Cultura
stampa

"Vita sospesa nella guerra di Russia"

Rinaldo Savorgnani (1921 - 1943) di Palmanova "l’Alpino… che non c’è". Partito da Gorizia per il Fronte Russo nel 1942, non risulta né fra i morti, né fra i dispersi

Parole chiave: Rinaldo Savorgnani (1), Alpino (4), storia (8), Seconda Guerra Mondiale (11)

Tra i 71 morti di Palmanova, Rinaldo Savorgnani non c’è: storie di giovani sparsi nel mondo; 10 in Russia (9 dispersi). Condizione di caduto, terribile; del disperso, spaventosa. Ricordo due madri dei dispersi; Matres Dolorosae del Venerdì Santo!
Rinaldo non tra i caduti, né tra i dispersi: non c’è! Destino di tragedia: era poco più che un ragazzo (21 anni!). Dalle lettere, si spalanca anima candida: giovane attaccato alla famiglia, a vita agreste che sentiva palpitare.
Nasce nel 1921 (annessione all’Italia delle Nuove Province); 4 novembre ("vittoria", che portò dritti a un’altra guerra mondiale). Che potesse finire con delle conseguenze che attizzano focolai ancor oggi, prevedibile. Popoli schiacciati da sconfitta; mutamenti territoriali insensati. Hitler, nella follia, con ossessione antiebraica, sapeva quel che voleva: unire i Tedeschi (1938 Anschluss); eliminare la Francia, principale sentina di (secondo lui) impurità; crearsi spazi verso la Russia: il petrolio del Caucaso… e ossessione antiebraica, di una Russia considerata degenere: a una classe tedesca, nei punti più alti, ne aveva collocata una ebraica!
L’Italia fa le prove coll’Impero e altre esperienze belliche (Etiopia, Spagna, Albania). Hitler (patto Molotov - von Ribbentrop) si accorda con la Russia; si spartiscono la Polonia (Russia, Paesi Baltici - prima i Sudeti -). Occupazione della Polonia; 3 settembre ’39, Francia a Inghilterra dichiarano guerra alla Germania.
Italia neutrale, ma nel gennaio ’40 tessera annonaria; poco oltre, dichiarazione del ferro; 10 giugno, attirata da facili conquiste, guerra. Francia occupata. Il 28/10 attacco alla Grecia (fino 23/4/ ’41 - più di 13.000 morti per parte).
Incominciano le lettere di Rinaldo ai genitori (Vicenza 19/3/’41). Apparteneva al battaglione Alpini Vicenza. Apre con formula quasi fissa (sta bene, così pensa di loro); accenna a una vaccinazione che non lo fa dormire e a reparti che sono partiti e che "tutta la notte hanno cantato e gridato, e nessuno era capace di avvicinarsi, perché errano come inferociti". Arrivano i muli; forse presto il giuramento e potrà venire a casa.
Scrive bene; grafia un po’ incerta, ma corretta; interesse per casa, famiglia, amici.
Patetica dichiarazione di conservare la fede.
Cartolina postale il 22/3 alla famiglia: annuncia che va a Caporetto; vi rimarrà fino alla partenza; forse il 30 farà una capatina a casa; la sua psicologia si mostra dal ritmo e dalla lunghezza delle lettere: qui poco, perché racconterà a voce.
A Gorizia e dintorni (Caporetto, Tolmino), la presenza degli Alpini è sensibile: comando nella caserma di Piazza Vittoria.
Arrivato a Caporetto, il 15/4, avverte a casa; prega di mandargli una tessera, con bella espressione friulana italianizzata: "perché mi starebbe molto bene". Cartolina non scelta a caso: col Monte Nero (Krn) e uno dei suoi eroi Alberto Picco (La Spezia, 14 luglio 1894 - Monte Nero, 16 giugno 1915) è stato un calciatore e ufficiale italiano. Arruolato nel corpo degli Alpini, cadde nella battaglia del Monte Nero, medaglia d’argento.
Monte Nero, luogo di esercitazioni; lo spiega a quelli di casa ed entra nella grande storia e nella speranza con ciò che dice della Grecia in una lettera da Caporetto il 23/4, anche se l’Italia apre altro fronte (occupazione della Jugoslavia, 6/4/’41).
Fa carriera, è caporale. Il 12/10: "Ora mi trovo abbastanza contento che ci sono stato a fare una piccola visita a casa"; quella attenuazione rimanda a pensieri pesanti: Italia e Germania avevano dichiarato guerra alla Russia (22/6); la Germania per l’infido comportamento della Russia dopo l’occupazione della Polonia! Il fascismo mandava a morire la migliore gioventù ai quattro venti. Il 25/6 e il 3/7 prime partenze di soldati italiani.
Rinaldo aveva di che preoccuparsi: scrive al padre (6/12/’41): "proprio oggi sono partiti i nostri compagni per Gorizia, per ora, ma poi non si sa dove andranno"; pare che l’ansia cresca. Nove giorni dopo, lettera più ampia: commilitoni in Albania e in Montenegro; di sé racconta: "non stiamo male, solo che abbiamo molta guardia, e molto altro servizio da fare nel freddo". Chiede un po’ di soldi "perché l’altro giorno ha nevicato e perciò bisogna prendere qualcosa per il freddo", e doveva far lavare; da loro non si asciugava, poi altra frase che fa intuire: "Il mangiare è sempre il solito, e così sapete che i soldi volano". Sentivano parlare di quelli in Montenegro. Pensa alla sorella Maria, con una cartolina di un bucolico paesaggio alpino, scollinando l’anno, il 20/1 ’42.
Al ritorno da una capatina a casa, annuncia (14/4) un campo con la pioggia, ma ha speranza; conclude con "una stretta di mano", espressione di propaganda (gli abbracci erano poco guerrieri), la propaganda fascista (tra parentesi, non ha molta presa su di lui) voleva abolire il sentimentalismo, cercava di orientare anche linguisticamente.
Del resto, Rinaldo, non aveva visto campeggiare sulla sua scuola di Palma il noto slogan mussoliniano "Credere Obbedire Combattere"? L’appartenenza è dichiarata nell’indirizzo: 9° Alpini Battaglione Vicenza Bis Compagnia Val Leogra.
I suoi si preoccupano (22/4) se ritorni ogni sera in caserma; risponde "da raro" e che vanno a Plezzo; non si devono preoccupare: "ora che ho ricevuto la tessera hò pane abbastanza perché lo trovo fuori". Puntatina di invidia bonaria: "Bergamasco è ancora qui e non fa nulla, lavora nell’orto", un lavoro da ridere. Il povero Bergamasco era Rino, di Palmanova; sarà disperso in combattimento il 31/1/’43, in Russia, "Località imprecisata"! È l’unica cartolina in cui scrive anche l’anno dell’era fascista. La svolta fatale nella sua vita: agosto 1942, partenza per la Russia da Gorizia, stazione della Transalpina. La cartolina, risulta spedita da Gorizia il 16/8/’42 ; lui la data "Udine 16": "Passando per Udine vi invio gli ultimi saluti dal bel Friuli poi verranno gli saluti della steppa russa, per ora non ho altro che salutarvi e addio sono vostro figlio Rinaldo".
Con la tradotta, raggiungono Izjun; si spostano a piedi per circa 250 Km, prendendo posizione sulla riva destra del Don
Scrive dalla Russia il 5/9: i Tedeschi avanzavano sulla Caucasia e trovavano accanita resistenza a Stalingrado. "Speriamo presto di arrivare in linea e di fare nuove vittorie e poi di ritornare in Italia cioè a casa presto". È sempre tanto affettuoso "Qui vi mando una sigaretta del tipo Bulgherese, che fumiamo sempre noi" e chiede di scrivergli per via aerea e di mettere in ogni lettera un bollo da 50.
Il 27/9 è ancora sereno: fa capire che fa freddo "come in gennaio da noi".
Il luogo è bello "sembra di essere dalle parti di Aquileia, terra sabbiosa…" e poi "ogni genere di raccolti, le patate sono come tre delle nostre grandi anche di un chilo per ciascuna…si trova dei covoni di frumento grandi come case". I Tedeschi lo trebbiano; hanno pane abbastanza, quello nero della farina tedesca. Non hanno paura dei Russi, ma del freddo (invece arriveranno i carri armati russi a sterminarli).
Patetica la cartolina (8/10) al fratello Silvano: "…ho ricevuto la tua cartolina, spero che ti ricorderai spesso di me, come io sebbene lontano e scomodo mi ricordo di te. Ti saluto caramente tuo fratello S. Rinaldo", per un friulano ruvido, è tanto! In una lettera alla famiglia, raccomanda di avvertire Silvano che studi e che impari la tromba.
Tristezza si avverte nel biglietto postale dell’11/10: "…Mentre scrivo mi viene in mente che oggi da voi è la tombola, mentre io mi trovo dove nemmeno non si conosce festa". Avanza l’anno, e il freddo: 11/11, "sono le tre di sera ed è già buio, mi trovo in un rifugio scavato sotto terra, con quattro legna ho acceso un fuoco il quale fa soltanto fumo, che negli occhi cascano le lacrime col scrivere, mentre fuori cadde della neve ghiacciata, e io mi chiamo fortunato perché metà dei compagni sono di guardia o peggio di vedetta. Qui si spera soltanto che arrivi presto la mattina la quale regna un po’ di pace. Sono contento però di trovarmi qui, almeno quando ritornerò non mi lamenterò come sono sempre lamentato quando ero casa". Chiede gli mandino, ogni volta che scrivono, una busta con un bollo da una lira (50, 75, 1l. !), perché ne ha gia 4 "di ritornare". Si preoccupa se ricevano il sussidio (10 lire al giorno). Narra del pensiero che gli danno per i gradi di sergente, che non arrivano "è parecchie volte che ho fatto le carte, e non so cosa sia causa del ritardo, sì che io so che non hò fatto il brigante". Li saluta "con la speranza che ritorni la primavera e terminare presto".
Il 15/11, lettera di tre facciate: ha ricevuto due missive da casa; gli servono 2 magliette sottili per "mettere sotto la camicia", per vedere se può liberarsi "dei molti amici che ho indosso". Si interessa di tutto: "Sono contento nel sentire che avete messo il frumento, peccato che non avete messo tutto il campo, vuol dire che metterete granoturco". Si sente la preoccupazione per il futuro: "La vostra situazione dite che è sempre la solita, ma io credo che ci devessere migliorata, se non altro per il motivo che avete un po’ di vino, invece la mia  è sempre la solita davvero?". Saluta famiglie amiche e "salus a Toni Boghe".
Due facciate ai genitori, due facciate alla sorella Lidia: è contento che gli abbiano mandato "Il Palma", "sul quale ho letto le novità di Palmanova".
Novità a casa: "Mi avete detto che il maiale è venuto bello, peccato che vi tocca dar via un poco, pazienza, ora pensate a prendere un altro per il prossimo anno, quando sarò anch’io a casa". Aspetta con ansia e speranza la primavera. Alla sorella Lidia parole affettuose; rammarico per non aver potuto scrivere al fratello Silvano… per mancanza di carta "vuol dire che lo saluterai per me, e gli dirai se a fatto giudizio".
"Vento e neve, tormenta" nella lettera del 28/11 e la situazione dev’essere pesante anche se "mi trovo dietro della linea, tanto che le pallottole non le sento più fischiare sopra la testa, solo ci tocca lavorare per fare i rifugi, ma ci vuole pazienza. Il mangiare è il solito, quasi abbastanza quando arriva". Speranza nella primavera "sulla quale si faremo sentire anche noi". Cambia tono l’ 8/12/’42: arriva il rancio caldo, con vino 3 volte la settimana, cognac "ogni altro giorno"; a giorni alterni il caffè in grano. Il corredo è dipinto ideale, perfino con "2 capotti, uno col pelo di pecora".
I Russi si illudano di trovarli congelati: ogni volta che arrivano li respingono. Segno della loro avanzata generalizzata sul fronte.
Ultima lettera il 12/12: contento per il pacco con sigarette e sapone "tutto il resto era necessario". Annuncia che dovrà scrivere più raramente per mancanza di carte e buste, ne chiede altre con i bolli. Neve, vento, bufera tutti i giorni. Termina con un "arrivederci presto": non ci sarà.
Speranze, ricerche, attese; subentra la rassegnazione; la sorella Maria metterà il nome Rinaldo al figlio e, nella malattia che precedette la morte lo invocò sempre, come in un sogno misto di speranza e angoscia.
Sulla fine, ipotesi, solo ipotesi, tutte infauste. Disperso: vuol dire che, dopo un combattimento, il reparto si è ricomposto e lui non c’era. O caduto  in combattimento mentre ripiegavano, rimasto sul terreno per essere sepolto a primavera (terreno gelato) e poi in fosse comuni, non distinte per nazionalità.
O catturato, allora, o fucilato durante la marcia del "Davai"; o morto nei trasporti ferroviari; o morto i primi 15 giorni in un lager russo (in tale lasso di tempo, non venivano registrati). Scomparso dopo la battaglia di Sceljakino, scontro per rompere l’accerchiamento russo. Lì il "reparto perdeva tra morti e prigionieri la quasi totalità dei suoi effettivi". Andò sicuramente così, ma lasciamoci sognare; sognare che sia stata una conclusione come quella del film "I girasoli" (De Sica 1970, soggetto di Cesare Zavattini e Tonino Guerra, con la Loren e Mastroianni), anzi meglio, visto che quello fu il dramma di una doppia moglie. Sogniamo che sia vissuto felice e che non si sia fatto vivo solo perché non poteva.
Se è morto, come pare probabile, non lo hanno dimenticato. Su internet, tra le intenzioni delle messe nel duomo di Palmanova, c’era il suo nome, Rinaldo Savorgnani "l’Alpino… che non c’è", per gli elenchi umani; sicuro presente a Dio:di elenchi non ha proprio bisogno e che, con morti come queste, vede sprecata la libertà lasciata agli uomini. Continuano a farsi guerra!

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
"Vita sospesa nella guerra di Russia"
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.