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"Signore, sono stanco e stufo per questa pandemia..."

Venerdì 26 marzo l’arcivescovo Carlo ha presieduto nella chiesa di S.Maria Assunta dei Padri Cappuccini in Gorizia una liturgia penitenziale in preparazione alle festività pasquali. Pubblichiamo di seguito la riflessione che ha pronunciato durante il rito.

Parole chiave: liturgia penitenziale (1)
"Signore, sono stanco e stufo per questa pandemia..."

Mi piacerebbe in questo momento poter disporre di una cartina di quelle che si trovano nelle edizioni della Bibbia e ora facilmente su internet per farvi notare una cosa: il monte Sinai dove avviene l’alleanza tra Dio e il suo popolo, narrata nella prima lettura di stasera, non è la terra promessa, non è nella Palestina. Si trova infatti nel profondo sud della penisola del Sinai, tra il Golfo di Suez e quello di Aqaba, molto lontano dalla via più diretta sul mare mediterraneo che collega Egitto e Palestina. Il popolo di Israele si trova, quindi, in pieno deserto e sarà ancora molto lunga la strada e soprattutto il tempo necessario per arrivare finalmente alla meta promessa.
Eppure Dio sceglie di fare alleanza con il suo popolo non nella terra dove, usando un’immagine ricorrente nella Bibbia, scorrono latte e miele, ma nel deserto dove non scorre un bel niente, dove manca tutto a cominciare da quell’elemento decisivo per la vita che è l’acqua. Dio in pieno deserto e a un popolo stanco e sfiduciato propone l’alleanza, cioè l’amicizia con Lui, il suo impegnarsi a essere comunque e sempre il Dio di quel popolo.
Noi siamo in pieno deserto. Avevamo sperato che finisse mesi fa, ma ci siamo ancora dentro. Il deserto della pandemia, della malattia, della morte, delle difficoltà economiche attuali e purtroppo future, della fatica psicologica ad andare avanti, delle tensioni relazionali, dell’incertezza di ciò che ci sta davanti. E il deserto è anche dentro di noi e riguarda anche la nostra fede, il nostro rapporto con Dio. Non ci siamo solo fragilizzati fisicamente e psicologicamente, ma lo siamo stati anche dal punto di vista spirituale.
Abbiamo bisogno che qui, in questo deserto che è fuori e dentro di noi, Dio ci riproponga l’alleanza, ci riproponga l’amicizia.
Abbiamo bisogno di salire verso di Lui, come fece Mosè "con Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani d’Israele". Il libro dell’Esodo dice che: "Essi videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffìro, limpido come il cielo. Contro i privilegiati degli Israeliti non stese la mano: essi videro Dio e poi mangiarono e bevvero".
Hanno visto Dio, la sua gloria e la sua bellezza, e hanno vissuto un momento di profonda e splendida comunione con Lui.
La stessa realtà che hanno vissuto gli apostoli nell’ultima cena: sono stati con Gesù, hanno visto in Lui Dio (secondo il Vangelo di Giovanni è proprio nell’ultima cena che un apostolo, Filippo, chiede a Gesù: "Mostraci il Padre e ci basta" e Gesù risponde: "Chi vede me, vede il Padre": Gv 14,8-9), hanno mangiato e bevuto con Lui.
Ma soprattutto hanno ricevuto da Lui il calice dell’alleanza nel sangue versato per la moltitudine. L’ultima cena non è stata celebrata nel deserto ma nella grande sala al piano superiore, che noi chiamiamo cenacolo. Ma quella sera nel cuore dei discepoli c’era lo stesso smarrimento, la stessa angoscia del popolo nel deserto: il Signore stava per essere catturato e ucciso, uno di loro lo aveva tradito, un altro lo avrebbe rinnegato tre volte, tutti sarebbero scappati. In quel contesto Gesù propone un’alleanza nuova, non più fondata e significata dal sangue di giovenchi, ma nel suo sangue. Un’alleanza che viene rinnovata per ciascuno di noi nell’Eucaristia e nei Sacramenti.
Stasera siamo qui appunto per celebrare il sacramento della Riconciliazione, il Sacramento che ci riammette alla comunione piena con Gesù che celebriamo nell’Eucaristia: c’è una profonda continuità tra i due sacramenti. Come dicevo prima, viviamo questa celebrazione mentre ci sentiamo preoccupati e angosciati nel deserto della pandemia e anche della poca fede e scarsa speranza che troviamo nei nostri cuori.
Siamo qui per chiedere perdono?
 Si può anche dire così, ma in realtà siamo qui per sentire anzitutto che in questo deserto Dio non ci abbandona, che ci ama, ci accoglie, ci incoraggia. Ne abbiamo proprio bisogno. Vorrei che della formula dell’assoluzione, più ancora che la fine - "io ti assolvo dai tuoi peccati" - cogliessimo le parole che precedono: "Dio… ti conceda il perdono e la pace", cioè Dio ti conceda il suo amore, la sua amicizia, la sua alleanza.
Ma che peccati dobbiamo dire questa sera al Signore? Se vi può essere di aiuto, io penso di confessarmi nei prossimi giorni dicendo pressappoco così, rivolgendomi direttamente al Signore:
"Signore, sono stufo e stanco per questa pandemia. Non ne posso più e con me tutti non ne possiamo più. Ti ho pregato, ti abbiamo pregato, papa Francesco ti ha pregato un anno fa come domani, solo in una piazza san Pietro flagellata dalla pioggia, e qual è stato il risultato? E poi ci haitolto delle persone care, anche dei cari preti e tante altre persone.
Tanti si sono ammalati.
 Tanti hanno dovuto chiudersi in casa per molti giorni. E non è finita. Dovrei avere fede per me e per gli altri, dovrei dare speranza, ma dove sono la mia poca fede e la mia fragile speranza? Dovrei essere generoso, ma se mi proponessero di vaccinarmi scavalcando la fila non sono così sicuro che direi di no… E dovrei pensare a chi soffre anche in altri Paesi più poveri del nostro, ma mi viene la tentazione di dire: che si arrangino, intanto sistemiamoci noi. E poi ho bisogno di qualcuno a cui dare la colpa: la colpa è sempre degli altri, ovviamente, che siano i politici, gli amministratori, i medici, altre categorie, … insomma tutti tranne me. E dovrei pregare di più, nutrirmi della tua Parola - siamo o non siamo in Quaresima? - ma c’è sempre una scusa buona, anche la stanchezza e la svogliatezza…".
Io direi così al Signore. E gli altri peccati? Se sono davvero peccati, gli aggiungerei, ma sapendo che sono solo la manifestazione ulteriore della mia poca fede, della mia scarsa speranza e del mio poco amore.
Dopo questo sfogo sono sicuro che sarei contento, se non altro per aver parlato con Qualcuno che mi ascolta e mi perdona ridonandomi la sua alleanza. Ben sapendo che la confessione è anzitutto un atto di fede. Se mi rivolgo a Dio anche solo per lamentarmi, vuol dire che ci credo che esiste e che può fare qualcosa per me.
Assomiglierei - per usare l’immagine evangelica utilizzata da papa Francesco lo scorso anno - ai discepoli che svegliano Gesù addormentato sulla barca in tempesta: chissà se in quel momento credevano davvero che poteva fare qualcosa? In ogni caso lo svegliano, si prendono un bel rimprovero - ma qualche rimprovero da parte di Gesù ci fa solo bene…- e però Gesù li salva.

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