Cormons - Gradisca d'Isonzo
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Cormons celebra i 200 anni di consacrazione del duomo

Domenica 9 ottobre alle 18.30 un solenne rito  nella parrocchiale alla presenza dei sacerdoti  che hanno svolto servizio pastorale  in questi anni nella comunità per ricordare quel giorno del 7 novembre 1822

Parole chiave: consacrazione (12), anniversario (213), Duomo (16)
Cormons celebra i 200 anni di consacrazione del duomo

Domenica 9 ottobre la comunità di Cormons ricorderà i 200 anni della consacrazione del Duomo di Sant’Adalberto. L’importante ricorrenza sarà celebrata con una Messa solenne alle 18.30, alla quale saranno invitati tutti i parroci e i cappellani che si sono succeduti nel servizio pastorale alla comunità cormonese.
Era il 7 novembre 1822, un venerdì ricorrenza della Madonna del Rosario, quando l’arcivescovo di Gorizia Giuseppe Walland presiedette la solenne celebrazione alla presenza di numerosi sacerdoti giunti da tutta la diocesi e del popolo di Dio. All’interno del tempio, comunque, si officiavano già da una quarantina d’anni le funzioni religiose sebbene fosse ancora incompleto e disadorno: non c’erano gli affreschi, mancavano alcuni altari laterali e quello maggiore con i suoi marmi bianchi e l’alto ciborio fu inaugurato proprio nel giorno della consacrazione della chiesa.
La costruzione del Duomo avvenne per gradi, anche perché mancavano le risorse finanziarie e parte degli interni, come quasi tutti gli altari laterali, sono stati realizzati grazie a lasciti  o donazioni di famiglie cormonesi.
Ci volle più di un secolo per vedere il Duomo come lo ammiriamo oggi: il completamento della facciata e la collocazione delle tre statue di marmo di Carrara - la Madonna in trono con il Bambino al centro e ai lati i santi Adalberto e Filippo Neri - fu l’ultimo lavoro e avvenne nel 1896 in apertura delle manifestazioni per la ricorrenza dei 900 anni del martirio di Sant’Adalberto.
Il Duomo non è la prima chiesa intitolata al santo vescovo di Praga. Il primo documento in cui viene citato Sant’Adalberto risale al 1289 e riguarda un atto siglato "nella villa di Cormons davanti alla chiesa di Sant’Adalberto" come riportato in "Cormons-Quaderni del Centro regionale di catalogazione dei beni regionali. Diversi sono in quel periodo i rogiti notarili come quello del 1326 in cui, alla presenza del vicario di Cormons, "Domenica, figlia di Giovanni Titulina, dona una vigna alla chiesa di Sant’Adalberto".
La costruzione dell’attuale Duomo fu voluta tenacemente dalla comunità cormonese, forse un po’ invidiosa che i frati Domenicani, da poco insediatisi a Cormons, stessero costruendo una chiesa più grande della pieve. Nel 1728 veniva avanzata all’arcidiacono di Gorizia Sertorio Del Mestri la richiesta di erigere una parrocchiale più grande, che girava l’istanza al parroco don Rodolfo Antonio Coronini. A quei tempi i parroci, di nomina imperiale, non risiedevano a Cormons, dove si facevano vedere raramente, alcuni solamente per prendere possesso, altri neppure per quello. La cura d’anime era affidata al vicario, che veniva invece nominato dal popolo e il suo incarico era a vita.
Il parroco Coronini all’inizio negò il suo assenso sostenendo che, anche se la vecchia pieve dovesse essere angusta, a Cormons ce ne sono tante altre che potevano soddisfare le esigenze dei fedeli. Ciò che angustiava il parroco era che la costruzione della nuova chiesa costringeva la demolizione di due case della centa e di una terza da acquistare in permuta con grande perdita economica per le casse della chiesa. Don Coronini scrive che potrebbe dare il suo assenso solo nel caso che "li vicini e coabitanti" contribuiscano col proprio capitale a indennizzare la chiesa del denaro perduto.
La Comunità e i camerari, che amministravano i beni della parrocchia, conoscendo le contrarietà del parroco e le sue motivazioni, avevano già messo da parte il denaro necessario per adempiere le richieste di don Coronini. Così il 10 giugno 1730 l’arcidiacono, visti i documenti presentati, concesse la licenza per l’allargamento della chiesa, sicuro che "verrà adoperata tutta la vigilanza per minorare li dispendii della veneranda chiesa". Ci vollero, però, 26 anni, tra lungaggini burocratiche, progetti fatti e rifatti e liti con l’Arte privilegiata dei muratori di Gorizia, per veder avviati i lavori.
Il Duomo sorge dove si trovava la vecchia pieve con una leggera modifica riguardante l’orientamento, anche perché non c’era altro spazio stretta come l’area tra la doppia centa e il cimitero. Il campanile, che con i suoi 53,80 metri nella diocesi è secondo solo a quello della basilica di Aquileia, appartiene alla prima chiesa con l’eccezione della copertura. Originariamente, come si può notare da un dipinto del 1704, il campanile terminava con una cuspide piramidale, che alla fine del Settecento venne sostituita con l’attuale cupola a bulbo. In un’immagine del 1840 si nota già l’attuale forma terminale. Con la costruzione del nuovo Duomo la torre campanaria è stata inglobata nel perimetro della chiesa tanto che la porta di accesso è all’interno del tempio, si trova infatti tra il presbiterio e la sacrestia.
La cella è dotata di quattro campane, di diversa misura. La più vecchia risale al 1571 ed è la campana che con i suoi rintocchi annuncia al paese "il ritorno alla Casa del padre dei fratelli nel Signore", come si legge nelle cronache parrocchiali. Una campana che è sopravvissuta a guerre, fulmini e altre vicissitudini contrariamente alle altre tre, più grandi, che le facevano compagnia.
Impreziosito da un’ampia scalinata che rende ancor più imponente la facciata, che presenta un’architettura tardo barocca, il Duomo conserva al suo interno alcune pregevoli opere d’arte come l’Adorazione dei pastori di Pietro Bainville, pala che adorna l’altare di San Giuseppe; ci sono altre due pale, attribuite a Giuseppe Tominz, dell’altare della SS. Trinità e quello di San Filippo Neri, restaurate negli anni Novanta del secolo scorso. Il Duomo conserva anche alcuni reperti della vecchia pieve come il fonte battesimale e un’acquasantiera risalenti alla seconda metà del Cinquecento: C’è poi un altarolo, che si trova all’interno del presbiterio, che presenta una pregevole pietà realizzata da Carlo da Corona data tra il 1530 e il1540
Nei sotterranei del Duomo si trovano tre cripte. La prima, lunga quasi l’intera navata presenta 20 celle mortuarie, 10 per lato, appartenenti a famiglie nobili e agiate del paese e dove, fino al 1784, seppellivano i propri cari. Attualmente si trovano 33 salme, alcune delle quali mummificate grazie a un sistema di aerazione presente all’interno
C’è poi la cripta con 24 loculi, 12 per parte, riservati agli appartenenti alla Confraternita del Santissimo Sacramento. Una terza cripta, all’altezza del presbiterio, era riservata ai sacerdoti.
Fin qui abbiamo parlato dei muri e delle bellezze artistiche, ma il Duomo in questi 200 anni è stato anche altro: è stata la chiesa del Popolo di Dio. Un popolo che è salito la scalinata, qualche volta a fatica per gli acciacchi dell’età, si è seduto a pregare inginocchiato nei banchi. O dinanzi all’altare della Madonna per raccontare alla Vergine le proprie sofferenze e cercarne conforto. Seguire le funzioni religiose, ma anche cercare riparo nella notte nei giorni tristi e pieni di paura della guerra.
Tanti nomi e tante famiglie, nobili e popolane, che nel Duomo hanno testimoniato la loro fede e vissuto la parabola della propria esistenza, l’Alfa e l’Omega: sono stati battezzati, hanno ricevuto la Prima Comunione e la Cresima, si sono giurati eterno amore dinanzi all’altare nel giorno del matrimonio. Poi, hanno ricevuto anche il saluto del commiato al termine della vita terrena.

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