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Testimoni di che cosa?

Lunedì 16 marzo 2020, in occasione della festa dei Santi Ilario e Taziano, patroni della città di Gorizia, l’arcivescovo Carlo ha presieduto a porte chiuse la liturgia eucaristica in cattedrale. Il rito è stato concelebrato dal decano, don Fulvio Marcioni, e dal parroco della,cattedrale, don Nicola Ban. 
Pubblichiamo di seguito l’omelia del vescovo Carlo. 

Parole chiave: omelia (12), patroni (15), Santi Ilario e Taziano (6)
Testimoni di che cosa?

Vorrei iniziare la riflessione di oggi partendo dalla pala d’altare che ho alle mie spalle. Devo confessare che non vi avevo prestato particolare attenzione nelle prime settimane della mia presenza in diocesi, finché al mio onomastico di otto anni fa, il 4 novembre, don Luigi Tavano mi regalò un quadretto con all’interno la riproduzione della parte centrale del dipinto. Mi accorsi allora che tra i due santi martiri patroni della città, il vescovo Ilario e il diacono Taziano, il pittore aveva voluto rappresentare la figura di san Carlo Borromeo, nella classica iconografia che lo contraddistingue.

Di primo acchito mi era venuto da pensare che questo dipinto fosse stato commissionato dal primo arcivescovo di Gorizia, Carlo Michele Attems, a metà Settecento, con l’intento di onorare in questo modo il suo santo patrono. Ho poi capito invece, osservando la pala più attentamente ed informandomi, che essa era di epoca più tarda. Risale infatti alla prima metà dell’Ottocento ed è opera di uno dei più noti pittori goriziani, Giuseppe Tomìnz, che, fu, a quanto si legge su di lui, un artista piuttosto mondano, di fama europea, che seppe però dalla giovinezza e sino alla morte conservare una salda fede. Lo si vede anche nei suoi dipinti sacri, che non sono molti, ma, osservando anche questo della nostra cattedrale, direi molto belli e interessanti.

Allora mi sono chiesto: perché San Carlo? Sicuramente una ripresa di un culto più antico, diffuso dal primo arcivescovo di Gorizia che ne portava il nome e che, come molti vescovi del periodo dopo il Concilio di Trento, vedeva nel santo milanese un modello di azione pastorale. E anche un omaggio, nel caso di questo dipinto, alla sua memoria. Anche la bella chiesa del seminario è dedicata a San Carlo.

Questo culto goriziano a San Carlo, confesso, mi ha sempre toccato da vicino, e non solo perché ne porto il nome. Mi è ritornato in mente in questi giorni, osservando questo dipinto del nostro duomo che lo rappresenta lì, in mezzo ai nostri santi patroni che oggi celebriamo. In questo tempo di epidemia, viene spontaneo collegare il santo milanese alla sua azione pastorale durante la peste che colpì Milano negli anni 1576-1577, con il suo impegno di preghiera, di dedizione piena di carità ai malati, di vicinanza e consolazione per tutti anche in tempi di quarantena.

San Carlo, un santo tutto sommato a noi più vicino, per il tempo e per ciò che stiamo attraversando insieme, è raffigurato nel dipinto del nostro duomo tra i nostri santi patroni di sempre, che oggi, qui nella città di Gorizia, festeggiamo. In modo diverso quest’anno, sottotono, ma siamo ancora qui a celebrarli come sempre e ad invocare la loro protezione su Gorizia. Ancora una volta ritorniamo alle radici della nostra fede, ai nostri santi patroni, i martiri aquileiesi Ilario vescovo e Taziano diacono, qui raffigurati.

Ma chi sono i martiri? La parola greca martyr in origine  significa testimone. Testimone di che cosa? I martiri mettono in evidenza ciò che è fondamentale per ogni cristiano e per ogni comunità, sia in tempi normali sia in tempi difficili, cioè la fede. Il martire è infatti qualcuno che è consapevole che la fede vale più della vita fisica. E’ una persona che sceglie di andare dietro a Gesù, disposto a perdere la vita, come ci ha ricordato il Vangelo. Perderla, ma per salvarla nella convinzione espressa molto bene dall’apostolo Paolo nella seconda lettura: «anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi».

La fede non è un’aggiunta alla vita, non è una pratica religiosa più o meno interessata, non è un ricorso al Signore come ultimo o magari “scaramantico” rimedio, ma è il rapporto profondo con Lui, riconosciuto come Colui che – lo abbiamo ascoltato nel Vangelo di ieri – ci dona l’acqua viva. La fede non nasce dalla necessità, ma dall’amore, dal sentirci nonostante tutto amati. Sicuramente certe circostanze difficili, come quella che stiamo vivendo, possono portarci a essere meno superficiali, a riflettere di più, a chiederci che cosa davvero conta nella vita. Ma non è detto. Certe contingenze possono allontanare più che avvicinare alla fede.

In ogni caso la fede è dono, non conquista. Certo è anche ricerca. Ricerca umile, sincera, persino faticosa. Chi afferma di non essere credente, ma prende sul serio la vita, si fa le domande che contano, si mette in gioco con tutto se stesso… a volte è più vicino alla fede di chi vive un’appartenenza religiosa di routine, pronta a venire meno alla prima difficoltà. Vorrei dire questo a tutti i nostri Concittadini, anche a chi non è cristiano o non si riconosce più nella fede dei genitori e dei nonni, anche a chi professa altre religioni.

Sempre pensando a tutti i Goriziani, vorrei proporre un altro spunto di riflessione che parta dalle tre virtù che sono fondamentali nella visione antropologica cristiana, virtù dette teologali perché immediatamente riferite a Dio: fede, speranza, carità. Sono virtù nel senso più profondo del termine e non in senso moralistico, sono cioè atteggiamenti costanti di vita, che caratterizzano o dovrebbero caratterizzare il sentire, il pensare, l’agire di ciascuno.

Come si collegano tra di loro? Qual è la prima? In certi casi è la fede, che porta a credere in determinate verità e soprattutto a fidarsi e ad affidarsi a Dio, e per questo apre alla speranza di una salvezza promessa da Dio e a vivere l’amore secondo gli insegnamenti del Vangelo. Questo spesso è l’itinerario che percorre il credente: dalla fede, alla speranza, alla carità/amore. E, prima ancora del credente, al sommo grado il martire.

Ma si può partire anche dalla speranza. Gli slogan incoraggianti di questi giorni: “ce la faremo”, “andrà tutto bene”, e simili, esprimono questa speranza. Una speranza però che se non vuole essere vuota, deve cercare un qualche fondamento – ed ecco il tema della fede – e se non vuol essere solo un hashtag, deve diventare azione concreta per gli altri – ed ecco l’amore.

Certamente, però, ed è una terza strada, oggi è più facile partire dall’amore. L’amore, la carità, il voler bene: dovrebbe essere ciò che in questo momento tutti ci accomuna, credenti o non credenti. E dovrebbe comunque condurre tutti a qualche forma di speranza e di fede. Si può infatti amare senza speranza? O il primo amore per gli altri in momenti difficili è proprio donare speranza? Naturalmente con gesti concreti e non solo a parole… E si può amare senza fede, senza credere che c’è qualcosa per cui vale la pena spendere la vita? Senza almeno intuire che c’è Qualcuno che, solo,può fare in modo che davvero alla fine vada tutto bene?

Ilario e Taziano hanno dato la vita convinti di questo e anche san Carlo, a suo tempo, con questo convincimento si è speso per i sofferenti. Davanti alla pala d’altare di questo duomo, purtroppo vuoto, chiediamo allora a questi santi che spingano il loro sguardo di intercessione ad abbracciare tutta la nostra città, dando sostegno a tutti, credenti e non, prendendosi cura di chi è maggiormente in difficoltà, illuminando le scelte e l’agire di chi ha responsabilità.

Per l’intercessione dei santi martiri Ilario e Taziano, nostri patroni, Dio benedica e protegga la città di Gorizia.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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