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Una ministerialità diffusa

A pochi giorni dall’avvio dell’annuale Assemblea diocesana, l’arcivescovo Carlo si sofferma sul significato che questo tempo di pandemia ha avuto per la nostra diocesi ma anche sulle attese per il prossimo Sinodo della Chiesa italiana fortemente voluto da papa Francesco

Parole chiave: assemblea diocesana (14), vescovo (38)
Una ministerialità diffusa

L'Assemblea diocesana offre tradizionalmente lo spunto alla Chiesa diocesana per una verifica su quanto vissuto nel corso dell’Anno pastorale: un guardare al passato che permette di gettare le basi per gli impegni futuri assicurando la necessaria continuità nelle scelte pastorali.
L’appuntamento di quest’anno - proposto in tre momenti e con la possibilità della partecipazione in presenza ed online - assume un valore "doppio" dopo la sosta forzata del 2020: abbiamo alle spalle 15 lunghi mesi segnati dalla pandemia con gravi conseguenze anche per il nostro territorio dal punto di vista economico e sociale cui si sono sommate le difficoltà nello svolgimento della pastorale ordinaria per tutte le comunità costrette a fare i conti con le normative anticontagio.
Ma questo tempo è segnato anche da alcuni segni di speranza per il futuro della Chiesa universale e della nostra Chiesa locale: alle importanti novità volute da papa Francesco riguardo i ministeri istituiti si unisce l’aumento costante del numero di adulti che chiedono di ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana dopo un percorso di approfondimento sulle proprie scelte di fede accompagnato dalle comunità di origine.
Di tutto questo abbiamo parlato con l’arcivescovo Carlo al suo rientro in diocesi da Roma dove ha partecipato ai lavori della 74^ Assemblea della Conferenza episcopale italiana nel corso della quale è stato eletto Presidente della Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute e, di conseguenza, Presidente della Consulta Ecclesiale degli organismi socio-assistenziali e di Caritas Italiana.

Monsignore, il procedere finalmente più spedito della campagna vaccinale ci permette, seppur timidamente, di cominciare a guardare al domani con qualche certezza in più. Mi pare che anche il poter vivere l’Assemblea diocesana in presenza si collochi proprio su questa lunghezza d’onda. Le chiedo: come ha vissuto Lei, vescovo della Chiesa che è in Gorizia, questo tempo di pandemia?
Ho vissuto questo tempo prima che come vescovo come uomo, come persona. E quindi con tanta preoccupazione, con un intreccio di speranze e di attese ma anche, ovviamente, di paure, di ansie e di vicinanza alla sofferenza di tante persone.
C’è stata la preoccupazione, come vescovo e responsabile di una Chiesa, di percorrere le strade più idonee affinché la vita pastorale non si bloccasse del tutto e si potesse mantenere viva la nostra fede ed il nostro rapporto con il Signore anche a livello comunitario. In tal senso è stato davvero positivo riprendere, appena è stato possibile, la celebrazione dell’eucarestia in presenza, seppur con tutte le precauzioni richieste: una mano a non perdere il contatto con i fedeli ce l’hanno senz’altro data anche gli strumenti che la tecnica ci offre. Tanti mesi di pastorale a distanza hanno indubbiamente reso ancora più acuto un bisogno di confrontarci "in presenza" che si accompagna ad una certa insofferenza verso piattaforme, webinar e collegamenti online: per questo proporremo l’Assemblea diocesana in presenza -nel rispetto delle misure di prevenzione - senza tralasciare però l’opportunità di seguirla sui social per chi non potrà o non se la sentirà di esserci di persona.

Durante la recente riunione del Consiglio presbiterale diocesano, Lei ha definito questo tempo che stiamo vivendo "promettente". È un aggettivo - positivo - che non ci si aspetterebbe visto che in questi ultimi mesi sono stati soprattutto gli aggettivi negativi quelli che abbiamo usato…
Ho definito questo tempo come "promettente" innanzitutto in rapporto all’esperienza che abbiamo vissuto - e che speriamo si concluda presto! - della pandemia: un’esperienza che ci ha fatto capire che niente è scontato. Noi diciamo sempre che riceviamo tutto dal Signore, lo ringraziamo per questo ma non abbiamo veramente la consapevolezza di come la vita, la salute, le relazioni familiari e comunitarie siano veramente suoi doni.
Questo tempo, quindi, è promettente proprio perché ci aiuta a ricordare ed a comprendere che tutto viene dal Signore e - spero - ci aiuterà a capire quanto siano essenziali il senso della vita, l’amore, il dedicarsi agli altri...
Sarà davvero importante non perdere tutta l’esperienza vissuta e maturata in questi mesi se e quando il Signore ci concederà di uscire da questa pandemia.

Vorrei riprendere un concetto cui Lei accennava poco fa. Nella Sua Lettera pastorale "La nube luminosa", Lei sottolineava che una lettura sapienziale del tempo di pandemia non potrà non portarci a "ringraziare" il Signore. Si era allora in autunno e di lì a poco ci siamo trovati a dover vivere una nuova fase epidemica ancora più intensa, ancora più drammatica. Per chi l’ha passata "indenne" o è guarito dal Covid-19 senza particolari conseguenze il "ringraziare" può essere naturale, ma per chi ha dovuto piangere i propri cari o si trova a subire le conseguenze della crisi economica questo sarà più difficile…
Certo questa è una domanda vera ed importante per ogni credente. È facile ringraziare il Signore quando si torna dall’esilio, per usare una delle immagini bibliche utilizzate nella Lettera Pastorale: diviene più difficile farlo quando ci si è trovati dinanzi a situazioni di grave difficoltà, di malattia, di lutto. Eppure anche in questo caso penso si possa ringraziare per il non essersi sentiti soli, per la tanta solidarietà ricevuta, per avere percepito nel proprio cuore la presenza del Signore.
Durante la recente assemblea della Conferenza episcopale italiana, abbiamo avuto modo di confrontarci anche a piccoli gruppi: mi hanno colpito le testimonianze di quei vescovi che si erano ammalati di Covid trascorrendo anche periodi lunghi nelle terapie intensive degli ospedali. Tutti ci raccontavano di avere riconosciuto in questa esperienza la presenza del Signore!

In pochi mesi papa Francesco ha proposto due "motu proprio" particolarmente significativi sul ruolo dei laici: Antiquum ministerium e Spiritus Domini. Perché abbiamo dovuto attendere quasi 60 anni dalla fine del Concilio per vedere attuato quello che i Padri Conciliari avevano già allora auspicato? Ed in pratica quale significato assumono questi documenti nella vita della nostra Chiesa locale?
Papa Francesco - e con lui altri autorevoli commentatori- ci ricorda che per assorbire ed accogliere in profondità come singoli e comunità un Concilio ci vuole davvero molto tempo: qualcuno indica in almeno 100 anni il tempo necessario. In questo caso, saremo appena poco oltre la metà del percorso!
Il fatto che le intuizioni che i Padri Conciliari ci hanno trasmesso non vengano ancora attuate pienamente significa forse che il Concilio non ha rappresentato solo una realtà importante per il momento storico che la Chiesa stava vivendo in Italia e nel mondo negli anni ’60 del secolo scorso: è stata una profezia che siamo chiamati a scoprire un poco alla volta.
In questo senso, papa Francesco ci sta aiutando a comprendere che la vera ministerialità nella Chiesa non è solo quella del sacerdote ma è "diffusa", spetta ad ogni battezzato in quanto tale. In quest’ottica anche il ministero del sacerdote è un modo di vivere il battesimo come possono esserlo il ministero del lettore, dell’accolito, del catechista o altri ministeri già presenti e che la Chiesa domani scoprirà o renderà un po’ più istituzionali. Dico questo pensando, ad esempio, a tutti i ministeri della carità ed alle attività ad essa collegate: istituzionalizzarli ci aiuta a crescere in un’idea di Chiesa ministeriale nella speranza ldi comprendere sempre di più, un po’ alla volta questa realtà.

Durante la liturgia in cattedrale nel mese di aprile per il conferimento dei ministeri a due dei nostri seminaristi, Lei auspicava che i sacerdoti siano sempre più come un direttore d’orchestra: può spiegarci questa immagine?
Nel mio intervento mi riferivo al direttore di un’orchestra impegnata nell’esecuzione di un’Opera: il pubblico non lo vede visto che non sta sul palcoscenico ma dentro quella che tecnicamente si chiama "la fossa", la buca dell’orchestra. I personaggi importanti, sotto i riflettori, sono i cantanti. Però guai se non ci fosse il direttore: lui non solo dirige l’orchestra ma detta anche i tempi a tutti, offrendo ai grandi artisti la possibilità di eseguire le proprie parti nell’Opera.
Ecco perché ho fatto ricorso proprio a questa immagine.
Il parroco o il responsabile dell’Unità pastorale sono fondamentali in quanto devono impegnarsi perché nelle comunità tutti possano collaborare insieme, concordemente ed in armonia, ma dove ciascuno venga valorizzato per i propri talenti.
Ai sacerdoti spetta operare rimanendo però quasi nascosti affinchè tutti possano sentirsi ugualmente protagonisti all’interno della Chiesa. Come i direttori d’orchestra cui mi sono riferito, non sono al centro dell’attenzione di tutti (anche se pure a loro spetterà ricevere i meritati applausi!) ma al servizio di tutti.

Aumentano in diocesi gli adulti che chiedono di ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana: come leggere questo dato e come fare in modo che, al di là dell’esperienza del singolo, divenga veramente un momento "di grazia" per l’intera comunità?
Direi che le celebrazioni che abbiamo vissuto hanno già rappresentato dei momenti di grazia per le comunità. Ho notato che chi era presente in chiesa durante le diverse liturgie non ha nascosto l’emozione nel vedere adulti e giovani-adulti chiedere di essere battezzati o confermati, accostarsi all’eucarestia ed anche celebrare il proprio matrimonio avendo compiuto un percorso di avvicinamento alla fede.
Si tratta di avvenimenti molto belli, probabilmente ben più significativi per chi li vive e per chi vi assiste di tanti discorsi e riflessioni: in tal senso la scelta fatta di vivere queste liturgie, con la presidenza del vescovo, nelle parrocchie dove le persone sono già inserite o dovranno inserirsi, favorisce ancora maggiormente l’accoglienza da parte della comunità stessa. E questo ci fa comprendere che il battesimo non è solo un dono per chi ora, da adulto, si avvicina alla fede ma è un dono importante anche per noi che siamo battezzati quasi neonati.

La Chiesa italiana, su sollecitazione di papa Francesco, si appresta a vivere un tempo di Sinodalità. Quali elementi dovrà avere, a Suo parere, questo cammino per essere veramente fecondo per le nostre Chiese?
Ascoltando le parole che papa Francesco ha rivolto a noi vescovi durante l’Assemblea della Conferenza episcopale italiana mi pare di avere colto che a lui sta a cuore una sinodalità non solo intesa come "camminare insieme" ma che possa - prendo a prestito le parole di un vescovo - "svegliare maggiormente la Chiesa italiana". Una Chiesa che non è certamente morta o inoperosa ma che però, nonostante la bella tradizione che ha alle spalle, rischia probabilmente di bloccarsi o di spaventarsi dinanzi all’essere oggi minoranza nella società del nostro Paese.
Siamo chiamati a cambiare passo e possiamo farlo assumendo, appunto, un atteggiamento sinodale: camminare insieme mettendosi in ascolto del vangelo.
Il papa ci ha ricordato quanto abbiamo ascoltato e vissuto durante il Convegno di Firenze nel 2015 ed il riferimento fondamentale all’Evangelii Gaudium e quindi al Vangelo.
Ecco perché, allora, la sollecitazione di Francesco mi pare sia ad essere una Chiesa nuova o comunque in cambiamento che, senza rinnegare il passato, sa scoprire cose nuove.
Alcuni vescovi hanno detto che dobbiamo essere come gli scribi di cui parla il Vangelo: capaci di recuperare quanto c’è di antico ma bello nel passato sapendo però aprirci davvero al nuovo. Come vino nuovo in otri nuovi.

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