Gorizia e Nova Gorica, ho desiderato che il tema rappresentato nelle pitture su sassi realizzate dalle studentesse dell’istituto d’arte sloveno rappresentassero il santuario di Montesanto/Sveta Gora, luogo di fede che accomuna le due città; questo a significare come, in un rapporto di amore, le lingue cadono, non c’è divisione linguistica e diventiamo tutti fratelli. Di fronte all’umanità cadono anche le barriere che possono essere rimaste dai retroscena storici; l’amore fa "mettere da parte" e fa tirare fuori solo il meglio. Noi stessi di Caritas con Humanitarno drustvo Kid e Karitas di Nova Gorica abbiamo un rapporto che a volte con le parole fa un po’ fatica, a causa delle differenze linguistiche, ma si basa sui gesti e sugli atti, su ciò che insieme riusciamo a creare e che permette di azzerare tutte le distanze. Quando uno offre il proprio tempo, ama. In quel tipo di linguaggio tutti si incontrano ed è un linguaggio che unisce oltre ogni aspetto. È un linguaggio fattivo, di dono, parla la lingua comune della solidarietà e dell’amore, nel rispetto delle proprie caratteristiche e diversità.
In questa prospettiva speriamo che il 2025 non sia finalizzato a sé stesso ma che si costruiscano rapporti e collaborazioni, uno stare insieme che prosegua poi nel tempo.

Allacciandoci al tema di questa giornata - "Quale volontariato dopo il Covid 19?" - il volontariato negli ultimi due anni è stato sottoposto a una "prova di forza" e a volte anche di "coraggio". Come vede essere cambiato il mondo del volontariato in quest’ultimo periodo e come viene oggi espresso?
Penso che la pandemia abbia portato alla luce ciò che siamo e che alle volte non sapevamo di essere. Ci sono state persone che hanno preferito momentaneamente interrompere il proprio servizio come volontari e rimanere a casa, altre - in particolare giovani - che hanno continuato a darsi, altre che hanno avuto - giustamente - paura, altre ancora che l’hanno vinta e hanno proseguito offrendo il loro contributo.
Penso quindi che la crisi che aleggia sul mondo del volontariato abbia in realtà radici lontane, che si sono sì manifestate nel Covid ma fanno parte di un processo in atto da decenni. Per donare e per donarsi bisogna ricevere e vivere promuovere un modo di essere, un’educazione alla solidarietà; non è soltanto qualcosa di innato e un dovere civico, deve partire dalle famiglie e dal fatto di non quantificare ogni singola cosa che facciamo.
Il senso della solidarietà è andato a mio avviso un po’ a perdersi nel tempo con le generazioni, lasciando spazio alla sensazione di bastare a sé stessi. Far rinascere nei giovani questo desiderio di condivisione è quindi un dovere, che anche Caritas si ripropone di perseguire.

Questo purtroppo è un problema spesso segnalato dalle associazioni, ossia la mancanza di "vocazioni" tra i giovani. Dove ritiene stia l’origine di questo problema? Cosa viene richiesto oggi al mondo del volontariato per garantire un turnover generazionale?
Penso che per i giovani sia molto difficile entrare in "pacchetti" già preconfezionati, scatole chiuse che non danno possibilità di rinnovamento, innovazione, cambiamento. Può succedere che le "nostre" generazioni - degli adulti - abbiano paura del cambiamento che i giovani possono portare, non c’è da vergognarsi, è un fatto generazionale. Credo quindi sia importante, quando un giovane vuole avvicinarsi al volontariato, sempre guidandolo ma lasciarlo fare, lasciare che questi ragazzi possano esprimere in modi diversi ciò che hanno dentro.
Un altro aspetto da non sottovalutare è che i ragazzi oggi sono veramente impegnati da tante cose (studio, sport, lezioni di approfondimento, musica...); quanto tempo rimane? Nel volontariato avremmo quindi bisogno anche delle "generazioni di mezzo" - i 40/45enni - ma nel mondo in cui viviamo, non è obiettivamente impresa facile.
Credo che prima o poi riemergerà una necessità profonda di solidarietà. Ognuno di noi ha un potenziale, un valore in sé; se questo valore rimane nascosto o si esprime soltanto nel chiuso di quattro mura, è un bene "tarpato". La vita diventa un valore ed è pienamente vissuta quando viene donata - ce lo ha insegnato anche Gesù -. Se non viene espressa in questi termini, è un po’ un morire a sé stessi.

Nel 2016, nel corso del "Giubileo dei Volontari", Papa Francesco si è così espresso: "Non c’è misericordia senza concretezza, voi siete la mano tesa di Cristo: ci avete pensato? Cari fratelli voi toccate la carne di Cristo con le vostre mani. […] Voi esprimete il desiderio tra i più belli nel cuore dell’uomo, quello di far sentire amata una persona che soffre". Sono ancora attuali le parole del Santo Padre?
La frase in sé è eterna: tutto il Vangelo parla di misericordia e se si traduce "misericordia" con "amore" si comprende che non c’è amore senza concretezza, nella quale si esprime.
Una cosa sulla quale non si riflette mai abbastanza - e che forse fa paura - è che il povero è uno specchio nel quale noi ci riflettiamo. E nella vita potrebbe succedere che questo specchio si inverta... Nel volto dei fratelli c’è il tuo volto, e il volto di Cristo è in tutti. Quando tendiamo le mani a un fratello che soffre, non facciamo altro che tendere le mani anche a noi stessi.
Le povertà sono le più svariate, non esiste solo la povertà economica; poveri possono essere anche giovani che non hanno una solida figura accanto a sé, povertà è anche la solitudine, la mancanza di affetto, di attenzioni; poveri possono essere anziani soli, gli ammalati, i sofferenti; possono esserlo anche le persone a te vicine o i tuoi famigliari a cui non dai una carezza o un abbraccio da troppo tempo. Per vincere questa povertà non si deve fare altro che andare fuori da sé stessi, per andare incontro a quello specchio nel quale tante volte non ti vuoi riflettere. Ci vuole un po’ del coraggio di Gesù e non bisogna aver paura di mostrare l’affetto, l’amore, il proprio cuore.

Il volontario non è "soltanto" una figura che dedica parte del suo tempo al prossimo ma gli viene richiesta anche una certa preparazione. Da questo punto di vista, quali sono le "caratteristiche" di un volontario Caritas? Che tipo di preparazione gli viene richiesta e come viene preparato?
Oggi la nostra premura è di "togliere" al volontario l’idea che Caritas significhi "fare la carità", nel senso di elargire elemosine. Caritas mette al centro la persona e la sua dignità. Una persona quindi, oltre che essere accolta, non va "abbandonata" dopo averle dato ciò che chiede ma va accompagnata nella ricerca della sua indipendenza. Il lavoro - non semplice - del volontario Caritas è quello di far sì che la persona che si trova nel bisogno possa, nei limiti del possibile, trovare una sua indipendenza. Una delle cose che da evitare è proprio creare assistenzialismo e dipendenza dall’ente.
Una delle prerogative poi che un volontario Caritas deve avere, è quella di non far mai sentire la persona a disagio, mettendosi invece sempre al suo pari, aiutandola a comprendere il problema, cercando insieme una soluzione e aiutandola a "camminare sulle sue gambe".
Altro aspetto importante è quello che Caritas non deve risolvere tutti i problemi da sola, ma deve fare rete con gli altri enti e servizi sul territorio e, non da ultimo, facendo "advocacy", ossia essendo fermento nelle comunità attraverso attività di promozione e sensibilizzazione come animatori della carità e dell’amore, coadiuvando i parroci in questo.
Per quanto riguarda la formazione, i volontari non sono mai lasciati soli: ci sono dei corsi di formazione a livello decanale, dove si approfondisce il ruolo di Caritas, la sua "essenza", il suo compito, le varie Opere Segno, i rapporti con il Welfare comunale e la rete dei servizi sul territorio e, come accennavo, all’atteggiamento da avere, coadiuvati da una psicologa che guida i volontari su come vincere le frustrazioni e il senso di impotenza che si può creare. C’è grande attenzione quindi anche all’aspetto psicologico degli operatori, perché è fondamentale "avere cura di chi ha cura": amare/Caritas significa avere un’attenzione a tutti coloro che ci circondano; una sensibilità a 360°

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