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Essere in una famiglia: un diritto ed una responsabilità

Una nota dei giornalisti cattolici dell’UCSI sulle recenti posizioni del Papa

Essere in una famiglia: un diritto ed una responsabilità

Di nuovo, in tempi diversi e per ragioni diverse, la posizione di Papa Francesco su diverse questioni morali fa scoppiare un clima di riconoscimento in una aperta condanna. Ma il momento diventa anche occasione di una precisazione. "Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo". Queste le parole del Santo Padre.
La legittimità e l’ opportunità di una legislazione civile che regoli un fenomeno sociale senza confondere la dimensione del matrimonio con la semplice unione stabile e veritiera, dunque,  non è nuova nel pensiero di Papa Francesco. Era la posizione che il card. Bergoglio, Primate di Argentina, aveva già difeso da vescovo nel 2010 quando si discuteva del "matrimonio" tra omosessuali; egli fu molto critico rispetto al progetto di quella legge, considerato un "grave danno";  considerava invece  accettabile una normativa di un profilo giuridico proprio.
Dunque, la posizione del Papa non rappresenta una via libera all’equiparazione fra unione e matrimonio civile e, tantomeno, l’apertura al matrimonio religioso degli omosessuali: essa esprime un cambiamento di approccio alla questione e uno sguardo che privilegia i dati positivi ed evangelici su quelli normativi, pur non rinnegando questi ultimi. Una posizione chiara. In pratica, e per esempio, significa intervenire giuridicamente per far sì che chi convive possa entrare senza problemi in un reparto di ospedale per assicurarsi della salute del proprio compagno/a ed occuparsi di lui; o permettere uno snellimento della burocrazia nelle pubbliche amministrazioni o in altre situazioni della vita ecc... Si tratta anche di un richiamo volto a lenire le sofferenze e a comprendere le difficoltà di molte persone. E , allora, perché tante polemiche?
È una posizione che non è stata colta e capita, dentro e fuori l’ appartenenza ecclesiale.  E non solo da ieri.   Un po’ perché le diverse frasi dell’unico ragionamento sono state colpevolmente staccate l’una dall’altra (evidentemente sì...); poi perché tale operazione serviva per uno dei soliti secondi fini, cioè attaccare il Papa su teologia e morale.
Su tutta la questione, è interessante l’analisi per punti proposta e pubblicata da Vania De Luca giornalista vaticanista di Rai News e presidente dell’Unione Cattolica della Stampa Italiana. Ve ne offriamo la sintesi: 1. Il trailer del docufilm - con la parte sotto la lente e finita sotto accusa - l’avevano i giornalisti culturali (in particolare quelli che fanno critica cinematografica) e non i vaticanisti; 2. Le frasi ormai ben note sono rimbalzate dagli Stati Uniti in tutto il mondo poco prima che il docufilm venisse proiettato al festival del cinema di Roma, creando la notizia senza che ci fossero gli elementi utili per contestualizzarla; 3. Nessuno per via ufficiale ha risposto alle domande dei vaticanisti, cioè: in che contesto il Papa aveva rilasciato quelle dichiarazioni e come mai la frase sulla copertura legale alle unioni civili risultava nuova, finora inedita, visto che si trattava di risposte a un’intervista del maggio 2019 e riprese nel documentario. 4. Il regista ha preso tre frasi di parti distinte di un lungo girato e le ha messe in sequenza, omettendo le domande. Ci sono volute diverse ore per comprendere questo dettaglio non del tutto secondario. Senza nulla togliere al significato di ogni singola frase, non è - giornalisticamente parlando - il modo più corretto di procedere, perché qualche forzatura semantica è inevitabile.
Occorre inoltre, e subito, precisare che la condanna non sta mai nella logica del Vangelo e che la morale sessuale è spesso causa di incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa da parte delle giovani generazioni, in quanto viene percepita come uno spazio di giudizio e di esclusione. I due punti di vista risultano chiari, assodati ed evidenti pure nelle esortazioni apostoliche Amoris Laetitia e Christus Vivit.
Dunque, si deve dire che l’impianto dottrinale non viene stravolto. Il Papa, con uno specifico gesto pastorale, chiede fortemente forme di tutela garantite da un adeguamento civilistico sul tema.
Proprio perché ricamare sulle forzature semantiche è comodo, occorre imparare anche nella comunicazione, a distinguere i piani e le responsabilità. Quelle dei teologi e dei pastori ma anche quelle dei comunicatori, giornalisti e degli uomini di scienza o cultura. Farsi domande è una cosa, pronunciare giudizi è un  altra, servirsi di detto e non detto è... obbrobrioso. Tutti siamo chiamati ad essere al servizio della misericordia e del comandamento dell’amore. Ognuno per la propria strada.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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