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Kulturni dom: 40 anni di cultura

Intervista a Igor Komel, direttore del Kulturni Dom nei giorni in cui l’istituzione taglia il traguardo del 40° di attività: "Ritengo che l’attività culturale debba favorire la conoscenza tra le persone, specialmente tra le varie diversità, è l’essenziale"

Parole chiave: Kulturni dom (30), anniversario (191)
Kulturni dom: 40 anni di cultura

Il 2021 rappresenta un grande traguardo per il Kulturni dom di Gorizia: i suoi primi 40 anni.
Accompagnando i numerosi cambiamenti e passaggi storici, la realtà ha saputo determinare il suo ruolo nel panorama dell’offerta culturale cittadina, rappresentando oggi uno dei principali "snodi" della Cultura non solo goriziana, ma anche regionale e internazionale, grazie ad importanti collaborazioni con la vicina Slovenia.
Abbiamo intervistato il direttore, Igor Komel, cogliendo l’occasione non solo per approfondire questi 40 anni, ma anche per fare un bilancio di quest’ultimo anno, reso complicato dalle restrizioni contro il Covid ma che ha saputo in ogni caso portare con sé ottimi risultati.

Si avvicinano a grandi passi i festeggiamenti per i 40 anni del Kulturni dom, sorto in un momento storico in cui esistevano ancora i confini "fisici" tra Italia e Slovenia e ha visto poi tutti i cambiamenti, i passaggi che hanno portato alla loro caduta, ponendosi proprio come "ponte" tra le due culture. E oggi? C’è ancora bisogno di "ponti"?
Credo che in ogni momento storico ci sia bisogno di cercare e di creare dei ponti, questo è l’essenziale dell’attività culturale. Da tempo fa sostengo e sosteniamo come Kulturni dom la teoria che, se noi due non ci conosciamo, non riusciamo ad essere amici. Ritengo che l’attività culturale debba svolgere questo tipo di lavoro, ossia favorire la conoscenza tra le persone, specialmente tra le varie diversità, è l’essenziale. Un esempio: per noi sloveni credo sia essenziale conoscere il mondo culturale, per esempio, friulano, che forse è un po’ più "lontano"; si crea un procedimento che non può concludersi.
Ogni momento storico ha la sua specificità e in quella specificità dobbiamo cogliere l’essenziale e cercare di lavorare sotto il segno della competenza e della pacifica convivenza. In ogni momento storico bisogna cercare di conoscere il proprio vicino, cogliere le diversità e collaborare. Questo è l’essenziale.

In questi 40 anni com’è cambiata la percezione della cultura sul nostro territorio "di confine"?
In questi quarant’anni i cambiamenti sono stati epocali: prima si viveva ancora con il lasciapassare, poi ad un certo punto è caduto il sistema dell’ex Jugoslavia, poi ancora sono caduti i confini... C’è però un fatto secondo me normale e unico per il nostro territorio: non dobbiamo dimenticare che i nostri nonni hanno cambiato quattro Stati: sono nati sotto l’Austria, poi è arrivata l’Italia, poi hanno visto la Jugoslavia, poi ancora hanno visto la nascita della Slovenia.
Quello che mi sembra essenziale per il Kulturni dom è a livello locale, comunale di Gorizia e Nova Gorica, avere il confine aperto. È stato un lavoro lungo, iniziato già negli anni 50, e ritengo che ce l’abbiano davvero fatta; va dato atto a tutti quanti del lavoro svolto: dai pionieri come Martina, poi Brancati, Brulc e Brandolin, hanno spronato verso ulteriori passi in avanti. È stato un lavoro che ha dato i suoi frutti, hanno saputo lavorare nei confronti tanto di Roma quanto di Lubiana.
A livello culturale abbiamo vissuto sulla pelle il passaggio del Kulturni dom e di come sia evoluto.
Prima era "casa" solo degli sloveni, della parte progressista della minoranza; piano piano si è evoluto ed è diventato davvero "casa della cultura" - slovena come titolo, ma vuole essere "casa della convivenza" -.
Credo che il grosso cambiamento per l’area goriziana si sia avuto con la chiusura del Teatro Verdi a metà anni ’90, quando tutte le manifestazioni si svolsero quindi qui da noi; in quel periodo, a mio vedere, è caduto il pregiudizio di una certa parte residua nei confronti della nostra realtà, diventando così un centro culturale a tutto tondo.
È cambiata la realtà della parte italiana, ma a sua volta il Kulturni ha aiutato al cambiamento anche della minoranza slovena. Sono dell’avviso che i nostri rapporti non devono essere "privilegiati" ma soltanto "normali", nulla di più.
Poi, il mondo cambia e dobbiamo saperci adeguare alle nuove realtà. Il nostro compito è anche di cambiare questo mondo, possibilmente nel bene!
Proprio perché il nostro impegno è sempre quello di lavorare per il bene comune.

A tal proposito, cosa chiede oggi il pubblico, cosa è necessario svolgere per non rimanere indietro e soprattutto per continuare a stimolarlo e a farlo partecipare?
Ogni generazione ha le sue richieste, è normale. Al Kulturni dom praticamente da sempre abbiamo cercato di dare un’offerta che seguisse le richieste del pubblico - ne sono esempio la nascita di Komigo, per coprire una richiesta di teatro comico che allora mancava, specialmente nell’ambito della realtà slovena, così come Komigo Baby, o ancora la rassegna Across the Border che sin dal 1995 unisce la realtà musicale slovena, italiana e friulana -. Inoltre, c’è sempre stata volontà di pensare a tutto il pubblico, dai più piccolini a quelli più anziani, che ovviamente hanno gusti ed esigenze diverse. Non è semplice, ma si cerca di dare una risposta il più variegata possibile.
Non da ultimo, tramite la cultura si deve saper fare anche "educazione", questo è il nostro ruolo e compito. Al primo anno Komigo, unico in regione ad offrire una programmazione trilingue, aveva un po’ di difficoltà a far accogliere le lingue diverse, c’era particolare riluttanza verso quella friulana.
Oggi è un appuntamento atteso e c’è molto interesse su tutti gli spettacoli proposti. Questo vuol dire che si è imparato a conoscere la cultura dell’altro, ad apprezzarla, a condividerla.
Parte del nostro lavoro poi comprende non solo importare dalla Slovenia ma anche esportare in Slovenia, in un fruttuoso interscambio di realtà culturali. Questo vuol dire superare i confini.

Il 2025, che ci vede Capitale europea della Cultura accanto a Nova Gorica, ormai è dietro l’angolo. Cosa dobbiamo cogliere da quest’opportunità? Dal suo osservatorio, su quali aspetti è importante dare "un’accelerata"?
Una premessa importante: l’anno 2025 non segna un punto d’arrivo ma è una partenza per le due Gorizie, questo non va dimenticato. I progetti che verranno messi in campo dovranno essere a lungo termine. Nova Gorica e Gorizia sono due città che magari da sole non riescono ad avere un grande peso rispettivamente in Slovenia e in Italia, ma insieme sono interessanti in Europa.
Sono convinto che le nuove generazioni saranno diverse dalla nostra, dove c’è ancora un po’ di titubanza. I pregiudizi della Guerra Fredda ormai non ci sono più, Gorizia e Nova Gorica crescono insieme e cresceranno, è finita l’epoca dove ognuno "vive" e ragiona da solo.
Se troviamo la giusta unione, siamo interessanti nelle diversità.
C’è un fatto poi che mi piace sottolineare per affermare che il 2025 è un punto di partenza: io spero che le prossime generazioni del nostro territorio non siano soltanto bilingue, possibilmente anche tri o plurilingue, cosicché sull’intera fascia confinaria, da Tarvisio fino a Muggia, in tutte le scuole tanto in Italia quanto in Slovenia, venga insegnato non solo l’Italiano, lo Sloveno e l’Inglese ma anche una quarta lingua.
Questo è il futuro per i nostri giovani.
Credo quindi che ci vorrà un’accelerata proprio sul fattore linguistico; io personalmente sono molto affascinato dal "bilinguismo passivo", dove io ti parlo magari in Sloveno e tu mi rispondi in Italiano ed entrambi ci capiamo. Ad ogni modo, credo sarebbe utile favorire la comprensione, anche base, per entrambi i "vicini di casa"; questa "Babilonia" potrebbe essere molto interessante anche in un’ottica di crescita del territorio dal punto di vista turistico.

Ritorniamo ai 40 anni del Kulturni dom. Cosa "bolle in pentola", cosa si va preparando per i prossimi festeggiamenti?
Abbiamo disseminato eventi ed occasioni per celebrare quest’anniversario lungo tutto il 2021, che si è aperto con una grande mostra collettiva di pittori e fotografi, che ha visto esposte tantissime opere donate con affetto al Kulturni dom dagli artisti in questi 40 anni.
Il clou degli eventi si terrà poi a novembre, con un concerto che sarà una vera "stretta di mano culturale", l’essenziale ruolo del Kulturni dom.
Proporremo uno spettacolo musicale, con una presentazione in 3 o forse 4 lingue; sarà un appuntamento "variopinto" e appunto multilingue.
Oltre a questo abbiamo cercato di inserire tra gli appuntamenti anche la mostra di Demetrio Cej: quest’anno ricorre il 90° anniversario della sua nascita e il 10° della sua scomparsa. Con lui abbiamo spesso lavorato e collaborato, credo che ricordarlo sia doveroso.
Quest’anno, tra mille e una difficoltà, il lavoro è impegnativo ma sono contento che le cose procedano nel verso giusto e che le persone partecipino, siano contente e si sentano a proprio agio.

Riguardo quest’ultimo aspetto, cosa chiede ora il pubblico? Com’è la partecipazione alle proposte?
C’è tanta voglia di incontrarsi. Noto, e sono contento, che il ruolo della Cultura in questo momento è proprio quello di far aggregare le persone; ma aggregare in una connotazione positiva, ossia offrendo la possibilità di uscire di casa in sicurezza, nel totale rispetto delle normative, prendendo parte a qualcosa di bello, che piace e arricchisce.
Personalmente mi sono emozionato quando abbiamo presentato "Dinamitke", il primo spettacolo dal vivo dopo il lockdown: sentivo che mi mancava lo spettacolo dal vivo, si nota la differenza. Poi il mio ruolo di operatore culturale non è fatto per stare online e "costringere" il pubblico a guardare un’offerta al computer, al contrario, il mio ruolo è quello di "toglierti" dalla sedia o dal divano, dallo schermo, e portarti a contatto con gli attori, i cantanti, con le persone. In quel momento riesci anche a capire per chi lavori. Sono molto contento da questo punto di vista, la gente è soddisfatta.
C’è un fatto poi molto importante e che voglio rimarcare: dobbiamo essere tre volte più attenti per quanto riguarda le disposizioni contro il Coronavirus.
La gente si deve sentire tranquilla, personalmente preferisco perdere dei posti a sedere ma essere certo che ogni singolo spettatore si sente a suo agio; questo è il nostro compito. Tutte le attività culturali devono fare così, dobbiamo essere i primi a dare buon esempio e sicurezza, perché la gente poi ritorna; se non si sente a suo agio, sicura, non lo farà.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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