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Il dipinto restaurato opera di un "illustris artifex"

Gli studi condotti sulla pala d’altare raffigurante "Tobia e l’arcangelo Raffaele" (conservata in S. Ignazio e da poco restaurata) hanno portato lo storico
don Alessio Stasi ad individuare l’autore in un ancora ignoto maestro veneto

Parole chiave: don Alessio Stasi (1), pala d'altare (2), restauro (39)
Il dipinto restaurato opera di un "illustris artifex"

Domenica 6 dicembre è stata restituita alla città di Gorizia la pala raffigurante "Tobia e l’Arcangelo Raffaele" che si trova nella chiesa di S. Ignazio.
L’idea del restauro era stata lanciata il 28 aprile 2019 nel corso dell’esecuzione del "Requiem for the living" di Dan Forrest eseguito dalla corale "Portelli" di Mariano in occasione dell’anniversario della fondazione della città. I lavori poi sono iniziati ad ottobre 2019, presso i laboratori di A.Re.Con di Basaldella delle restauratrici Cisilino, Fogar, Olivieri. Il lavoro si è presentato più complesso, più lungo e più oneroso di quanto previsto, tanto da raddoppiare tempi e costi rispetto al preventivo. Il restauro è stato reso possibile grazie al contributo della Fondazione della Cassa di Risparmio di Gorizia e alla generosità di molti cittadini, oltre che da un consistente impegno della Parrocchia di S. Ignazio.
Nel corso della presentazione dell’opera restaurata, oltre all’ing. Bruno Pascoli rappresentante della Fondazione Carigo, sono intervenute sr. Rosangela Lamanna, che ha presentato in modo sintetico il libro di Tobia e in particolare la scena raccontata dal dipinto, la dott.ssa Maddalena Malni Pascoletti, che ha illustrato le caratteristiche degli altari barocchi con la loro intenzione di offrire come una finestra da cui osservare una scena, e l’equipe delle restauratrici del laboratorio A.Re.Con., che hanno spiegato brevemente le fasi del restauro.
Quando le restrizioni saranno più allentate, verrà proposto uno studio più approfondito e un racconto più dettagliato del restauro. Nel frattempo continua la raccolta fondi, che servirà anche per mettere un filtro UV sul finestrone (in modo da ridurre le conseguenze della luce del sole), e per studiare un’illuminazione adeguata.
***
Il prof. don Alessio Stasi, notaio della Curia Arcivescovile e collaboratore dell’Unità Pastorale Gorizia-Centro cittadino, ha avuto modo di studiare a fondo l’opera: lo abbiamo intervistato nei giorni scorsi.

Don Alessio, ci può presentare l’opera da poco restaurata?
È la pala d’altare di una delle sei cappelle laterali della chiesa di Sant’Ignazio, la prima a destra entrando. Il dipinto ad olio su tela raffigura il tema biblico dell’angelo Raffaele, in seguito definito arcangelo, che guida e protegge Tobia, chiamato anche Tobiolo.
Nel Libro di Tobia dell’Antico Testamento è narrata la vicenda di un uomo povero ma giusto, Tobi, che divenuto cieco invia il figlio Tobia a riscuotere un vecchio credito in una terra lontana. Tobi invoca sul figlio la protezione di Dio. Nel lungo viaggio dall’Assiria alla Media il giovane Tobia è accompagnato da un misterioso compagno di viaggio, Raffaele, che gli indica la via più sicura, salvandolo da diversi pericoli. Giunto alla meta, grazie all’aiuto del compagno di viaggio, Tobia porta a compimento l’incarico affidatogli e riscuote il credito dovuto al padre. Conosce Sara, una ragazza tormentata dal demonio. Tobia la guarisce grazie a Raffaele, che dopo un titanico combattimento sconfigge lo spirito maligno. Infine Tobia sposa Sara e ritorna a casa.
La pala riprende il momento del lungo viaggio in cui Tobia, sulle rive del fiume Tigri, grazie al consiglio di Raffaele riesce a catturare un pesce mostruoso che stava per morderlo al piede impedendogli di proseguire il cammino. Tobia e Raffaele, muniti entrambi di un bastone da viandanti, sono accompagnati da un cane, che osserva impaurito il pesce catturato. Tobia appoggia il piede salvo su uno dei gradoni della riva del fiume. L’elemento simbolico del pesce mostruoso rappresenta il male. Dopo la cattura del pesce Raffaele consiglia a Tobia di estrarne il cuore, il fegato e il fiele. Con i visceri del pesce, divenuti prodigioso medicamento, Tobia guarisce Sara e, al suo ritorno, gli occhi ciechi del padre. Solo alla fine Raffaele rivela a Tobia la sua vera identità di angelo inviato da Dio a custodire i suoi passi. In ebraico Raffaele significa "Dio guarisce".

Era un tema molto diffuso nell’arte?
Era la versione colta, biblica dell’immagine più semplice e popolare dell’angelo custode. Chi di noi non ricorda, magari accanto al letto di quando si era bambini, un’immagine dell’angelo custode? È così ancor’oggi.
La figura dell’angelo custode suscita un’istintiva simpatia, anche in contesti ormai distanti dalla fede religiosa. Indica in qualche modo il profondo bisogno di una guida soprannaturale che protegga e guidi non soltanto i più piccoli, ma anche gli adulti. Tornando al mondo dell’arte, va detto che il soggetto biblico di Raffaele con Tobia si diffuse soprattutto dal Rinascimento in poi.
Il simbolismo di alcuni elementi, che sfugge ormai all’uomo di oggi, era un tempo evidente a tutti. Penso agli attributi che tradizionalmente, rievocando il racconto biblico, accompagnano le figure di Raffaele e Tobia. Ad esempio il bastone da viandante, che esprime la precarietà e la transitorietà del cammino della vita. Oppure il pesce mostruoso, simbolo del male e delle tentazioni che minacciano ogni esistenza umana. Infine il cane, fido compagno di viaggio di Raffaele e Tobia, che è un richiamo alla necessaria fedeltà e reciproca obbedienza negli affetti famigliari, in particolar modo coniugali.
Quella dell’angelo custode è da tempi remoti una delle immagini più care alla devozione domestica, quasi un richiamo famigliare al senso della vita, alla forza necessaria per combattere il male, alla fede in Dio.

Nel Settecento, tempo al quale risale il dipinto restaurato, la devozione a San Raffaele era molto sentita a Gorizia?
C’era una diffusa, ma piuttosto generica devozione all’angelo custode, promossa anche dalle confraternite, ma non sempre legata alla figura biblica dell’arcangelo Raffaele. Anzi, solitamente i due temi iconografici si fondevano in uno solo. L’iconografia di Raffaele e Tobia è comunque presente a Gorizia e nel suo territorio in epoca barocca, tanto in ambito pubblico - nelle pale d’altare - quanto in ambito privato - nei dipinti devozionali domestici. Ad esempio, a Palazzo Lanthieri è conservato un bel pastello dell’angelo custode che guida un bambino, attribuito al celebre artista udinese Francesco Pavona (1692-1777). Ma c’è a Gorizia un altro Raffaele con Tobia che merita particolare attenzione, sia per la discreta qualità sia per l’inconsueta ed eccezionale iconografia, colta e popolare al contempo. È una pala dismessa alcuni decenni fa da uno degli altari barocchi della cattedrale di Gorizia, che attende di esservi ricollocata dopo un attento studio e un accurato restauro.

Torniamo al dipinto appena restaurato e ricollocato nella chiesa di Sant’Ignazio. A quando risale?
I lavori per il nuovo altare di San Raffaele iniziarono nel 1743 e furono ultimati con l’inserimento della pala nel 1745. Questo elegante manufatto tardobarocco è uno degli ultimi segni tangibili della fondamentale presenza dei gesuiti a Gorizia. Qui giunti nel 1615, i gesuiti diedero un impulso straordinario alla città e al suo territorio in ogni settore, soprattutto in ambito educativo, sino alla loro soppressione nel 1773.
È fuor di dubbio che la grande Gorizia moderna, quella dell’Età barocca, senza i gesuiti non ci sarebbe mai stata. L’altare di San Raffaele rappresenta il completamento artistico della magnifica chiesa di Sant’Ignazio, che ancor oggi suscita l’interesse dei visitatori per la sua monumentale facciata, ispirata al barocco romano, ma con l’originalissimo coronamento a cipolla dei due campanili, che esprime l’anima più nordica, slovena e tedesca, di Gorizia.
Ma andiamo alle fonti.
L’Historia Collegii Goritiensis, la cronaca manoscritta dei gesuiti goriziani, redatta in un latino molto ricercato e ampolloso, che traduco in italiano, riporta nel 1745: "Per lo stesso tempio si ebbe una nuova e recentemente voluta acquisizione: il settimo altare, dovuto alla generosità dell’illustrissimo conte del Sacro Romano Impero Giovanni Battista della Torre. […] Quest’artistico altare è ricco di marmi preziosi, poggia su quattro colonne di marmo africano, mentre le restanti parti della struttura sono intarsiate con lo stesso marmo africano e con un bel marmo chiaro. La sommità dell’altare è adornata con statue grandi e piccole, in tutto sette figure, vari festoni elegantissimi che le inframezzano, mentre la statua più in alto, al vertice dell’altare, porta lo scudo gentilizio del benefico conte. Il nome dell’angelo San Raffaele è circondato da raggi di bronzo dorato, che attraversano le nubi da ogni parte. In quest’opera venne inserita l’immagine dell’angelo Raffaele, a cui è consacrata. L’elegante pennello deve una lode non mediocre all’illustre artista".
Il cronista non fa il nome del pittore, pur rendendogli un più che onorevole tributo.
La cronaca dei gesuiti goriziani cita solo raramente i nomi degli artisti e in genere solo quando appartenevano alla Compagnia di Gesù o erano di origine locale. Ciò che mi è parso chiaro sin dai primi lavori di restauro della pala è che l’"illustris artifex" non fosse goriziano e nemmeno un pittore forestiero operante a Gorizia.

Il restauro è stato lungo e laborioso, come mai?
Si può parlare di due versioni del dipinto, sulla stessa tela: una originale, l’altra un ampio ritocco, anzi quasi un rifacimento.
L’asporto delle innumerevoli, antiche ridipinture ha rivelato uno strato sottostante molto lacunoso, che ha tuttavia rivelato l’indubbia qualità del dipinto originale, intuibile già prima del restauro. I lavori sono stati svolti con competenza, sotto la supervisione della Soprintendenza per i beni culturali di Trieste, con l’appoggio del parroco don Nicola Ban e dell’intera comunità, dal laboratorio Arte, Restauro e Conservazione (A.RE.CON) di Campoformido.
A quanto pare il dipinto originale si deteriorò ben presto, probabilmente a causa del rilassamento della tela fissata al telaio, molto sottile e non abbastanza tesa. Ciò provocò innumerevoli distacchi e cadute di colore, tanto da rendere necessario un intervento radicale. L’antico rifacimento della pala richiamava nei modi un pittore locale, nettamente inferiore rispetto alla qualità originaria della pittura. Si trattò probabilmente di un intervento della bottega del pittore goriziano di origine bavarese Johann Michael Lichtenreit (1705-1780), che lavorò anche per i gesuiti.
Nel restauro si decise pertanto di asportare tutte le ridipinture posticce per riportare il dipinto allo stato originale, anche se lacunoso. Il minuzioso lavoro di restauro, nel rispetto della superficie pittorica originale e attraverso ritocchi righettati, ha così restituito, per quanto possibile, un’opera pregevole e di gradevole impatto visivo.

Chi poteva essere l’autore della pala?
Penso che solo documenti d’archivio potranno svelarne l’identità. Attraverso l’analisi stilistica di quanto rimane del dipinto mi è venuto in mente Giuseppe Bazzani (1699-1769), un artista riscoperto negli ultimi decenni grazie al lavoro del Museo diocesano di Mantova. Il suo legame intuibile con i della Torre deponeva inizialmente a favore di questa attribuzione, ma senza alcuna prova documentaria. La nonna del committente era mantovana, l’ambito gesuitico, al quale Bazzani e della Torre erano molto legati. La presenza di un suo ovale perduto, l’angelo che appare a Agar e Ismaele nel deserto, nella pinacoteca dei conti Strassoldo di Ranziano, legati al committente attraverso le due mogli, porterebbero al suo nome.
Il figlio del committente della pala, Giuseppe della Torre, aiutò il giovane pittore goriziano Giuseppe Tominz nel suo fondamentale studio romano, quando era ospite proprio del figlio adottivo di Bazzani, sposando la figlia della sua domestica. Ritorniamo indietro.
Il dipinto in questione non ha il dinamismo intrinseco alle opere note di Giuseppe Bazzani, anzi, è molto classicheggiante, con un’impostazione quasi statuaria. Pur essendo vicino al tratto inventivo di Bazzani, non ne possiede il suo estro movimentato, barocco, anche se lo ricorda molto da vicino. Soprattutto nella gamma cromatica e nella definizione dei contorni. Sono quasi in contrasto con la figura e il volto dell’angelo, la parte meglio conservata del dipinto, di una leggerezza di tratto, di una grazia che prelude i più moderni dettami d’arte. L’angelo Raffaele sembra si avvicini alla riva del fiume camminando con levità, quasi sfiorando il terreno, dopo esservi appena atterrato, con un aleggiare di cui si percepisce il lieve, quasi frusciante, ma potente movimento.
In poche parole: ci sono forti rimandi al Bazzani, ma non è la sua mano.
C’è però, indubbiamente, la mano di un grande maestro, direi veneziano. Lo sfondo, penso agli alberi, rimanda sicuramente alla lezione della grande pittura veneta, e di riflesso emiliana. Il cielo è invece qualcosa di molto moderno, che richiama la recentissima pittura veneziana. Non va dimenticato che Gorizia al tempo era pienamente inserita nelle correnti artistiche dell’epoca. In questo senso va studiata la presenza a Gorizia di Francesco Pavona o di Federico Bencovich.
Per quanto riguarda l’attribuzione, la pala di San Raffaele mi sembra opera di un pittore veneto, comunque di un pittore non da poco. "Illustris artifex", come lo ha definito il cronista gesuita.

Ci sono dati utili per un inquadramento storico del dipinto?
In questo caso, come per ogni opera d’arte, lo studio sulla committenza è fondamentale. La ricerca storica sul committente, basata su fonti documentarie, deve sempre andare di pari passo con lo studio dell’opera.
Nel caso della pala di San Raffaele non conosciamo ancora l’autore e sarà molto difficile identificarlo con certezza, ma conosciamo con certezza l’ambito per il quale fu predisposta (quello dei gesuiti) e il committente (Giovanni Battista della Torre).
Nell’indagine sul committente è molto importante la ricerca genealogica e biografica, che svela legami non solamente parentali, ma anche di tutto il contesto in cui è vissuto un determinato personaggio.
Agli studenti e ai giovani ricercatori ripeto spesso che la genealogia, come altre discipline ausiliarie della storia (ad esempio la paleografia, l’epigrafia, l’araldica e molte altre ancora) sono come un’enorme rete in cui lo storico può pigliare i pesci buoni per imbandire la tavola della propria ricerca. Per sorridere: bisogna saper distinguere i pesci buoni da quelli cattivi, come ha fatto Tobia grazie all’angelo Raffaele. La ricerca genealogica e biografica sul committente è fondamentale nell’inquadramento di un’opera d’arte.

Chi era il committente della pala di San Raffaele?
Il conte Giovanni Battista della Torre, menzionato come committente dal cronista gesuita, discendeva dal ramo primogenito di quest’antica e potente dinastia di origine lombarda. Facciamo un passo indietro per capire che cosa portò in Friuli i della Torre, cinque secoli prima.
Di parte guelfa, i della Torre, detti anche Torriani, furono nel Duecento i sovrani della signoria di Milano, sino alla battaglia di Desio, nel 1277, quando furono estromessi dai Visconti. Allora era arcivescovo di Milano Ottone Visconti, mentre Raimondo della Torre era patriarca di Aquileia. Fu così che tutti i parenti e gli aderenti dei della Torre lasciarono la Lombardia riparando in Friuli. Nella basilica di Aquileia si conservano ancora le tombe medievali dei della Torre, tra cui il sarcofago monumentale del patriarca Raimondo. La famiglia, pur spodestata della signoria di Milano, continuò per lunghi secoli ad avere un ruolo primario nella storia del Friuli, sia in ambito veneto sia imperiale.
A metà Settecento il capo del ramo primogenito dei della Torre, che discendeva direttamente da un fratello del patriarca Raimondo, era proprio il committente della pala in questione: il conte Giovanni Battista (1699-1783), signore di Duino, Sagrado, Piuma e Vipulzano, che visse perlopiù a Gorizia.
Semplificando, va detto che Giovanni Battista apparteneva al ramo dei della Torre "buoni". I della Torre di Villalta e Spessa ad esempio furono, fino al Settecento inoltrato, tutt’altro che dei santi. Basti ricordare il famigerato conte Lucio, giustiziato nella fortezza di Gradisca a ventott’anni, nel 1723, per essersi macchiato in pochi anni dei crimini più efferati, tra cui l’assassinio della moglie e di un figlio neonato. Giovanni Battista era invece un uomo di tutt’altra indole.

È riuscito a farsi un’idea della sua personalità?
Sì, partendo proprio dalla ricerca genealogica. Aveva un carattere mite, amava l’arte e fu un grande benefattore dei poveri.
Dalla nonna paterna, Eleonora Gonzaga di Mantova, ereditò la passione per l’arte. Due dei suoi zii paterni furono gesuiti a Padova. Giovanni Battista crebbe in un ambito famigliare severo e religioso, rimanendo per tutta la vita legato ai gesuiti, come testimonia anche la sua affezione per la chiesa goriziana di Sant’Ignazio. Si sposò con la contessa Marianna Rabatta, che gli diede dieci figli in dieci anni, morendo a trentaquattro anni, nel 1742. L’anno seguente il giovane vedovo convolò a nuove nozze con Cecilia Strassoldo di Ranziano, cugina della prima moglie. Dai documenti consultati mi è parso di intuire che la morte della prima moglie lasciò in lui un vuoto incolmabile, tanto che di lì a poco decise di donare alla chiesa di Sant’Ignazio un nuovo altare, dedicato a San Raffaele. Pur essendosi risposato, volle ricordare la prima moglie ponendo lo stemma dei Rabatta accanto al proprio nella cimasa del nuovo altare. Come se volesse invocare la protezione di San Raffaele sui figli rimasti, orfani della madre, e su quanti sperava di avere dalla seconda moglie. E ne ebbe ancora molti, sedici in ventidue anni. Penso sia stato questo il momento in cui divenne particolarmente devoto all’arcangelo Raffaele. Giovanni Battista della Torre era un uomo molto religioso, quasi un asceta. Ogni anno veniva ammesso, come unico laico, agli esercizi spirituali ignaziani nel collegio dei gesuiti. Era inoltre molto legato al santuario e al convento della Castagnavizza, fondati da suo prozio Mattia della Torre, che nel 1627 aveva assistito, nel bosco di castagni adiacente alla sua tenuta di Prestau (Pristava) a dei fatti prodigiosi riguardanti un’immagine della Madonna. Giovanni Battista si ritirava ogni anno per tutta la quaresima in una cella del convento allora diretto dai carmelitani scalzi, come narrerà il cronista francescano Chiaro Vascotti: "Ogni anno una volta si ritirava dal frastuono del secolo nella solitudine del cenobio castagnavizzese, per raccorre la mente in Dio e fare gli esercizi spirituali, passava coi religiosi tutto il tempo dal mercoledì delle ceneri fino a Pasqua senza mai discendere in città, mangiava con essi in refettorio, abitava nella cella a sue spese costrutta, digiunava tutta la quaresima, e mortificava i suoi sensi".
Nel convento è ancora conservata la sua cella con un’iscrizione in latino in cui chiede di pregare per lui e i suoi.
Esistono altre testimonianze sulla sua vita?
Non molte, ma direi fondamentali, per quanto ha lasciato, oltre all’altare di San Raffaele.
A metà Settecento Gorizia era quasi del tutto sprovvista di strutture sanitarie, soprattutto di ricoveri per i molti poveri e ammalati che confluivano in città, in cerca di aiuto. Non tutti erano veri poveri, erano chiamati "pitocchi", sostavano davanti alle chiese vivendo di elemosine. Per le donne esisteva da secoli un ospizio, accanto alla chiesa dell’Immacolata.
Ma per gli uomini non c’era nulla.
Della Torre pensò così di fondare un ricovero per gli uomini, destinato all’ospitalità e alla cura di due fasce della società che oggi definiremmo deboli: i ragazzi e gli anziani privi di sostentamento, giovani e vecchi soli, abbandonati a sé stessi.
Per realizzare il suo progetto fondò un ente a cui donò due grandi case poste ai margini della sua giurisdizione di Prestau (Pristava), all’ingresso della città, dietro alla chiesa di Sant’Antonio Nuovo, in un quartiere che allora era chiamato Braida Vaccana.
Ancora una volta ricorse al suo protettore, l’arcangelo Raffaele, chiamando la struttura "Pio Ospitale di San Raffaele". La affidò alla direzione di un prete, don Matteo Marculin, che lo storico illuminista e statalista Carlo Morelli si limitò a definire laconicamente "uomo di qualche talento".
Don Marculin si occupava da anni di cura d’anime a Piuma e Oslavia, giurisdizione dei della Torre, dove dimostrò una grande pazienza con la popolazione locale. Don Marculin, per sopperire ai bisogni dell’ospizio sempre più affollato da giovani e anziani abbandonati, diede tutto sé stesso, anche se non gli furono risparmiati momenti difficili. Nella gestione dell’ospizio don Marculin era affiancato da due "giudici dei poveri", eletti tra gli ospiti.
Una singolare forma di autogestione interna ante litteram. L’arcivescovo Carlo Michele Attems, sempre sensibile alle opere di assistenza ai poveri, con l’appoggio del governo introdusse quella che fu definita "nuova regola di carità".
Dai sagrati delle chiese vennero allontanati coloro "che mendicavano per ozio e per professione" e sostituiti da veri poveri che raccoglievano in una cassetta le offerte per l’Ospedale di San Raffaele. In seguito don Marculin avviò un lanificio e un grande orto, dove indirizzava al lavoro i ragazzi più grandi ospiti della struttura, insegnando loro il rispetto e l’assistenza agli anziani e agli ammalati. Furono anni di alacre attività, un’esperienza nuova e rivoluzionaria per tutto il Goriziano, che però non durò a lungo, anche se ne rimase un duraturo e grato ricordo.
Un’esperienza sociale prematura, ma fruttuosa. L’Ospedale di San Raffaele rimase aperto solo per una ventina d’anni. Le sempre più forti tendenze di accentramento statalista anche in ambito assistenziale erano sfavorevoli a questo genere di iniziative. I sussidi erano pochi, le entrate minime per il sostentamento del crescente numero di degenti. I nobili goriziani, con a capo il capitano della contea, al tempo il governatore della provincia, escogitarono una strana raccolta di fondi per mantenere in vita la struttura: nelle case private si svolgevano dei tornei di partite a carte, soprattutto al gioco del faraone allora di moda, e il ricavato delle vincite veniva devoluto all’Ospedale di San Raffaele. Un modo curioso e divertente per fare carità, che però non bastò a salvare l’ospizio.
Nel 1772, dopo avere speso i suoi ultimi risparmi per mantenere aperto l’ospizio, don Matteo Marculin morì. Morì senza un soldo, divenuto povero tra i suoi poveri. Fu così che qualche anno dopo il Pio Ospitale di San Raffaele chiuse i battenti, assorbito da un’altra struttura statale. Nonostante gli sforzi nemmeno il fondatore, Giovanni Battista della Torre, ormai anziano, poté farci nulla.

Dov’era esattamente ubicato l’Ospedale di San Raffaele, ne rimane traccia?
Era situato dietro alla chiesa di Sant’Antonio Nuovo, all’incrocio tra Via Favetti, Via Rafut e Via Formica. L’area davanti all’ospizio era chiamata Piazza del Cristo, perché in uno dei muri perimetrali c’era un’edicola con l’immagine del Crocifisso. Alcuni anni fa gli edifici rimasti dell’antico Ospedale sono stati rasi al suolo, al loro posto c’è ora una distesa di ruderi recintata da reti di plastica rosso arancione. Grazie all’insistenza di alcuni abitanti del quartiere è stato lasciato intatto un piccolo tratto di mura con l’edicola del Crocifisso, che rimane oggi l’unica testimonianza superstite dell’antico Ospedale di San Raffaele.
A testimonianza di questa pagina dimenticata di storia, arte, fede e carità nella Gorizia settecentesca resta oggi soprattutto l’altare di San Raffaele nella chiesa di Sant’Ignazio, con la sua bella pala, ora restaurata.

Per concludere…
La pala di San Raffaele che guida il giovane Tobia è un piccolo capolavoro ritrovato della nostra storia, di cui dobbiamo andare fieri. Attraverso il linguaggio dell’arte e della storia continuerà a parlare dei grandi temi della vita e della fede agli uomini e alle donne di oggi. Proprio come la figura dell’angelo custode che continua a parlare, ricordavo prima, anche in contesti fortemente mutati, spesso lontani dalla prassi religiosa. È patrimonio di tutti, non solo di coloro che frequentano la chiesa.
Attualizzando: qualche giorno fa Gorizia e Nova Gorica sono state ufficialmente proclamate capitale europea della cultura per il 2025. È un bellissimo traguardo, anzi, il più bel dono di Natale che Gorizia assieme alla città sorella di Nova Gorica potevano ricevere. Un importante riconoscimento, ma anche un grande impegno per il futuro, in cui non dobbiamo dimenticare che la civiltà culturale goriziana ha semprre avuto un fondamento, un sostrato profondamente cristiano. Come testimonia anche la storia di San Raffaele, ora rinnovata.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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