Cormons - Gradisca d'Isonzo
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Gli Zoppolatti, famiglia di notai e sacerdoti

Sono presenti a Cormons da oltre 400 cento anni. L'attività di ristorazione iniziata a fine Ottocento

Parole chiave: Zoppolatti (1)
Gli Zoppolatti, famiglia  di notai e sacerdoti

Se si naviga in Internet alla ricerca della parola Zoppolatti il web fornisce una lunga serie di notizie  che si riferiscono all’attività di ristorazione che la famiglia cormonese esercita da oltre cento anni. O di Paolo Zoppolatti, che è stato uno degli chef più presenti nei 10 anni della "Prova del cuoco". Ma gli Zoppolatti a Cormons non sono stati solo questo. Se si rovista tra le carte di famiglia o negli archivi si scopre che è una delle famiglie più antiche e storiche del centro collinare. La loro presenza a Cormons è attestata già nel Cinquecento e nei secoli successivi gli Zoppolatti facevano ben altro che destreggiarsi tra i fornelli: troviamo, infatti, tra il Settecento e l’inizio dell’Ottocento, ben tre notai, un cancellerie, un avvocato, un dottore in legge e tre sacerdoti, che per la loro attività hanno segnato la vita cormonese di quei tempi.
Ma andiamo per ordine.
La famiglia a quanto pare proveniva da Zoppola ed era giunta a Cormons con un altro cognome, Caldiraro, che con il tempo venne sostituito da Zoppolatti come si usava sovente a quei tempi indicare le persone con il nome del paese di provenienza. Nome che spesso veniva storpiato tanto che nei vari archivi lo si trova scritto in diversi modi, con qualche doppia persa nel pennino o anche tronco. Infatti, il primo documento che cita uno Zoppolatti è il registro dei battezzati della parrocchia del 1583, dove  è annotata la nascita di Paula Zoppolat, figlia di Giobatta anche se non è certo che appartenesse alla stessa famiglia.
Comunque già nel 1600 gli Zoppolatti abitavano l’attuale casa che si trova tra le vie Matteotti, Cancelleria vecchia e Pozzetto, come riportano alcuni documenti del 1690 sottoscritti dal notaio Alberto Zoppolatti registrato nei registri parrocchiali come Adalberto. Questo fu il primo di una serie di notai  i.a.(imperial auctoritate) appartenenti alla famiglia Zoppolatti, il quale operò secondo quanto riporta il Notariato goriziano fra il 1647 e il 1697.
Porta la firma di Alberto Zoppolatti il rogito testamentario con cui il 4 febbraio 1651 l’arcidiacono di Gorizia e parroco di Cormons barone Luca Del Mestri dispose di alcuni suoi beni che si trovavano sul monte Quarin, non distanti dalla chiesa della Beata Vergine del Soccorso fatta costruire dallo stesso Del Mestri nel 1636.
Tra gli atti notarili sottoscritti da Alberto  Zoppolatti va segnalato poi quello stipulato nel 1694 nella "domo parrocchiale Mossae", che riguardava il testamento di don Giovanni Zorzini.
Un altro documento notarile fu siglato a Cormons nel 1696 e si riferiva a lavori effettuati nella pieve. Giovanni Blasutic nel suoi "Memoriali" riporta che l’8 gennaio 1696 si svolse una riunione tra"il podestà Francesco Hortolano, Girolamo Moretti, Gioseffo Bernardelli, il cameraro Leonardo Thomadin e il vicario don Nicolò Coronino" per deliberare la realizzazione nella vecchia chiesa di Sant’Adalberto di un altare da intitolare a San Giuseppe. Fu convenuto che Leonardo Pacassi avrebbe ricevuto 210 ducati di L. 6 l’uno per le proprie spese restando a carico dei progettisti "il carego delle pietre da far condurre dal Lisonzo fino a Cormons, e di darli sassi, calzina, sabion, travi, tolle e chiodi e quanto occorrerà per la fabrica".
Riporta sempre il Blasutic che "Prima detto Pacassi haverà da far la rotura del muro giusto al dirimpeto dell’altra Cappella della B.V. del Rosario, et stabilire la cappella simile a quella con il suo volto e mezze lune, et fenestra. Secondariamente haverà da far l’arco con pezzi di pietra più alti sia possibile, con le base, et capiteli più politi però dell’altre, et ben fregate acciò restino con più lustro, et così due scalini da basso con il fatizado". Il 16 dicembre 1696 annota che  "L’anzidetto lavoro fu compito col giorno 16 dicembre 1696 come consta da ricevuta di Giovanni Pacassi, come anche altri lavori stimati dal Pacassi lire 503,10 liquidate dal perito e cancelliere Alberto Zoppolatti in lire 431 pure queste pagate".
Alberto Zoppolatti, il cui segno notarile presenta una struttura a doppio obelisco sormontato da una croce fu infatti pure perito estimatore e cancelliere della giurisdizione di Cormons, detenuta dai conti della Torre.
L’attività di notaio proseguì poi con Paolo,(citato anche come Paulo) Zoppolatti), figlio di Alberto nato nel 1683 e sposatosi nel 1717 a Cormons, nella chiesetta di San Rocco, con Anna Momenti. Il suo segno notarile è raffigurato da un cuore marcato da una croce, dal quale usciva un giglio attorniato dal motto "Candoris amore langueo", che significa "Languisco al desiderio di  purezza".
La firma di Paolo Zoppolatti la si trova in calce a un documento del 1711 di autenticazione di un atto notarile del 1697. Anche il notaio Paolo prestò la sua opera a favore della parrocchia cormonese: in una breve nota redatta intorno al 1740 - una sorta di rendiconto delle spese - il parroco don Francesco Saverio de’ Terzi riporta di aver dato "al sig, Paulo Zoppolatti dal mio proprio dinaro lire 66 per aver agito per la V.da parrocchiale come consta da sua ricevuta".
Paolo Zoppolatti ha rogato poi nel 1726 il testamento di don Francesco Helaro, di Ipplis, mansionario  di Aquileia, con il quale fra l’altro disponeva che il suo erede, il nipote Leonardo, doveva costruire una cappella da intitolare a San Martino. Volontà che è stata esaudita, anche se la chiesetta di San Martino non esiste più, trasformata in abitazione probabilmente durante delle ristrutturazioni edilizie. Il Nazzi sostiene che fu utilizzata come abitazione dal sagrestano della chiesa di San Leopoldo e questo ci fa supporre che la chiesa di San Martino non distasse lontano da quella di San Leopoldo.   
Terzo dei notai Zoppolatti fu Lelio Giuseppe, figlio di Paolo, nato nel 1725, "imperiale auctoritate" dal 1748 al 1752. Nel 1761  sposò nella chiesa parrocchiale di San Pietro la baronessa Caterina Orsola Panizzoli di Vertoiba, ultima discendente di una famiglia di origine trentina, che ebbe tuttavia nell’ultimo periodo una triste fama a causa di tre fratelli Panizzoli, prozii di Caterina, che uccisero la propria madre e furono poi giustiziati. Lelio fu partecipe della vita cormonese certificando come notaio numerosi verbali delle sedute del Consiglio dei  dodici e autenticando antichi documenti come quello che nel 1572 stipulava la convenzione tra i Nobili e il Consiglio di Cormons con il conte Raimondo della Torre per il taglio di legna dai boschi cormonesi necessari per il castello di Vipulzano.
Altri tre Zoppolatti furono uomini di legge: Paolo Michele, classe 1767, figlio del notaio Lelio, esercitò la professione di avvocato, mentre il fratello Giobatta di 10 anni più giovane fu cancellerie. Il terzo, Giorgio,  nato nel 1809 e figlio di Giobatta si laureò in legge nel 1845 a Padova, ma non riuscì a esercitare la professione perché morì poco dopo.
La famiglia Zoppolatti, pur non avendo alcun titolo nobiliare, fu fin dal Seicento una delle famiglie più in vista e importanti di Cormons, legata da vincoli di amicizia con le più importanti casate. Lo testimoniano i padrini e le madrine che tennero a battesimo i numerosi rampolli di casa Zoppolatti: nei libri parrocchiali si trovano citati i nomi dei baroni Del Mestri, dei conti della Torre, dei Locatelli,  Formentini e Colombicchio tanto per citarne alcuni. Oltre alla casa  padronale, possedeva anche dei terreni in particolare sul monte Quarin.
Nella famiglia Zoppolatti non ci furono solo giuristi, ma donò alla Chiesa una serie di sacerdoti. Il primo fu Michele Zoppolatti, figlio del notaio Alberto e fratello di Paolo, classe 1686, ordinato sacerdote nel 1712.  Esercitò il suo ministero sempre a Cormons e fu per 41 molti anni, fino alla morte avvenuta nel 1769, vicario parrocchiale, figura a quei tempi molto importante perché era il vero curatore d’anime. Già nel 1715 il vicario Nicolò Coronini segnalò al Podestà e al Consiglio dei dodici la possibilità di nominare don Michele suo coadiutore. "Non potendo da me solo adempiere al mio ufficio per l’età avanzata - scrive  Coronini - sono costretto a prendermi un coadiutore nella persona del M. R. Michele Zoppolatti (…) che ha dato saggi di virtù e bontà, che lo hanno reso degno di pubblico gradimento et del loro  grazioso plauso".
Va ricordato che per gli Statuti, che il Conte di Gorizia aveva concesso alla comunità cormonese fin dal 1436 e riconosciuti poi dai vari imperatori di Casa d’Austria, la nomina del vicario spettava al  Consiglio dei dodici (una sorte di Consiglio comunale ante litteram) che si riuniva assieme al podestà nella Loggia comunale, che  si trovava nella piazza poco distante dal Duomo. La nomina  del vicario, incarico a vita, veniva di solito ratificata dal patriarca di Aquileia.  Il vicario di fatto reggeva la parrocchia perché fino al 1733 i parroci, tutti di nomina imperiale, risiedevano fuori Cormons. Alcuni venivano solo nelle grandi ricorrenze oppure per prendere le prebende che gli spettavano. Certi addirittura non vi misero mai piede.
Don Michele Zoppolatti, deceduto Coronini, nel 1728 venne nominato vicario dal Consiglio dei dodici, e confermato dal patriarca Dionisio Dolfin e "canonice installatus ab archidiacono". La nomina a vicario venne eccezionalmente approvata anche dall’imperatore Carlo VI.
Don Zoppolatti visse in uno dei periodi più intensi della vita religiosa di Cormons, percorse oltre 50 anni di un secolo, il Settecento, vivace e ricco di fermenti e di iniziative sotto il profilo religioso: l’arrivo dei Domenicani, la nascita delle Consorelle della Carità e della Dottrina cristiana, la costruzione delle chiese di San Leopoldo, di Santa Caterina (Rosa Mistica) e del Duomo, di cui non poté vedere l’apertura avvenuta nel 1770, un anno dopo la sua morte.
Il vicario seppe intrecciare amicizie e rapporti con le famiglie nobili del luogo tanto da trarre non pochi benefici anche economici.
Nella relazione della visita pastorale che l’arcivescovo Carlo Michele Attems effettuò per la prima volta alla parrocchia di Cormons, nell’aprile del 1753, c’è un lungo elenco di benefici che don Michele riceveva oltre a quelli che gli spettavano per il suo ruolo di vicario che consistevano "in tritico staria 13 in vino urna 11", dei quali tre quarti servivano per la Messa e per gli altri offici divini. Ma riceveva anche vino e frumento dalle famiglie nobili come i Del Mestri, Pittoni, Nehaus, Madrisio, Ongaro, Zamberlan e Franzon. Dalla sua stessa famiglia percepiva "tritico staria 2 e vini urnas 2". Inoltre dalla chiesa matrice per  i diritti di stola ogni anno riceveva 22 ducati. Infine possedeva campi per due ettari dai quali ricavava "tritico 7.5  staria e vini urnas  8".
A don Michele Zoppolatti diciamo che non faceva difetto l’ambizione tanto che, anche per l’assenza del parroco, quando venne nominato vicario volle insediarsi con la solennità usata per i parroci, in particolare con l’imposizione del berretto da parte dell’arcidiacono. Al nuovo parroco barone Francesco Saverio de’ Terzi, il primo che nel 1733 prese residenza nel centro collinare, non piacque affatto quell’investitura che percepiva come un ridimensionamento del suo potere ministeriale. D’altra parte anche don de’ Terzi aveva un carattere forte e sono noti i forti contrasti che ebbe con il vescovo Attems che aveva concesso i sacramenti alla comunità di Borgnano, che venne elevata da cappellania a curazia. E non era solo questione di riconoscere i diritti della popolazione delle frazione, quanto per la chiesa matrice perdere i proventi che derivavano dalla somministrazione dei sacramenti quali i battesimi e i matrimoni e la celebrazione dei funerali.  
Comunque il parroco de’ Terzi nel 1746  contro il vicario Zoppolatti presentò ricorso all’imperatrice Maria Teresa, che gli diede ragione e con un decreto annullò l’avvenuta investitura. Don Zoppolatti, nonostante i rapporti con il parroco non fossero idilliaci, continuò a esercitare il suo ruolo di vicario fino alla sua morte avvenuta nel gennaio 1769, all’età di 83 anni.
A Cormons in quel periodo esercitavano il loro ministero pastorale altri due sacerdoti della famiglia Zoppolatti: don Giuseppe, fratello di don Michele, nato nel 1697, che ricoprì l’incarico di cappellano nella chiesa della Subida, e il nipote don Francesco (1720-1802). E proprio don Francesco succedette allo zio come vicario. La nomina avvenne nella riunione del Consiglio dei dodici del 25 gennaio 1769 secondo le procedure previste dagli Statuti comunali.
C’è una lettera, inviata "alla Magnifica comunità", con cui don Francesco Zoppolatti si candida alla nomina di vicario dopo la morte dello zio don Michele. Ecco qualche stralcio: "(…) quantunque mi vedo destituito di ogni precedenza di merito avanti questa Magnifica Comunità, tutta volta mi fò coraggio, affidato nella loro bontà, di ricorrere nelle loro grazie, per la collocazione di me di questa sacra vicarial cura, siccome dissi che io non ho alcun merito, perché quantunque io abbia servito nella Veneranda Chiesa Parrocchiale per il corso di 24 anni tutti volti, pur ravvisando la mia debolezza e meschinità, nel servizio prestato. (…); il vedermi segnalato colla relazione della promessa sacra cura vicariale, non potrei che riferirla se non che ad un atto di loro bontà, e gentilezza, verso la mia miserabile persona. Desidererei nel corso delli predetti anni 24 d’averli potuto dare maggiori contrassegni del mio vivo cuore a vantaggio dell’anime, et in esaltazione della gloria di Dio, ma siccome l’esser umano porta secco una corente di imperfezioni così che ogni mia mancanza sarà pure compatita".
La lettera si conclude con la promessa da parte di don Francesco, nel caso di elezione a vicario, di svolgere questo servizio "a profitto dell’anime, ed a maggior gloria di Dio, a degnarsi di dispensarla ’a me’, che con tutte forze e potere m’offerisco ad esercitarla, con tutto quell’impegno et attenzione che al  meno del mio vivo cuore con l’aiuto di Dio mi verà permesso".
Con don Francesco, che morirà nel 1802,  termina la dinastia dei sacerdoti della famiglia Zoppolatti e nelle seconda metà dell’Ottocento iniziava quella dei commercianti ed esercenti con Giorgio Zoppolatti, che diede vita all’attività del "Giardinetto". Dopo che per alcuni anni aveva gestito la Locanda "Ai due fratelli", agli inizi del Novecento decise di aprire nello stabile di proprietà della famiglia una trattoria con deposito di vini e poi anche un albergo, la cui inaugurazione avvenne il 7 giugno 1908 con un concerto musicale dell’Orchestra cormonese diretta da Michele Ceschia.
Giorgio Zoppolatti condusse l’attività assieme alla moglie Rosa Gasparutti, originaria di Corno di Rosazzo, e da allora è ininterrottamente gestita dalla famiglia Zoppolatti prima con la figlia Teresa, poi con il figlio Ezio, che con i suoi invidiabili 95 anni è oggi il "patriarca" della famiglia; infine con gli ultimi "rampolli" Giorgio, Giovanni e Paolo, che ora conducono l’attività. Ma questa è un’altra storia.

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