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Prigioniero lungo la Via della Seta seguendo le orme di Marco Polo

La testimonianza del brazzanese Giuseppe Cantarut durante la Prima Guerra Mondiale rivive attraverso il racconto del nipote Sergio

Parole chiave: Giuseppe Cantarut (1), prigionia (1), Prima Guerra Mondiale (97)
Prigioniero lungo la Via della Seta seguendo le orme di Marco Polo

La Prima Guerra Mondiale si è conclusa da oltre cento anni - non si sono  spenti  gli echi delle manifestazioni per il centenario - e ancora oggi emergono le testimonianze legate a quanti parteciparono a quell’immane carneficina che infiammò tutta l’Europa e causò oltre 17 milioni di morti e 20 milioni di feriti e mutilati tra i militari e i civili.
Da qualche anno, dopo lunghi silenzi, cominciano a trovare spazio anche le memorie dei tanti soldati del Litorale che hanno combattuto in Serbia, sui Carpazi, in Galizia con la divisa  dell’esercito austro-ungarico.
Soldati dimenticati per tanti, troppi, anni perché ritenuti da una propaganda nazionalista colpevoli di aver indossato la divisa del nemico.
Solo da alcuni anni vengono ricordati e in alcuni paesi del nostro territorio, talvolta con fatica e vincendo non poche diffidenze, si sono eretti monumenti nel ricordo di quelle vittime.

La storia del soldato Giuseppe
Dalle memorie mantenute vive in tutte questi anni emerge ora il ricordo di  Giuseppe Cantarut, brazzanese, classe 1892, che nell’agosto 1914 ha dovuto rispondere  alla chiamata alle armi dell’Imperiale esercito austro-ungarico e, dopo vari spostamenti da Trieste a Vienna, a Bratislava, finì sul fronte a combattere contro i Serbi e i Russi.
A fare memoria di quelle gesta è ora il nipote Sergio Cantarut, che ha deciso che è venuto il momento di dare voce ai tanti  racconti che il nonno, fortunatamente ritornato vivo dal fronte, gli faceva quando lui era ragazzino e che ha saputo prima conservare nella memoria e poi mettere su carta affinché queste testimonianze non si possano perdere nell’oblio del tempo. Un breve manoscritto che il nipote ci ha messo a disposizione perché raccontassimo la storia del soldato Giuseppe, comune a tanti giovani e  uomini  delle nostre terre che non poterono sottrarsi alla mobilitazione  generale  dichiarata dal kaiser dopo l’attentato di Sarajevo che costò la vita all’arciduca Francesco Ferdinando e a sua moglie Sofia.
"La guerra gli aveva lasciato  segni indelebili - racconta Sergio - io ero bambino ma ricordo che anche a distanza di tanti anni  il suo sonno era agitato, alcune volte gridava come se stesse eseguendo degli ordini, usando una lingua  che non riuscivo a comprendere".

I racconti della vita in trincea
Stimolato alla curiosità del nipote, nonno Giuseppe ha raccontato a più  riprese quegli anni trascorsi al fronte, con la neve che d’inverno cadeva a metri, con la temperatura che  scendeva fino a -30° e il congelamento delle dita dei piedi era un evento all’ordine del giorno. "A mio nonno una notte si congelò  il quinto dito del piede destro - annota  Sergio Cantarut -  quando lo prese in mano gli si staccò. Dopo un momento di comprensibile  spavento, lo riattaccò al suo posto, riavvolse le fasce  stringendole forte forte e rimise gli scarponi. Se li tolse  qualche settimana dopo, il dito era tutto nero ma era attaccato. E quel dito nero se lo portò fino alla morte".
Storie di combattimenti, di paure e di angosce quando era costretto ad andare all’assalto con la sola baionetta innestata sulla canna del fucile, oppure della ferocia dei cosacchi, molto temuti perché non facevano prigionieri.

La prigionia
Giuseppe Cantarut nel 1916 fu fatto prigioniero dei russi, che avevano accerchiato il suo reparto.
Dopo una marcia di tre giorni e un viaggio in treno durato una settimana, venne destinato a un campo di prigionia in Manciuria, ai confini orientali della Siberia. "In prigionia non si stava male, le guardie si comportavano bene con noi e se lavoravo venivo anche pagato",  raccontava il nonno.  Ed è lì che nell’ottobre del 1917 lo colse la rivoluzione bolscevica.
Le guardie russe sparirono e tutti i prigionieri furono lasciati liberi di fare quello che volevano.
Cantarut, assieme ad alcuni  commilitoni, decise di raggiungere Mosca con la Transiberiana. "Il nonno  mi raccontò che in città sparavano da tutte le parti con le mitragliatrici - scrive Sergio Cantarut -. All’uscita delle chiese i fedeli venivano massacrati tutti, grandi e piccoli -. Era pericoloso aggirarsi per le strade, quindi, decisero di andarsene prendendo la via del sud, verso l’Ucraina e la Crimea".

La lunga strada verso casa
"A questo punto - continua il racconto - eravamo rimasti  in tre, io, Giacomo Bogar di Villesse e Francesco Wert di Trieste.
In Ucraina  trovammo un altro mondo. Le famiglie ci accolsero a braccia aperte e con simpatia, anche perché la nostra intenzione era di lavorare".  Al brazzanese Cantarut fu affidata una mietilega trainata da cavalli per la raccolta del frumento nelle enormi estensioni che si trovavano in Ucraina.
La guerra stava volgendo al termine e il ricordo di casa  era sempre più assillante. Ma come tornare in Italia da una Paese dilaniato dalla guerra civile?
Si informarono e così vennero a sapere che a Pechino c’era un ambasciata  italiana e Wert riuscì a contattarla. Decisero, quindi, di ritornare  a Mosca e di raggiungere, sempre con la Transiberiana, Vladivostok e da lì scendere fino a Pechino.
Fu un viaggio lunghissimo e pieno di imprevisti.

Come novelli Marco Polo
Appena superato il lago Bajkal una galleria della ferrovia franò, impedendo  il proseguimento del viaggio. Wert, che dei tre era diventato il capo in virtù del suo diploma di geometra e, vantandosi di aver letto il Milione di Marco Polo, decise di proseguire il viaggio a piedi, lungo la Via della seta.
Seguendo le antiche vie i tre  salirono l’altopiano del Pamir, fino a 4mila metri, attraversarono il freddissimo deserto dei Gobi  dove, grazie  anche  all’aiuto di molte persone, poterono comprare, oltre ai viveri, anche dei cammelli. Arrivati alla Grande muraglia, che si perdeva  a perdita d’occhio da una parte e dall’altra, la seguirono per tre giorni per poi raggiungere Pechino e trovare ospitalità all’ambasciata italiana.
Le peripezie erano finite, ma il ritorno in Italia non era vicino. "Nella capitale  cinese ci sistemarono a dovere e finalmente potemmo metterci in contatto con casa attraverso delle lettere", i  ricordi di Giuseppe e il nipote Sergio aggiunge: "Ricordo la risposta che mio bisnonno diede a suo figlio: Coraggio, figlio, sempre coraggio".
Sei mesi dopo Giuseppe Cantarut raggiunse Shangai e,  con una nave a vapore, toccando Colombo, Calcutta, Bombay e Suez, arrivò a Trieste dove la guerra era finita da tre anni: era il dicembre del 1921, più di sette anni dopo la partenza  per il fronte.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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