Gorizia
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Fondamenti e provocazioni per riprendere la strada

Concluso il primo ciclo dei "Dialoghi di corte Sant’Ilario" che ha proposto al pubblico la riflessione sui temi della Fragilità, del Futuro e del Confine

Parole chiave: Dialoghi di Corte Sant'Ilario (2)
Fondamenti e provocazioni per riprendere la strada

Il duomo di Gorizia ha ospitato nei mercoledì 9,16 e 23 settembre i "Dialoghi di corte sant’Ilario". L’iniziativa promossa dall’Arcidiocesi ha visto la partecipazione del prof. Giovanni Grandi e di don Tullio che moderati da Luigina Cotti si sono confrontati sulla "Fragilità", della dott.ssa Gabriella Burba (che ha coordinato la preparazione dell’intero ciclo) e di padre Luciano Larivera S.J. che hanno dialogato con le sollecitazioni del nostro direttore Mauro Ungaro sul "Futuro", del prof. Luca Grandi e del giornalista Jurij Paljk che rispondendo alle domande di Guido Baggi, hanno proposto la riflessione sul "Confine".
Alla ricerca di fondamenti solidi per costruire il domani di tutti: questo l’intendimento con il quale la diocesi ha proposto tre appuntamenti  denominati "Dialoghi di corte S.Ilario" con il preciso obiettivo di offrire spunti e motivi - oltre che alla comunità ecclesiale - alla città, agli uomini e donne del nostro tempo, ad una comunità spaesata e in difficoltà resa ancora più fragile, esposta e insicura.
Le tre piste - animate da interlocutori che hanno posto con grande puntualità i termini delle questioni dal punti di vista culturale, sociale ma anche economica, teologica e politica - secondo un caleidoscopio che voleva essere stimolante, anche a livello di una nuova spiritualità con la quale - dopo la pandemia - riprendere il discorso ed il dialogo della vita, del lavoro, della politica e della cultura, hanno lasciato aperte intuizioni, percorsi e  provocazioni. Tentiamo un’eco possibile.
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Fragilità: scoprirsi deboli, in una condizione di marcata vulnerabilità (esaltata dal corona virus) umana delle persone e delle comunità di fronte alla crisi della scienza, ai limiti di una cultura del consumo e del privilegio di chi ha di più, del perbenismo e del favoritismo…e ai limiti di un retorico populismo, quanto colpevole si saprà fra poco, è già tanto. Ma non è tutto. Troppi luoghi comuni -prefabbricati ad arte e distribuiti a facile mercato- hanno consentito di mandare in niente la resistenza che la popolazione italiana da subito ha saputo dimostrare. I restringimenti hanno fatto scuola sia pur in presenza di un popolo che sente anche troppo intensamente le divisioni in guelfi e ghibellini.
La capacità di fare fronte ha conseguito successi (in termini di salute e di preservazioni dalla diffusione del virus) ma non ha certo messo la parola fine alla tentazione di piangersi su se stessi e lasciare spazio a troppe parole (e gesti) in libertà. Fino al punto di alludere al facile provincialismo e alla idea che sta dietro: uno vale uno; una opinione contro l’altra, anche se suffragata da ricerca, studi, confronti e competenza.  Un’altra fragilità, pertanto, che purtroppo non lascia spazio a comodi luoghi comuni (va tutto bene) e che si apre a più pericoli e rischi come dimostra il presente (ritorno del virus)
Impareggiabile la lezione del riconoscimento del limite della scienza, della vita, della religione e della fede … di tutto; singolare l’invito al silenzio e all’ascolto silenzioso anche in conseguenza dell’abuso fatto di troppe parole; un silenzio che può farsi accompagnamento per cercare insieme il senso dentro all’esperienza del non senso. I credenti, senza privilegio alcuno, sanno di potersi  fondare a partire  proprio dalla fragilità: quella del corpo di Cristo Signore, abbandonato e  fragile sulla croce, il quale ha accettato di svuotare se stesso per essere servo ed insegnare la via dell’amore che resta la strada fragile ma capace anche di vincere la morte.
Una dimensione dunque, quella della fragilità, che non è riducibile né a una diminuzione di numeri e di forze o di iniziative e che, pertanto, apre prospettive esigenti per il credente e per la chiesa, invitati a  dialogare con la cultura di oggi non più sulla potenza ma sul confronto e la donazione.
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Futuro. E’ insieme la nuova dimensione del presente e conserva il legame forte con il passato. Il domani della società di questo primo ventesimo anno del secolo XXI e, insieme, quello della Chiesa e della fede, non scaturisce né da una constatazione sociologica o da una affermazione riduttiva che gli  ideologismi sono finiti, morti e sepolti.  E non solo quelli del secolo passato. Anche il liberalismo -con le sue dottrine di esaltazione sui diritti individuali- non sembra essere la strada percorribile e, tantomeno, la proposta credibile. Quando dimentica gli ultimi, e li ritiene  lo scarto, mentre invece si devono considerare la comunità degli uomini e donne, dei fratelli e delle sorelle che, oltre ad essere connessi fra di loro molto di più di quanto  possano dimostrare i nuovi media, costituiscono la componente essenziale insieme con la persona.
Lasciarsi travolgere ancora dalle idiozie liberalistiche, rifugiandosi dietro alla non più credibile ideologia sulle potenzialità mitiche del mercato, è un abbaglio pericoloso. Non solo non è mai avvenuto nella storia; anzi, la cosiddetta forbice si è spaventosamente (e colpevolmente) aperta: pochi o ricchissimi, la stragrande maggioranza sempre più povera. In un quadro desolante di ingiustizia e diseguaglianza.
La categoria del futuro, forse, richiama quella (abbandonata dopo l’idolatria) dell’utopia? In tanti ne hanno scritto anche recentemente e sono uomini del diritto e della sociologia a conferma che, appunto, non solo si può ma si deve sperare e tentare di realizzare concretamente le cose in cui si crede e si spera. Nella libertà dalle ideologie ma anche nella concretezza del vivere di un popolo, di una società e di una comunità cristiana, di una città. Noi crediamo che valga anche per Gorizia quando smetterà di rotolarsi nelle illusioni ma anche nei fantasmi del passato, raccontato spesso ad uso e consumo del presente.
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Confine: tutte le definizioni sono possibili: da quella limen e del limite… ma Gorizia e il Goriziano non è terra di confine. Lo è stato dal 1948 al 2004. Prima, e anche dopo ci auguriamo, è terra di incontro, di collaborazione e di convivenza. Da sempre -utile ed indispensabile il riferimento ad Aquileia e alla storia stessa di Gorizia- è terra di accoglienza, via di comunicazione, luogo di confronto e di annuncio perfino: portatrice cioè  di un messaggio che va oltre ai confini e fa della differenza la ricchezza che qualifica, contraddistingue e valorizza. Costruisce il domani.  La condizione è una ed una sola: quella di conoscere, di approfondire la storia e di confrontarsi. La storia non è solo maestra di vita, diventa anche fonte sicura per cogliere l’anima autentica di un popolo che è sempre stato "multi" (italiano, sloveno, friulano, tedesco, bisiaco, gradese e ancora altro, tanto altro…) e che non ha scoperto questa dimensione negli ultimi anni o in rispondenza di vicende contrarie o  imposizioni (dopo una guerra persa?) ritenute ingiuste e oscure.
Senza andare fino in fondo, e conoscere il tessuto vivo di questa storia che è quella degli uomini e donne che ne hanno colto il segno con coraggio e fiducia, restiamo fermi al palo. Non c’è domani. Un futuro che è costruito da uomini di dialogo vero, di concordia e pace, di confronto ruvido ma costruttivo. Faccitori di verità, uomini e donne del sì sì e no no.
Gorizia e Goriziano sono "confine" in una molteplicità di diversità; le vie di comunicazione che lo attraversano restano i binari anche del futuro perché lo sono stati per duemila anni e - anche con i nuovi media - possono costruire insieme presente e futuro. Un futuro che è dentro al quadro di quella Europa dei popoli e delle culture che il Goriziano ha collaborato a costruire per essere unità e convivenza, somma di diversità capaci di parlarsi e di avere un domani.
Una proposta, per i prossimi dialoghi: amore, pietà e donazione.

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