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Quel Sinodo nato moribondo e destinato ben presto a sparire

Il 26 marzo 1941, l’arcivescovo Carlo Margotti presiedeva nella chiesa metropolitana la celebrazione del primo Sinodo diocesano

Parole chiave: Sinodo diocesano (1), monsignor Margotti (1)
Quel Sinodo nato moribondo e destinato ben presto a sparire

Nei giorni appena trascorri ricorreva l’ottantesimo anniversario dall’invasione del regno di Jugoslavia da parte degli eserciti germanico, italiano, ungherese e bulgaro conseguente al colpo di stato filobritannico che aveva ribaltato le alleanze della fragile monarchia balcanica (27 marzo 1941).
Distratti forse dalle scottanti emergenze del momento, avremmo potuto dimenticare una ricorrenza pressoché coincidente, vale a dire la celebrazione solenne della prima sinodo dell’arcidiocesi di Gorizia, avvenuta nella Metropolitana la mattina del giorno prima, mercoledì 26 marzo 1941.
Succede spesso - comprensibilmente - che gli eventi della grande storia finiscano per adombrare accadimenti di carattere minore o "locale", condannandoli all’oblio: specie se di questi non sia rimasta una traccia significativa dopo il loro manifestarsi sulla scena del mondo.
Infatti ben pochi si ricordano di questo sinodo, destinato - si consenta l’iperbole - a nascere moribondo, condannato a scomparire presto tra i ben più consultati volumi delle biblioteche decanali e parrocchiali della nostra diocesi, che al tempo si estendeva, come si suol dire, dal monte Rombon al fiume Timavo, includendo le valli dell’Isonzo, del Vipacco sino alle asperità carsoline.  
E allora perché dedicare del tempo a rispolverare un sinodo che non ha lasciato alcuna traccia dopo la sua celebrazione? La risposta è presto data: la ricostruzione storica delle sue origini, delle intenzioni che guidavano il suo ispiratore e le reazioni che l’attività preparatoria ha suscitato nei suoi destinatari, ossia nel clero goriziano del tempo, meritano da sole una certa attenzione per le ragioni che cercherò di dimostrare, partendo da uno studio condotto da chi scrive parecchi anni fa. Mi scuso fin d’ora con il lettore se la narrazione potrà apparire alquanto semplificata e incompleta: spero si vorrà almeno apprezzare lo sforzo di sintesi.
In primo luogo occorre far chiarezza sui termini: la sinodo (parola greca femminile che sta a significare "adunanza, congregazione": io userò la forma maschile) secondo la prassi affermatasi dopo il Concilio di Trento, è la riunione del clero di una diocesi convocata e presieduta dal vescovo, allo scopo di stabilire una legislazione particolare relativa ai molteplici aspetti dell’esercizio della cura d’anime. Il vescovo convoca l’assemblea sinodale per "adattare le leggi e le norme della Chiesa universale alle situazioni locali, indicare i metodi da adottare nel lavoro apostolico diocesano, sciogliere le difficoltà inerenti all’apostolato e al governo, stimolare opere e iniziative a carattere generale, e correggere gli eventuali errori circa la fede e la morale" (G. Corbellini, 1986).
Dalla nascita nel 1752 l’arcidiocesi di Gorizia non aveva vissuto questa esperienza sinodale, ad eccezione del concilio provinciale svoltosi nel 1768 quando il primo arcivescovo e principe del Sacro Romano Impero, Carlo Michele d’Attems, aveva riunito attorno a sé i vescovi che facevano capo alla provincia ecclesiastica da lui guidata: a causa dell’opposizione dell’autorità politica asburgica le disposizioni in esso approvate non furono neppure rese di pubblica ragione e dovettero attendere cent’anni dalla loro pubblicazione sullo "status personalis" diocesano, come mera documentazione storica, a cura di Stefano Kocijančič, professore al Seminario Centrale.
Per tutto l’Ottocento non se ne parlò più, anche perché le personalità più o meno incisive dei pastori diocesani non ritennero utile ricorrere a questo strumento, abbastanza diffuso, anche a cadenza ravvicinata, nelle altre diocesi austriache. I documenti conservati nell’archivio arcivescovile lasciano trasparire l’esigenza diffusa, tra il clero goriziano, di indicazioni utili ad affrontare le difficoltà che i tempi nuovi portavano con sé mons. Francesco Borgia Sedej (1906-1931) nel 1914 avviò i lavori preparatori di un primo sinodo, bruscamente interrotti dallo scoppio della "inutile strage". Una sorta di ironico destino sembrava vanificare i propositi sinodali ogniqualvolta si avvicinava una prossima possibilità di realizzazione.
Il dopoguerra vide ben altre priorità, scandite dalla ricostruzione. Alla morte di mons. Sedej, ultimo arcivescovo di nazionalità non italiana nell’ambito dei nuovi confini definiti dal trattato di Rapallo (1920) che assegnava al regno sabaudo tutte le terre al di qua del displuvio delle Giulie, la diocesi isontina si presentava al nuovo potere come un rimasuglio neppure troppo camuffato di austriancantismo: gran parte del clero e dei fedeli era di lingua e sentimenti nazionali sloveni, mentre i sacerdoti friulani conservavano, nel proprio DNA etico e pastorale, un’impronta cristiano-sociale che li faceva attivi protagonisti, tutt’altro che gregari, del contesto sociale ove operavano.
L’avvento del regime fascista coincise, a Gorizia e in tutta la Venezia Giulia, con la soppressione della complessa rete socio-economico-culturale degli sloveni, vale a dire di gran parte della popolazione diocesana (degli oltre 250.000 sloveni ben 150.000 erano concentrati nel solo Goriziano). La chiesa cattolica restò, prima e dopo il Concordato del 1929, la sola voce ammessa oltre a quelle addomesticate dal regime dominante. Il quale non perse l’occasione di poter far prevalere le proprie visioni di "italianizzazione" anche in ambito ecclesiastico, scontrandosi fin da principio con la fiera opposizione dispiegata coraggiosamente dal clero sloveno. Il trienno in cui la diocesi fu guidata dall’istriano don Giovanni Sirotti (1931-34) sembrò veder prevalere questa parte a discapito dell’altra: questi, nella speranza di vedersi nominato arcivescovo, volle compiacere le autorità fasciste e inaugurò una violenta politica di "snazionalizzazione", proibendo l’uso della lingua materna nella liturgia e nell’insegnamento del catechismo a scuola e in parrocchia. Chiamò in diocesi molti sacerdoti provenienti dal Friuli udinese e dall’Italia, spediti nei paesi sloveni a sorvegliare il parroco "allogeno", reo di non capire l’andamento dei tempi nuovi. La Santa Sede non volle avallare queste scelte e inviò a Gorizia il romagnolo Carlo Margotti, giovane vescovo proveniente da Istambul, dove aveva retto la variegata comunità cattolica della capitale turca. Formatosi nella diplomazia ecclesiastica, buon conoscitore delle lingue slave, agli occhi del papa Pio XI Margotti era una buona carta da giocare: a Istambul aveva convocato un sinodo per così dire "da manuale", tutto intriso di quel senso di "romanità" affermata nel contesto linguistico e confessionale eterogeneo del Bosforo, dove tutti facevano a modo proprio. Egli fu destinato personalmente dal pontefice a Gorizia nel luglio del 1934. In lui Roma cercava l’uomo che, munito di prudenza, conoscenza delle lingue slave e indiscussa fedeltà al papa, avrebbe saputo mettere un po’ d’ordine in una diocesi che don Sirotti, in soli tre anni, aveva ulteriormente complicato.
Fin dal primo momento il nuovo arcivescovo dimostrò di avere le idee chiare e identificò nello strumento sinodale il "modus operandis" idoneo a far affermare la propria concezione ecclesiologica, sintetizzabile in una sola (brutta) parola: romanizzazione. Decise di convocare il primo sinodo goriziano nel 1936, dopo aver avviato una visita pastorale per conoscere da vicino il suo gregge. Non durò molto l’idillio inizialmente instaurato con la comunità slovena, che in lui sperava di trovare un alfiere dei diritti nazionali conculcati: Margotti era deciso a trasformare Gorizia in una diocesi italiana in tutto e per tutto.
Ne derivò una guerra per così dire "fredda" ma non per questo meno combattutta, di posizione, tra lui e i sacerdoti più maturi dei decanati sloveni, decisi a ricorrere alla Santa Sede pur di tutelare i "diritti naturali" dei fedeli affidate alle loro cure. Margotti non era uno sciocco e puntò direttamente a conquistare il cuore del laicato sloveno, da lui ritenuto docile e naturalmente buono, oltre che sensibile ad accettare, con il passare del tempo, l’ineluttabile assimilazione, vale a dire la fusione dei due popoli in uno, non serve dire quale. Scriveva infatti alla Congregazione del Concilio, nel 1939, che una questione nazionale in realtà non esisteva a Gorizia: "le povere popolazioni slovene [erano] ormai stanche  delle imposizioni del loro clero il quale [avrebbe voluto] mantenerle nel sentimento irredentistico con le immancabili noie da parte delle Autorità . (…) Questo per dire che la presenza di un sacerdote slavo e fanatico è divenuta inopportuna, anacronistica e pericolosa per il prete e per i fedeli. È già abbastanza pericolosa nelle altre parrocchie totalmente slave!". L’accenno alla pericolosità legata alla presenza di ecclesiastici "sloveni fanatici", rivelava quanto egli fosse contrario a quel clero autoctono e ne vedesse con favore la  sostituzione con elementi più ragionevoli e disponibili ad accettare le "legittime" richieste del potere politico.
Nell’estate del 1936, imbaldanziti dalla proclamazione dell’impero in Africa, i questori di Gorizia e Trieste soppressero, d’autorità, le prediche slovene nelle chiese dei rispettivi centri urbani e solo l’alto intervento del Vaticano li indusse a fare marcia indietro. Nel frattempo, appena mons. Fogar fu costretto ad abbandonare la diocesi di Trieste, i progetti sinodali furono congelati, in corrispondenza ai tentativi di Margotti (1936-38) di abolire la provincia ecclesiastica goriziana per passare al capoluogo giuliano, innalzato a sede arcivescovile in luogo di Gorizia, alla quale egli volentieri si candidava. Il proponimento fallì, a San Giusto giunse mons. Antonio Santin, proveniente da Fiume, e l’arcivescovo romagnolo dovette accettare di prolungare ulteriormente la propria permanenza isontina.
Si dedicò quindi a tempo pieno all’iniziale proposito e mise al lavoro le commissioni sinodali ove ricoprivano posti chiave sacerdoti provenienti da altre diocesi, da lui anteposti al clero locale, che li aveva ironicamente battezzati "gli imbarcati".
Scrivendo nel 1936 al card. Rossi, segretario della Congregazione Concistoriale, Margotti dichiarava essere il sinodo l’antidoto per porre rimedio ad uno stato di cose intollerabile: "qui ognuno fa come meglio crede adducendo il pretesto di tradizioni e di usanze immemorabili che in molti casi sono una vera corruttela del diritto". Bisogna agire con coraggio e fermezza al fine di "stabilire nell’archidiocesi di Gorizia una legislazione unica, intonata un po’ più alla legge generale e a quella romanità cattolica che poco piace (purtroppo) alla maggioranza slovena". Cosciente di attirare su di sé "tutte le odiosità per quest’ardua impresa", certo non immaginava che la restistenza del clero sloveno sarebbe stata tanto coesa ed efficace. Infatti, per tutta la durata della fase preparatoria, che venne malauguratamente a coincidere con i mesi successivi all’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale (10 giugno 1940), le bozze delle costituzioni sinodali elaborate dalla Curia furono attentamente setacciate dalle conferenze decanali slovene, accomunate dalla unanime contrarietà alla convocazione di un sinodo in tempo di guerra.
L’opposizione non colpiva l’istituto sinodale, tutt’altro: essa nasceva dalla piena consapevolezza della rilevanza disciplinare e morale del sinodo, inteso come momento di codificazione di un sistema normativo particolare volto a colmare le lacune lasciate dalla legislazione universale. Riproponendo una tradizionale argomentazione, gli sloveni facevano leva sugli svantaggi di una politica diretta ad attaccare le tradizioni di una popolazione profondamente cattolica, che in virtù di questa stessa fede non poteva che professare lealtà e fedeltà all’autorità costituita; se la Chiesa non avesse continuato a tutelare i diritti naturali dei popoli questi si sarebbero sentiti traditi, compromettendo il fondamento costituivo di ogni ordine sociale: era ben presente e concreto il pericolo rappresentato dall’ideologia marxista.
Si può ben dire che la resilienza del clero sloveno, tra il 1940 e l’inizio del 1941, assunse il carattere di una vera e propria lotta nazionale, condotta colpi di memoriali e di interpretazioni del codice di diritto canonico, senza far ricorso alla violenza e alla prevaricazione. Contrariamente alle aspettative della polizia fascista, che seguiva attentamente lo svolgimento dell’attività preparatoria, Davide vinse Golia, quantunque si trattasse (chiedo venia per la metafora calcistica) di un pareggio ai supplementari: la stesura definitiva delle costituzioni sinodali, quella che sarebbe stata approvata nel corso della solenne cerimonia del 26 marzo 1941, tradì un faticoso compromesso. I partigiani della romanizzazione e quelli della piena integrità delle tradizioni diocesane più lontane dallo spirito "romano" rimasero ugualmente inappagati. L’esito avrebbe lasciato l’amaro in bocca ai contendenti, e fu così che il sinodo, fino alla divisione della diocesi, nel 1947, sul piano pratico rimase lettera morta e tutti continuarono a fare come avevano sempre fatto, in nulla mutando la routine della vita diocesana. Ad eccezione di un fatto, tutt’altro che trascurabile: gli sloveni avevano sperimentato che la loro organizzazione ecclesiastica era stata efficace, guardata con sospetto dalle autorità di polizia ma sufficientemente abile a muoversi senza violare l’ordine costituito e, soprattutto, in grado di contrastare positivamente il principe arcivescovo e i suoi collaboratori extradiocesani.
E ritorniamo da dove siamo partiti: l’occupazione italiana della Jugoslavia innescò una catena di reazioni storiche che di lì a poco avrebbero sortito effetti nefasti sulla nostra popolazione e sulla stessa unità della quasi bicentenaria arcidiocesi, ponendo radicalmente termine alle tensioni culturali e politiche che ne avevano caratterizzato l’ultima fase, pur senza inquinare del tutto le sorgenti di quella rinnovata simpatia e fiducia reciproca che oggi caratterizza le relazioni tra i cristiani che vivono a cavallo del confine.

N.B.: Questa ricostruzione discende dalla mia tesi di laurea e aspetta di essere confrontata con la documentazione custodita nell’Archivio Apostolico Vaticano, da poco resa consultabile per il pontificato di Pio XII, durante il quale si svolse la celebrazione del Sinodo goriziano primo.

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La cronaca di quel 26 marzo 1941

La mattina di mercoledì 26 marzo, conclusa la messa pontificale e congedati i fedeli laici, il principe arcivescovo inaugurà la solenne apertura del primo sinodo diocesano, alla presenza di ottantotto padri sinodali.
Dopo lo scambio delle allocuzioni di rito, sotto lo sguardo vigile di mons. Giovanni Battista Buttò, regista della cerimonia in qualità di promotor synodi, l’assemblea elesse, con scrutinio segreto, i dodici giudici ed esaminatori sinodali nonché gli otto parroci consultori, sulla base di una lista di nominativi precedentemente approvata da Margotti; si trattava di incarichi curiali decisamente rilevanti perché deliberavano intorno a questioni centrali quali i processi canonici, l’ammissione dei candidati al sacerdozio, la provvista e la revoca dei benefici ecclesiastici ecc.
Terminata la votazione, mentre avveniva il conteggio dei voti, furono pubblicamente lette alcune costituzioni di nessun interesse politico relative alla prassi liturgica ("(…) quali le norme per il tempo della cresima, l’uso dell’Olio Santo, delle tovaglie rituali ecc."); ad un cenno dell’arcivescovo la lettura fu interrotta per dar luogo all’attestazione di fedeltà al papa e alla comunicazione della partecipazione pontificia. Dopodiché il notaio sinodale annunciò l’esito dell’elezione: la maggioranza slovena già in questa fase mandò un chiaro segnale, esprimendo la propria preferenza a vantaggio di sacerdoti provenienti dalle sue file o comunque conoscitori dello stato della diocesi e delle sue reali necessità, vicini alle istanze linguistiche e culturali del clero autoctono: risultarono eletti, per citarne alcuni, i mons. Ignac Valentinčič, Andrej Pavlica e Igino Valdemarin. Fu clamorosamente bocciata la candidatura di mons. Tarlao, decano capitolare.
Nel pomeriggio, dopo una breve interruzione, furono resi noti i nomi degli ufficiali di Curia, nominati questa volta direttamente dall’arcivescovo. In tal modo fu ridimensionato il "vantaggio" ottenuto in seguito alle votazioni antemeridiane: mons. Buttò divenne vicario generale dell’arcidiocesi, di fatto il vice di Margotti, mantenendo il rettorato del seminario centrale; la carica comparve per la prima volta nell’episcopato margottiano (a parte un breve periodo nel 1935, quando fu nominato mons. Angelo Dell’Acqua, proveniente da Istambul, suo "provicario") e costituì un’evidente attestazione del grado di fiducia riposto in un prelato che incarnava la "romanizzazione" voluta dall’ordinario.
Mons. Mihael Toroš, insigne giurista e punto di riferimento degli sloveni, assieme a mons. Mirko Brumat e Ignac Valentinčič, non fu invece riconfermato nell’ufficio di promotore di giustizia ora affidato a mons. Tarlao; un altro uomo di fiducia di Margotti, mons. Angelo Agostini, da vicedirettore fu promosso a direttore dell’ufficio amministrativo dioceesano.
Poco dopo il loro giuramento, con il canto del Te Deum terminava la sessione generale.
Il testo completo delle 495 costituzioni sinodali fu reso noto solo al momento della pubblicazione e della loro entrata in vigore, il 15 agosto susseguente.
Ultima nota di colore: una tradizione orale racconta che nel corso della cerimonia liturgica l’organista, don Vittorio Toniutti, eseguì una libera interpretazione di una canzonetta satirica clandestina dedicata ai confratelli ... "imbarcati"!
M.P.

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