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Covid-19: dal presente al futuro

Come ha cambiato la pandemia il nostro modo di stare in società? Come sono mutati i nostri stili di vita? Un’analisi del professor Alberto Gasparini, sociologo

Parole chiave: Alberto Gasparini (1), sociologia (1), Covid 19 (70), pandemia (12)
Covid-19: dal presente al futuro

La pandemia - che sta continuando a farsi sentire anche in questa rovente estate - ha portato con sé, oltre a drammatiche perdite che mai dimenticheremo, anche un corollario di problematiche socio-economiche che, purtroppo, ci accompagneranno probabilmente per lungo tempo.
Come sono cambiati quindi i nostri modi di vivere e di fare, il nostro "stare" in società? Quali aspetti mai visti prima ha generato questo fenomeno?
Lo abbiamo chiesto al professor Alberto Gasparini, sociologo già direttore dell’Isig - Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia.

Professore, la pandemia ha all’improvviso cambiato le nostre vite. Guardando indietro al primo periodo, quello segnato da un lungo lockdown, che "effetti" (dal suo punto di vista di sociologo) ha scatenato nel più immediato sulla società? Ci sono forse alcuni di questi che si stanno in qualche modo a suo avviso radicalizzando?
In effetti vi sono state diverse fasi segmentate nel corso di questi ultimi due/tre anni, dal 2020 al 2022, nell’esplosione del Covid-19, con il sovrapporsi delle stagioni dove l’inverno ha rappresentato il ricorso di lockdown per il virus e dove l’estate, col caldo, ha attenuato la sua presa sulla popolazione. Tale sovrapposizione di periodi freddi e caldi ha prodotto degli atteggiamenti di abbandono, seguiti a sensazioni di essere usciti dalla pandemia per poi ripiombare nella desolazione più profonda, e quindi nel non sapere cosa fare e come riguadagnare il superamento definitivo della pandemia da Covid-19. Inoltre la pandemia ha colpito prima le regioni e le persone che sono addette, ad alto livello, di relazioni con l’esterno, sia di carattere economico, turistico, culturale, ecc.
Così, anche in Italia, il virus si è diffuso prima nella Lombardia, nell’Emilia Romagna, nel Veneto, nel Piemonte; e poi nelle regioni del Centro Italia; per espandersi in seguito, ma con tempi e livelli economici relazionali meno forti, nel Sud Italia, e con intensità minore di rapporti con l’esterno. e in particolare con l’internazionale.
In sintesi, vi sono state delle fasi iniziali dove ha prevalso l’esperimento dello stare in casa sull’ auto-convincimento e sulla celebrazione che "andrà tutto bene": stando in casa a lavorare ("smart work"), a studiare, con i fratellini, i figli piccoli e gli adolescenti. Ma poi in un secondo momento, simile tran tran casalingo comincia ad annoiare e a influenzare negativamente le relazioni intra-familiari e sociali, e subentra una voglia di ritornare alla vita pre-pandemica, fatta di equilibrio fra vita svolta fuori e dentro casa, e ritornando al dialogo con l’esterno. Tuttavia di fronte a questo stile di vita si ha l’esplosione della pandemia virale, con qualche caso di familiari, di amici e di colleghi di lavoro che si ammala gravemente, e poi muore anche.
Cosa fare, come fare, come reagire? Le comunità nazionali, regionali, della città, del quartiere, del luogo di lavoro e della famiglia si affidano alla scienza, ai medici e ai para-medici, alla società, ma anche alla messa a punto di vaccini che cominciano ad avere successo. Poi tale successo può essere superato da varianti del Covid-19, prima il Delta, poi l’Omicron, e così via. Quindi il vaccino già sperimentato e diffuso viene superato, e la società scientifica deve elaborare altre risposte e altri vaccini, da distribuire. È a questo punto che, accanto alla maggioranza della popolazione che si vaccina, si forma una minoranza che rifiuta di farlo, sprovvista di green pass, e così certe minoranze radicalizzano il rifiuto dei vaccini, sviluppando una sfiducia nella sanità, e con ciò esponendo al virus dove vivono i componenti della famiglia e del posto di lavoro che già si sono vaccinati. Ciò semplicemente perché ci si aspetta di potere vivere senza i vincoli imposti dal Covid-19.

Si possono individuare i caratteri sociologici di questa minoranza?
Nel primo periodo del Covid-19, lungo la pandemia e i lockdown, emerge una popolazione che finora era almeno socialmente invisibile, e che possiamo definire "gente di mezzo", in quanto si colloca tra quella che si è autorealizzata in quanto è perché si è costruita il futuro su un progetto in parte realizzato, e quella che non si poneva obiettivi di grande carriera e che aveva fondato la propria vita sul privato e su un lavoro che dava il guadagno per la vita della propria famiglia: moglie, figli; un futuro spostato sui figli e sui "sani" valori, e anche realizzare la proprietà della casa, e/o un’azienda piccola da lasciare ai figli, ecc.
La "gente di mezzo" è composta da persone che si sono incamminate verso un futuro caratterizzato dato da una carriera positiva e congruente agli obiettivi individuali, ma che però, in tale percorso, è successo qualcosa che l’ha bloccata.
E cioè queste persone si sono eventualmente laureate, e poi hanno cominciato a trovare un lavoro. È il caso di chi pensava di fare carriera nell’università, o in altre istituzioni, o nella creazione di una attività privata.
Ma ciò non è avvenuto, e così si è creata una delusione forte e quindi una notevole frustrazione. Naturalmente tutto ciò è stato attribuito a chi l’ha giudicato male, o perché il concorso era truccato, o perché la persona doveva lavorare subito, e non aveva risorse per aspettare i tempi dell’autorealizzazione, ecc.
In realtà è innegabile che ad ogni crisi sociale, e ci riferiamo a questa vissuta dalla "gente di mezzo", c’è stata a monte molto spesso una crisi psicologica, che dobbiamo saper guardare come sfiducia sia in chiave individuale che in chiave collettiva. Alla base della sfiducia nei confronti dell’informazione vi è una mancanza di fiducia in senso più ampio che si intreccia con il percorso di sviluppo della personalità. A questo proposito i due psicologi Guido Giovanardi e Vincenzo Lingiardi nell’articolo "So tutto io, e non ci credo: come nasce un no-vax" (2021: 13-14), partendo da "relazioni problematiche e non ’sicure’ (in famiglia), i bambini possono essere portati sviluppare un atteggiamento auto-protettivo di chiusura rispetto alla fiducia interpersonale, e dunque di vigilanza epistemica (cioè relativa alla conoscenza). Tale attivazione porta a due esiti negativi: si può sviluppare una ’sfiducia’ pervasiva e pietrificante, in cui si tende a rifiutare completamente e invariabilmente le informazioni che provengono dall’altro; oppure, al contrario, si assume una disposizione di ’credulità’, per cui si accetta indiscriminatamente tutto ciò che l’altro propone.
Il problema di entrambe le strategie, purtroppo spesso necessarie per sopravvivere in alcune famiglie, è che, nel lungo termine, possono riprodursi in ambito scolastico (complici una cattiva didattica e una scarsa attenzione ai delicati percorsi evolutivi della fiducia epistemica) e poi rivolgersi al contesto allargato, impedendo al soggetto di godere dei benefici dell’apprendimento sociale"
Per questa via vediamo che alla base della suddetta "gente di mezzo", individuata su elementi individuali e sociali, psicologici e sociologici, vi è un modo di interpretare in senso profondo della realtà e in senso diffusivo nel tempo su una "sfiducia" della conoscenza, che producono uno oscurantismo antiscientifico e "sentieri tortuosi della sfiducia epistemica che possono arrivare a rifiutare i progressi della ricerca medica e scientifica, con le loro ricadute sulla collettività in nome di convinzioni e sentimenti molto personali" (Ibidem 2021: 14).
Queste convinzioni e questi sentimenti vengono a formare il gruppo sociale che abbiamo chiamato "gente di mezzo".
Tale gruppo sociale, come detto, è di cultura media e medio-alta, e si dota di "influencer" o addirittura "guru", che hanno una visibilità pubblica molto estesa, e di alcuni che sono pure intellettuali: essi sono, cantanti, attori, ma un qualche medico, o anche qualche filosofo o intellettuale in pensione, che diventano guide di questo pensiero che cerca di convincere della presa del potere da parte governativa o del ’politicamente corretto attraverso complotti, dittatura, manipolazione, con affermazioni che sono in contrasto con la conoscenza e il consolidamento della conoscenza scientifica, e delle evidenze scientifiche e della medicina.
Nel seguito di queste riflessioni, consideriamo valori di tale gruppo e degli altri gruppi, e più in generale come la lettura del Covid-19 assume per due strade opposte tra i no-vax e i sì-vax.

Quali sono i valori che i gruppi sociali vivono e condividono o disapprovano?
Tali valori sono dominanti e fanno riferimento a condizioni e situazioni come le seguenti: la nascita, la morte, il dolore, l’eternità, Dio, la storia, la riproduzione, la sessualità, il piacere, l’autorealizzazione, il successo e quindi il dominio simbolico o reale, la solidarietà, l’amore, la natura.
La chiave di lettura dei valori richiamati possiamo individuarla anzitutto nel criterio diacronico-sincronico, che vede l’uomo come anello di un flusso del tempo oppure come inizio e fine di una condizione che è capace di abbattere progressivamente le limitazioni che la natura gli pone. Situazioni lette in quanto valori, come nascita, morte, storia, riproduzione, natura appartengono al primo gruppo di valori (fluire dell’uomo); o in quanto valori, come dolore, sessualità, piacere, autorealizzazione, successo e dominio, solidarietà appartengono piuttosto al secondo gruppo di valori (uomo inizio e fine). Vi sono poi valori che, a seconda del dominio dei primi valori o dei secondi, assumono connotati differenti.
Eternità può comprendere tutti i tempi e tutte le storie dal passato al futuro, ma può anche essere circoscritta al presente vissuto quotidianamente quando la dimensione storica perde di rilevanza ed invece lo spezzone presente della vita dell’uomo viene assolutizzato.
Anche Dio, a seconda dei contesti, può essere collocato all’inizio, nel corso e alla fine della catena del flusso e dunque si configura come trascendenza; ma da certe società, tutte piegate sull’uomo, può essere individuato nell’uomo stesso, come punto terminale di un processo di liberazione dalle limitazioni e quindi supremo arbitro di sè stesso. In questo contesto si tratta anche di una visione immanente di un "dio piccolo", nel senso che non ha pretese di diventare un uomo presente anche nel passato e nel futuro, ma che può più modestamente ’gestire’, però in modo assoluto, la propria vita quotidiana e un certo spezzone, seppure piccolo, di società attraverso l’essere dominatore di se stesso.
Anche il valore "natura" è ambivalente, poiché in una concezione storica dell’uomo essa, con le sue leggi e i suoi ritmi, regola il comportamento e la storia dell’uomo seppure l’uomo stesso tenti di svincolarsi dalla natura attraverso una fabbricazione alternativa ad essa (con la città, la macchina, l’artificiale in generale) di un legame con la divinità. In una concezione in cui l’uomo è gestore della propria eternità, in qualche modo perché cerca di costruirsi un mondo svincolato dalla natura (la vecchiaia, ad esempio), e pur se ha deposto la pretesa di dominare la natura esterna ad esso, poiché si è accorto che tale pretesa non produce che deturpamento ambien-tale, spreco irrimediabile di risorse, rivolgimento radicale della qualità dell’ambiente vissuto (Gasparini 2017: 203-204: Alberoni 1993).
Come si colloca la società occidentale nei confronti del sistema di valori discussi? E più in particolare, possiamo collocare i due tipi di valori relativi all’"uomo inizio e fine" e di valori relativi al "fluire dell’uomo", in relazione alle culture che fanno riferimento ai gruppi della maggioranza della popolazione e al gruppo della minoranza che abbiamo chiamato "gente di mezzo"?
Ciò appare ancora di più quando gli scienziati, le ricerche sanitarie e le prime medicine antivirus prendono corpo con i vaccini, ed inoltre il governo impone degli obblighi nel lockdown come distanziamento tra persone, e l’uso di mascherine su bocca e naso, ed evitare spostamenti da casa a studenti, lavoratori, tecnici, imprenditori, e a tutta la popolazione.
È in questo contesto che nasce un movimento, in particolare, di opposizione ai vaccini e che assume un atteggiamento di sfiducia ideologica verso il governo, di negazione della utilità della pandemia e soprattutto di opposizione alle linee di azione del governo, e ricorrendo ad accuse di questo terrorismo informatico, di manipolazione di massa, e addirittura sanitaria (come scrive Segatori 2022), ma che in verità la maggioranza della popolazione già vaccinata ha contribuito alla diminuzione dei contagi e della mortalità da Covid-19. Ovviamente chi si vaccina appartiene alla quota di popolazione più anziana e più fragile (alle malattie).
Ma ora il Covid-19, con la diffusione del vaccino, attacca molto meno anziani, e comincia a diffondersi invece nei giovani e in coloro che sono no-vax. Naturalmente è facile indicare questi della minoranza di insensibilità verso la parte di persone più fragili che vivono a loro contatto nella propria famiglia e nella propria comunità. È il no-vax che comincia a formare un’ideologia basata sull’individualismo e sulla sua "immortalità".
L’immortalità del no-vax si riferisce al periodo dell’individuo, compreso fra "il suo inizio e la sua fine", tra la nascita e la morte, sempre più rimandata nel tempo e dominata dalla salute e quindi dal diritto alla salute. Tutto ciò è basato su quei valori che sopra abbiamo definito come concezioni dell’"uomo inizio e fine" piuttosto che come concezione di "fluire dell’uomo nel tempo".
Eppure Massimo Recalcati in "Per una poetica delle istituzioni" (2022: 257) evidenzia come non esista alcun diritto di immortalità così come non vi è nessun diritto alla salute, ma piuttosto, se c’è un diritto possibile, questo è alla cura, e non altro. D’altra parte ancora Recalcati scrive che "è un tema ideologico che oggi ha preso le forme delle proteste no-vax. Possibile che non ci si accorga che il gesto della vaccinazione non è solo una scelta finalizzata a tutelare la propria vita ma a rendere possibile la maggiore tutela per tutti? Per esempio per i malati che necessitano assistenza e trovano le strutture ospedaliere alle prese con l’emergenza a causa della loro negligenza civica? Possibile che non si riesca a vedere che la libertà di ciascuno non è un assoluto, qualcosa di completamente slegato dalla vita della comunità, che si inscrive sempre in una rete complessa di connessioni?" (Ibidem 2022: 259).
Riappare perciò che l’atteggiamento del no-vax (o altrimenti detto "gente di mezzo"), così radicalizzato produce almeno la dimenticanza dello spirito sul quale si basa la  comunità: anzitutto familiare e più in generale nel quartiere, nel paese, nella cittadina, e nella città, e poi quando lo stesso non vaccinato è il più esposto ad essere colpito dal virus, spesso anche in maniera violenta, e di conseguenza con ospedalizzazione estrema.
Ma c’è un aspetto che il no-vax mostra, e che riguarda la coincidenza delle ragioni di essere contrario al vaccino con la giustificazione che essa è dovuta alla contrarietà al governo nazionale, in quanto la vaccinazione è letta come una macchinazione governativa per far fare affari alle aziende sanitarie con la produzione e la distribuzione di questi vaccini.
Tale rifiuto dell’anti-vax tende poi a sovrapporsi con un atteggiamento anti-governativo italiano di contrasto verso l’Ucraina, ed invece esprimere un favore verso la corrente russo-putiniana nella guerra europea in corso. Ciò complica ancor più l’interpretazione politica dei no-vax per la preferenza verso le tesi russe, e quindi i partiti nazionali italiani in vista di elezioni.
Come si vede il movimento no-wax diventa anche politico, con l’allargamento della complessità del movimento no-vax e alla logica del suo consenso politico e partitico.

Stavolta possiamo purtroppo dire che abbiamo conosciuto da vicino la Paura. Esiste una cura? Come possiamo "guarire" a livello sociale?
Sì, abbiamo conosciuto la paura, che si è tuttavia presentata in forme diverse.
Così vi è una "paura estrema", che va oltre la capacità di farvi fronte, ed esprime una percezione di estrema impotenza verso di essa e di rappresentare un pericolo estremo, oltre il quale vi può essere (quasi) solo la morte. Questa paura prende la forma del panico.
L’essere colpito da Covid-19 al primo stadio, le persone non sanno come farvi fronte, e quindi si trovano indifese da esso, ed anzi si sentono in balia della morte.
È un sentimento che può capitare e condividere in una camerata di militari, dove si può essere in pericolo di essere colti da meningite, con febbre alta e vivere accanto al portatore, inconsapevole, del relativo batterio. Dunque questa paura è dovuta all’impotenza di offrire soluzioni, richieste per difendersi nei confronti dei pericoli. Nel caso della Covid-19 questa paura senza soluzioni del primo momento consiste nella non conoscenza del vaccino per affrontarne la cura.
Ecco allora che si resta ancora in attesa del vaccino per non abbandonarsi a cosa può succedere: alla morte o a cure tradizionali che ancora non si sa quanto siano efficaci.
Nella prima ora o nei primi tempi, ci si abbandonava a quello che poteva succedere: che era spesso la morte senza avere la possibilità di assistenza dei parenti e dei propri cari. È stato impressionante in questi primi mesi, in attesa delle medicine e della scoperta del vaccino, l’assistere alle lunghe file di camion militari che portavano bare in cimiteri lontani dai propri paesi o agli inceneritori.
L’unica cosa da fare era aspettare ciò che poteva capitare: stando in casa, anziani, genitori, scolari e studenti, e al massimo urlando dalle finestre e/o esponendo striscioni con la scritta scaramantica "Andrà tutto bene!".
Verso la fine del 2020 cominciano ad apparire i vaccini (in primo luogo lo Pfizer-BioNTec, al quale poi seguono il secondo, il terzo e recentemente il quarto vaccino), estendendoli a pazienti privilegiati come gli anziani, ad altre categorie più fragili, e poi ad altre età più giovani. Ancora non è scomparsa la paura, ma essa non è più per l’impotenza iniziale verso il virus, in balía di ciò che poteva capitare, e quindi con le notti passate ad aspettare se si arrivava al mattino, e come poteva essere il mattino, restando dominati dallo choc (Cfr. Baricco 2020: 160-166), e dal terrore.
Ora, invece, la paura col vaccino dà una percezione che attiva risposte possibili, che dipendono anche da noi. E perché? Perché si è attivata una via scientifica alla "quasi sconfitta" del Covid-9, come del resto anche nel passato è sempre successo così.
Certo siamo agli inizi della soluzione, ma la scienza può fornire successivi perfezionamenti, sia per guarire e/o sia per attenuare la violenza dello choc portata dal virus. Anche questo è capitato sempre così! È certo che ci vuole una collaborazione dell’individuo con la scienza e con l’organizzazione della comunità, della sanità degli ospedali. Questa paura vissuta nella soluzione attiva ad affrontare realisticamente il problema ridà in mano alle persone e alla comunità sociale scientifica e organizzativa l’uscita dal coronavirus. E questa è una via seguita dalla maggioranza delle persone a recuperare la salute.
In verità c’è la minoranza di persone, almeno all’inizio della assunzione del vaccino, che nicchia (per paura) o perché è giovane e ritiene di essere immune "per definizione" dal Covid-19 o per altre ragioni concrete, e poi col tempo il rifiuto è ideologizzato e costruisce un sistema di idee e discorsi "inventati", che vengono chiamati dittatura sanitaria, manipolazione di massa, terrorismo informativo.
Per questa via vengono articolati dittatura, manipolazione e terrorismo in conseguenze più analitiche: distruggere la libertà, abolire la verità, negare la sanità e la natura, diffondere l’odio, aspirare al potere totale (Cfr. Segatori 2022: 113-144).
Al rifiuto del vaccino si aggiungono poi tante cose che partono dalla scienza, poi da medici ebrei che hanno fatto degli esperimenti sulle persone nei campi di concentramento nazisti, che in seguito si sono fatti vivi nelle imprese farmaceutiche attuali per far fare affari attraverso i vaccini ed eradicare il Covid-19, per manipolare i bambini, per costruire una nuova dittatura politica, ecc. In altri termini per questa minoranza di persone la paura del Covid-19 è un falso problema, perché non esistono il coronavirus e la relativa pandemia, ma esiste semplicemente una influenza, che può colpire i più deboli.
Dunque non c’è alcuna paura, ed anzi quello che ci può essere di reale è un cambiamento radicale e rivoluzionario della società, utilizzando gli strumenti della manipolazione, dei social media e della ideologia.
Nella realtà è un fatto innegabile che la diffusione del Covid-19 si sia fortemente ridotta con l’adozione dei vaccini, che il Covid-19 "morda" molto meno e in forme attenuate, in quanto le forme più gravi di Covid-19 riguardano le persone che hanno rifiutato di vaccinarsi. Eppure, dicono i no-vax, la paura del Covid-19 in questo modo è stata sconfessata e sconfitta perché il virus "non c’è mai stato".
Dunque con l’avvento dei vaccini la paura è dominabile in due modi: o con l’adozione del vaccino (diffuso nella maggioranza delle persone) o con il rifiuto dell’idea stessa che esista il virus, ridotto a semplice influenza, e rifiutando le soluzioni scientifiche anche contro l’evidenza dei fatti.
Queste paure sono perciò dominate dalla maggioranza delle persone col ricorso alla scienza o, dalle poche persone, con il rifiuto della scienza e con il ricorso all’ideologia culturale, rafforzata dalla sua diffusione alla sfera politica, partitica e anti-governativa.
Da questo punto di vista si ha l’affermazione del libero pensiero contrapposto al "politicamente corretto".
Recentemente è stato pubblicato dalla romanziera Paola Mastrocola e dal sociologo Luca Ricolfi un "Manifesto del libero pensiero" (2021). Così è nato il "Manifesto dei LiberoParolisti", composto da 26 punti. Il primo punto afferma che "Non vogliamo vivere sotto una cappa, ma in luoghi aperti ai venti, dove l’aria circoli liberamente" (Ibidem 2021: 99), e il 26mo punto afferma che "Milioni di persone nulla sanno e nulla intendono sapere delle diatribe dei molestatori della lingua. Hanno il diritto di continuare a farlo" (Ibidem 2021: 104).
Più in generale le due paure dominabili dalle persone riconducono anche a quei valori che in precedenza abbiamo indicato come "fluire dell’uomo" e a valori che abbiamo indicato come "uomo come inizio e fine".
Ma oltre a queste paure esistono altre paure? Probabilmente esistono delle preoccupazioni o delle sfide che possono essere superate con la inventiva e con la capacità di inserire nei valori vissuti quelli del fluire dell’uomo nel tempo presente come momento e connessione tra passato e futuro.

Si diceva che ne saremmo usciti migliori. Dal punto di vista sociologico trova ancora uno spiraglio di verità in questa affermazione?
Possiamo domandarci cosa vuol dire uscire migliori di prima.
Anzitutto dovremmo essere migliori delle paure che abbiamo provato nella pandemia, e in particolare dovremmo passare dalle paure che non siamo capaci di (o impotenti ad) affrontare alle paure che siamo capaci di affrontare con la nostra creatività personale e con quella che insieme agli altri riusciamo a realizzare nell’ambito della comunità sociale e con gli strumenti operativi e organizzativi che la tecnologia ci permette di elaborare e di risolvere i problemi posti dalle paure risolvibili.
Da questo punto di vista abbiamo elaborato (o ri-elaborato) modalità nuove, come lo smart work, i vaccini contro il Covid-19, e abbiamo riscoperto il valore dell’operare in comunità.
Perché, all’opposto si dimostra velleitario lottare da soli la pandemia portata dal Covid-19, a scapito della famiglia, dei bisogni delle generazioni diverse, e nell’ambito di un egoismo individuale e in una sorta di immortalità "fai da te", gestita in solitudine, nelle proprie disuguaglianze sociali verso i più deboli, che la minoranza no-vax ha già evidenziato.
In secondo luogo sembra che pure la pandemia prodotta dal Covid-19 tenda assumere degli aspetti sempre più attenuati o che ad ogni modo possiamo dominare, anche se in verità questa pandemia assume forme diverse ed anche nuove.
Infatti il dominio sociale, tecnologico e sanitario di questa pandemia assume forme consolidate e stabili, che, di conseguenza, producono nuovi cambiamenti sociali nella società, o continuano cambiamenti già in atto, nella forma di migrazioni di massa, cambiamenti climatici, e un continuo utilizzo di fake news; ma anche cambiamenti concreti della pandemia determinata dalla mobilità sociale, dalla migrazione internazionale e dal turismo, dal rafforzamento di una guerra sulla crisi del cibo e dalla devastazione naturale inimmaginabile .
In realtà ci rendiamo conto che nella storia le pandemie da virus, e anche da batterio (cfr. Camus 2017), sono state sempre interpretate in forme diverse, diversamente positive, a seconda che l’interprete fosse "globalista"; o sovranista, nazionalista, protezionista; o ambientalista (Rampini 2020: 8ss.). Ed inoltre, se si vuole prevedere il futuro che può succedere in una pandemia, o in questa pandemia, si dovrebbe usare degli scenari di previsione esplorativa che proietta il presente al futuro con il difetto che questo futuro è molto legato al passato, non prevedendo perciò che non si abbiano delle novità, oppure degli scenari di previsione normativa che "inventa" l’anticipazione del futuro, la quale dovrebbe fare i conti con la realizzabilità di questi criteri normativi, dove è difficile che le anticipazioni siano realizzabili.
In altri termini la previsione del futuro, è in balía tra proiezione dal passato al futuro (previsione esplorativa) e anticipazione tratta da una propria aspettativa e inventiva (previsione normativa) (Cfr. Gasparini 2000; ma anche Capua 2020; Liani, Tellia e Tonino 2020; Ansalone 2021).
In verità qui a noi non interessa interpretare in concreto e in tempi molto articolati, la società che seguirà dal presente o dalla appena superata pandemia da Covid-19, perché le novità, i cambiamenti, gli attori delle previsioni sono mutevoli anche per il fatto che le novità e i cambiamenti sono proprio altamente imprevedibili.
E allora limitiamoci al fatto che noi siamo cambiati nel breve e nel medio periodo per effetto dell’esperienza di una diffusa pandemia che ha fortemente ridotto le relazioni con l’esterno internazionale, con l’urbano, con l’organizzativo, col comunitario, con l’ambiente di lavoro, col mondo familiare.
Da questo punto di vista, abbiamo imparato, nel meglio, a enfatizzare, o riscoprire, alcuni valori che riguardano il rapporto e il dialogo con le altre persone nell’ambito delle comunità, nelle diverse dimensioni di questa apertura empatica verso l’esterno.
Quindi abbiamo re-imparato ad aprirci agli altri, il che significa recuperare un spazio con gli altri e il fluire del tempo con le altre generazioni, e con il senso del tempo e del presente spazio con il passato e il futuro. Tale sfida credo che possiamo averla imparata.

Papa Francesco ha detto che "Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla". Ecco, come possiamo non sprecarla? Cosa dobbiamo imparare, che lettura dare a quello che abbiamo vissuto?
Io credo che il messaggio di questa crisi (cfr. Roitman 2022: 43-47 ) e le paure che abbiamo imparato a dominare, e che ci siamo sforzati di superare, siano la parte del dramma da non sprecare. La lettura, che abbiamo cercato di dare, l’abbiamo in parte affrontata, e quindi ora penso che dobbiamo imparare nel futuro ad interpretare e a dominare le possibilità da realizzare nel tempo che ci è dato da vivere e nello spazio relazionale che abbiamo la possibilità di realizzare. In concreto questo presente riguarda anzitutto le ’generazioni C’: i bambini che hanno visto chiudersi le scuole per il Covid-19; i ventenni che si affacciavano su un mercato del lavoro improvvisamente sconvolto; i trentenni che erano all’inizio di una carriera e sono stati licenziati da imprese fallite" (Rampini 2020: 6) o ridimensionate. Ma questo recupero di comunità e dei nuovi valori riguarda anche gli anziani e le generazioni deboli. Quella degli anziani ha vissuto una progressiva degenerazione, almeno nelle loro ultime generazioni. Infatti gli anziani degli anni sessanta erano persone che fin da giovani si aspettavano di vivere analoghi ruoli da anziani, e poi invece si sono trovati soli, senza alcun potere in famiglia e nella comunità, e quindi senza essere più considerati dalle generazioni adulte. Ma anche gli anziani dell’attuale Covid-19 e delle malattie croniche si sono trovati isolati dagli affetti più cari se non isolati nelle più dure condizioni del coronavirus e (della morte) senza potere avere intorno a sé i figli, i nipoti, e i parenti stretti.
Ecco che Papa Francesco lancia il messaggio di non "sprecare i giorni difficili che abbiamo vissuto". Nella intervista che Papa Francesco rilascia a Paolo Rodari troviamo le risposte seguenti:
Paolo Rodari: "Come si possono vivere questi giorni affinché non siano sprecati? Papa Francesco: "Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, familiari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro. Ci sono gesti minimi, che a volte si perdono nell’anonimato della quotidianità, gesti di tenerezza, di affetto, di compassione, che tuttavia sono decisivi, importanti. Ad esempio, un piatto caldo, una carezza, un abbraccio, una telefonata … Sono gesti familiari di attenzione ai dettagli di ogni giorno che fanno sì che la vita abbia senso e che vi sia comunione e comunicazione fra noi. Paolo Rodari: Solitamente non viviamo così?  Papa Francesco: A volte viviamo una comunicazione fra noi soltanto virtuale. Invece dovremmo scoprire una nuova vicinanza. Un rapporto concreto fatto di attenzioni e pazienza. Spesso le famiglie a casa mangiano insieme in un grande silenzio che però non è dato da un ascolto reciproco, bensì dal fatto che i genitori guardano la televisione mentre mangiano e i figli stanno al telefonino. Sembrano tanti monaci isolati l’uno dall’altro" (Papa Francesco 2020: 126-127).

Riferimenti bibliografici
Alberoni, Francesco, Valori, Milano, Rizzoli, 1993.
Ansalone, Gianluca, Geopolitica del contagio. Il futuro delle democrazie e il nuovo ordine mondiale dopo il Covid-19, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2021.
Baricco, Alessandro, Virus. È arrivato il movimento dell’audacia, in Federico Rampini (cur.), Il mondo che sarà. Il futuro dopo il virus, Roma, GEDI, 153-166, 2020.
Camus, Albert, La peste, Milano, Bompiani, 2020.
Gasparini, Alberto, "Invadenza e controllo dell’impatto della tecnologia sui valori umani e post-umani", Futuribili, vol. XXII, n. 2: 191-219, 2017.
Gasparini, Alberto, Prediction and futures studies, in Edgar F. Borgatta and Rhonda J. V. Montgomery (eds.), Encyclopedia of Sociology, New York, MacMillan, 2000.
Giovanardi, Guido e Vittorio Lingiardi, "So tutto io, e non vi credo: come nasce un no-vax", Salute. Star bene secondo la scienza, Anno 3, n. 10, 2021.
Liani, Giuseppe, Bruno Tellia e Mauro Tonino, Storie spezzate. L’Italia al tempo del coronavirus, Pasian di Prato, L’orto della cultura, 2020.
Mastrocola, Paola e Luca Ricolfi, Manifesto del libero pensiero, Milano e Roma, La nave di Teseo e GEDI, 2021.
Papa Francesco, Non dobbiamo sprecare i giorni difficili che abbiamo vissuto, in Federico Rampini (cur), Il mondo che sarà. Il futuro dopo il virus, Roma, GEDI, 125-128, 2020.
Rampini, Federico (cur.), Il mondo che sarà. Il futuro dopo il virus, Roma, GEDI, 2020.
Recalcati, Massimo, "Per una poetica delle istituzioni", Limes, n. 1: 255-262, 2022.
Roitman, Janet, "Il senso della crisi. Virus, narrazione e politica non necessariamente nella medesima direzione", Il Regno. Attualità, n. 2: 43-47, 2022.
Segatori, Adriano, Covid-19. 31 gennaio 2020/31 gennaio 2022. Due anni di terrorismo informatico, di manipolazione di massa e di dittatura sanitaria, Roma, Settimo Sigillo, 2022.

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