Editoriali
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Il primato di Dio

Il pellegrinaggio diocesano dell’8 settembre a Barbana segna l’inizio di un nuovo anno pastorale. Il suo significato fondamentale è riconoscere il primato di Dio non solo nella vita personale di ciascuno ma anche nella vita della Chiesa. Noi siamo innanzitutto il frutto dell’azione di Dio; riconoscerlo significa lasciare che la sua relazione con noi si riveli nella nostra vita e diventi testimonianza, missione. Nella sua essenza l’attività pastorale consiste in questa manifestazione dell’amore di Dio attraverso la vita quotidiana di ciascuno.

Maria, la madre di Gesù, di cui l’8 settembre si festeggia la memoria della sua nascita, ha accettato che la relazione con Dio diventasse il motivo fondamentale della sua vita. Si tratta di una relazione di amore, perché Dio è amore. E l’amore è l’unica relazione che non esclude niente e nessuno, ma include tutti. Gesù infatti lo ha dimostrato con la sua vita. Maria per aver accettato pienamente l’amore di Dio non solo non ha escluso nessun affetto dalla sua vita, ma grazie a quella maternità ricevuta in dono è stata la mediazione generatrice di amore per tutta l’umanità. Ha portato in grembo un amore totalmente inclusivo che non esclude nessun uomo, di cui noi e tutta l’umanità è figlia. Questa qualità dell’amore che include tutto e non esclude niente perché tutto genera e mantiene in vita (distruggendo ciò che impedisce alla vita di crescere) è detta misericordia. L’amore, che è Dio, è misericordia e Maria ha sperimentato la misericordia di Dio come nessun’altra creatura. Così è diventata la sorgente, la porta della Vita che è Gesù.
Andare a Barbana all’inizio di un anno pastorale è come dire che anche noi vorremmo essere capaci di accogliere la Vita come Maria e di metterci al suo ascolto e al suo servizio come ha fatto lei. Origine e fondamento di ogni azione pastorale è questa l’accoglienza che ci fa capaci di amare in modo inclusivo e non egoistico e che trasforma il mondo facendolo diventare quel paradiso terrestre per cui è stato fatto fin dall’inizio. Accogliendo la Parola di Dio che è Gesù diventiamo testimoni del suo Amore e missionari del suo Vangelo.
Cinquant’anni fa, subito dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa in Gorizia riprendeva con rinnovato entusiasmo il suo impegno missionario mettendosi a servizio di Chiese in terra d’Africa. È stato l’inizio di una storia coinvolgente, ricca di impegno e solidarietà. L’anno pastorale che inizia sarà l’occasione per non dimenticare questa storia in modo da poter guardare al futuro della cooperazione missionaria con grande fiducia e speranza.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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