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Covid 19: battaglia da vincere insieme

Abbiamo incontrato il dottor Gianpaolo Martinelli, responsabile infermieristico del Pronto Soccorso e Medicina d’urgenza di Gorizia, e ci siamo fatti raccontare da lui questo periodo, cercando di capire cosa è cambiato - e come è cambiato - nel lavoro del Pronto Soccorso

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Covid 19: battaglia da vincere insieme

I mesi appena passati sono stati per tutti gli ospedali una grande prova. Tutti abbiamo visto le immagini dei reparti pieni di persone in grave difficoltà a causa del contagio da Covid 19, con medici e infermieri stremati da una situazione complicatissima da gestire, che non avevano mai visto né vissuto.
Anche per gli ospedali della nostra Azienda Sanitaria sono state settimane complicate, che hanno rivoluzionato il modo di accogliere e trattare il paziente. Abbiamo incontrato il dottor Gianpaolo Martinelli, responsabile infermieristico del Pronto Soccorso e Medicina d’urgenza di Gorizia, e ci siamo fatti raccontare da lui questo periodo, cercando di capire cosa è cambiato - e come è cambiato - nel lavoro del Pronto Soccorso, com’è stata la reazione dei pazienti e, non da ultimo, abbiamo voluto chiedergli cosa possiamo fare noi cittadini, quali atteggiamenti assumere nei confronti di questo virus, per aiutare medici e infermieri nel loro lavoro.

Dottor Martinelli cosa vi è stato chiesto, come servizio di Pronto Soccorso, di mettere in atto?
Il mandato che ci è arrivato come Pronto Soccorso riguardava l’intercettare e tracciare possibili casi Covid 19. Inizialmente avevamo dei criteri di riferimento - la Lombardia, il Veneto… - dove i soggetti potevano aver avuto contatti, quindi il nostro incarico era quello in qualche modo di bloccare i potenziali casi, per far si che gli ospedali di Gorizia e Monfalcone rimanessero "Covid Free". Solo successivamente il nostro nosocomio è stato selezionato come reparto di terapia intensiva dedicata ai casi affetti da Coronavirus.
Abbiamo così predisposto un "filtro", per mezzo dell’installazione di alcune tende esterne all’area pre - triage già dal 21 febbraio, attivo sulle 24 ore con la presenza di personale infermieristico esperto, per sottoporre i pazienti in arrivo alla misurazione dei parametri vitali, in particolare della temperatura. Questa strategia ha concesso di dare risposta al mandato, ossia di preservare le strutture e così è stato, anche in anticipo rispetto ad altri.

Alla luce di questi cambiamenti, quali sono state le reazioni tra il personale ospedaliero e i responsabili?
Innanzitutto cito la parte emotiva, che ha prevalso: eravamo preoccupati non tanto per noi, quanto per le ricadute che potevano esserci sugli utenti e di conseguenza anche sui nostri familiari.
Personalmente ho visto tra il personale e tutti i responsabili una professionalità e una competenza che va ben oltre il proprio mandato lavorativo. Hanno tutti concorso e partecipato per svolgere al meglio questo compito che ci era stato affidato: non era semplice, non era scontato ed era soprattutto molto impegnativo, perché riguardava qualcosa che non conoscevamo appieno. Un’esperienza professionale che nessuno di noi aveva mai svolto prima e per la quale nessuno aveva un bagaglio professionale e culturale riguardo a quelli che potevano essere i risvolti.
Grosso gioco di squadra è stato svolto in collaborazione stretta e serrata con il Dipartimento di Prevenzione, che fa capo alla dottoressa Breda e alla dottoressa Maggiore. Abbiamo avuto un feeling strategico per quanto riguarda la parte operativa, con confronti professionali che avvenivano con grande frequenza. Ogni qualvolta c’era una perplessità, avveniva un contatto, un confronto stretto. Ciò che abbiamo svolto è stato trasferito a loro e ciò che loro hanno svolto lo hanno trasferito a noi. Questi valori, queste competenze e queste professionalità riconosciute da entrambi i lati hanno permesso veramente di fare squadra, di filtrare al meglio tutto quello che stava avvenendo attorno alle strutture ospedaliere e ha concesso di mantenere gli ospedali indenni.
C’è da dire poi che non solo la parte sanitaria ha potuto svolgere al meglio quanto richiesto, ma anche il cittadino ha fatto quei sacrifici richiesti e dimostrato senso di responsabilità: utenti e pazienti hanno capito e ci hanno aiutati in questo.

Parlando proprio degli assistiti, come definirebbe la loro risposta? Qualche volta si è forse dovuti intervenire per "palcare" alcune difficoltà, magari malumori o incomprensioni?
Gli utenti soprattutto all’inizio erano molto spaesati, perché non sapevano come comportarsi. Tutto veniva in qualche modo filtrato e nessuno all’infuori dei pazienti poteva entrare all’interno del Pronto Soccorso, i familiari si dovevano allontanare - questo per proteggere tanto l’utente, quanto le famiglie -.
C’era un po’ di sconforto nei famigliari e negli pazienti per una situazione che nessuno aveva mai vissuto e sulla quale non si poteva avere un confronto, c’era diciamo una certa perplessità. Ma tutto il personale si è prodigato per accogliere nel miglior modo possibile gli utenti, per farli sentire a casa, anche con frequenti contatti telefonici alle famiglie per dare informazioni. Tutto quello che riguarda l’aspetto di contorno assistenziale è stato messo in campo per facilitare e rendere meno pesante questo percorso e questo periodo.

Facendo riferimento al Pronto Soccorso, com’è stato allestito per questo periodo e che cabiamenti ha portato nel lavoro del personale? Che tipo di impegno è stato chiesto e come hanno risposto i suoi colleghi?
Con il direttore, il dottor Fioretti, abbiamo dovuto riorganizzare i percorsi, compatibilmente con lo stato dell’arte dei locali del Pronto Soccorso, ripartendo gli spazi e dando una disposizione che fosse efficace alle azioni messe in campo nel pre - triage.
A seconda delle proprie condizioni, o a seconda del sospetto contagio, la persona veniva indirizzata verso determinate aree. Nello specifico il Pronto Soccorso di Gorizia era stato diviso in due: l’area dei sospetti Covid e l’area dei non sospetti.
Gli spazi sono stati ridefiniti in tre zone di isolamento a stanza singola, dove la persona sospetta o accertata Covid 19 veniva messa in isolamento, assistita e trattata, quindi indirizzata verso la struttura competente, che per noi era stata individuata su Trieste. Ancora oggi la persona viene accolta e, se vi è un sospetto, indirizzata in una di queste aree in attesa dell’esito del tampone.

Come viene deciso se effettuare o meno  il tampone a una persona in arrivo al Pronto Soccorso?
Per le persone che hanno il sospetto e che presentano una patologia degna di nota, viene fatto il tampone; per le persone che hanno necessità di essere ricoverate e quindi trattenute all’interno della struttura ospedaliera, vengono anche fatti i tamponi; per le persone invece che hanno patologie minori e che non presentano segni relativi a sospetto Covid 19, non vengono effettuati tamponi.
Un esempio: oggi a una persona che non presenta sintomi sospetti, che si presenta con un corpo estraneo nell’occhio, non viene fatto il tampone. Invece tutti quelli che presentano patologie che riguardano l’apparato respiratorio o hanno situazioni di alterazione della temperatura corporea oltre i 37,5°, allora viene svolto un approfondimento.
Questo sia all’ospedale di Gorizia che in quello di Monfalcone, dove i Pronto Soccorso lavorano all’unisono e scambiandosi informazioni e consulenze.

Nel vostro lavoro, nella vostra quotidianità, cos’è cambiato?
Direi che nulla è cambiato, solamente si sono "allungati" i tempi, perché c’è una maggiore attenzione sui passaggi all’interno del presidio e soprattutto si presta molta attenzione all’indirizzamento delle persone che vanno in un’area rispetto all’altra.
Abbiamo poi delle attenzioni particolari sui flussi delle persone in entrata ed in uscita e questo "rallenta" la quotidianità.
Da parte del personale questo comporta un periodo di vestizione e svestizione per poter accogliere queste persone. Ciò cosa significa: se un infermiere o medico lavora all’interno dell’area dei sospetti, rimane solo in quella, non può transitare nell’area riservata ai casi non sospetti Covid 19, se non attraverso la svestizione.
Si lavora sempre con i dispositivi di protezione individuale: camici, tute, guanti, mascherine, occhiali di protezione e visiere, cose che prima venivano utilizzate solo ed esclusivamente in casi di sospette malattie infettive.
Ciò ha in qualche modo un impatto da un lato emotivo (accogliere la persona completamente bardati ha un certo effetto), dall’altro lato è un’attenzione necessaria per poter contenere e limitare la diffusione di questa malattia.

Ora che la situazione, almeno per quanto riguarda i nostri territori, sembra più sotto controllo, come definirebbe il lavoro svolto a Gorizia? Crede che, in qualche modo, l’essere stati anche scelti come centro Covid abbia portato ad una crescita per il nostro ospedale?
Credo di sì. I nostri ospedali fanno parte di una rete, non sono isolati, costituiscono quindi un tassello della rete ospedaliera regionale.
Il fatto di aver svolto in nostro mandato in un determinato modo ci ha messo in una condizione favorevole riguardo a quella che era la difficoltà operativa. L’essere diventati successivamente una rianimazione Covid è stato quasi un percorso naturale della nostra attività; nessuno si è tirato indietro, nessuno ha obiettato. Certo la preoccupazione c’era, c’è stata e ci sarà sempre quando di fa qualcosa di diverso e soprattutto di così impegnativo e sconosciuto. Tutti hanno risposto nel miglior modo possibile dando la propria disponibilità ed essendo sempre presenti senza indugi. Il personale ha dato non il 100, ma il 120 per cento; sono davvero meritevoli di un ringraziamento, senza loro nessuno sarebbe riuscito a svolgere nulla di tutto questo.
Ci si è rimboccati le maniche, ci si è impegnati al massimo. È doveroso ringraziarli perché il personale è la parte centrale di tutta la nostra attività: noi prestiamo dei servizi sanitari alle persone, ma sono fatti da persone.
Voglio anche portare un ringraziamento alla Direzione Medica Ospedaliera di Gorizia e Monfalcone, nelle persone del Direttore Sanitario, il dottor. Daniele Pittioni e della dottoressa Orietta Masala, nonché al Direttore Generale, dottor Antonio Poggiana, che ci hanno sempre sostenuti in questo periodo così complicato e difficile.

Ci stiamo avviando ora alla Fase 3, quella verso un recupero della normalità e di convivenza con il virus: ci sono alcuni atteggiamenti sui quali, da medico, vorrebbe porre l’accento? Quali precauzioni e attenzioni raccomanda a tutti noi?
Tutti vorremmo rientrare nella normalità, è quello che ognuno auspica.
Il problema è quello di fare un piccolo sforzo ancora nell’ascoltare, rispettare e seguire le regole: mettere in atto il distanziamento sociale e l’utilizzo di mascherine quando siamo in prossimità delle persone. Questo non porta solamente a far sì che non vi sia la diffusione del virus, ma che vi sia anche una forma di rispetto della singola persona nei confronti delle altre persone. Non vuol dire che si limita la capacità di ognuno di noi, ma si va in direzione della condivisione del problema e quindi significa che assieme possiamo farcela: non vince uno solo, vinciamo tutti.
Selina Trevisan

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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