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Perchè non proporre Gesù che è il Vangelo?

L’omelia del vescovo Carlo nella messa crismale celebrata nel Giovedì Santo in cattedrale: nel corso del rito sono stati ricordati anche gli anniversari di ordinazione sacerdotale di alcuni presbiteri diocesani

Parole chiave: Pasqua (34), mons. Redaelli (14)
Perchè  non proporre Gesù che è  il Vangelo?

Nella mattinata del Giovedì santo, si è ripetuta in cattedrale la solenne celebrazione della Messa del Crisma cui hanno partecipato i sacerdoti in servizio pastorale in diocesi. Nel corso del rito sono stati ricordati anche gli anniversari di ordinazione sacerdotale di don Romano Valle e don Luigi Tavano (70° di ordinazione), di don Ottone Brach e mons. Oscar Sim¤i¤ (65°), di don Mario Malpera e don Gino Pasquali (50°). Di seguito i passi centrali dell’omelia pronunciata dal vescovo Carlo

Nelle scorse settimane ho incontrato nei vari decanati diversi gruppi di adulti che si stanno preparando a ricevere il sacramento della confermazione (il gruppo di Gorizia celebrerà la cresima qui, in duomo, durante la veglia pasquale). Si tratta di giovani uomini e giovani donne, che scelgono di ricevere la confermazione in vista del matrimonio o per svolgere il compito di padrino o di madrina o anche - e non sono pochi - per il desiderio di completare il cammino di iniziazione cristiana.
Ciò che mi ha colpito, dialogando con loro, è la sorpresa e la gioia causate dalla scoperta del Vangelo. Una parola semplice, autentica, vera che ci parla di Gesù e ci fa incontrare con Lui. Una parola che è come acqua fresca e viva di sorgente che disseta e insieme rallegra il cuore. In particolare ho colto in loro il fascino esercitato dalle parabole. Racconti, in apparenza molto semplici e disarmanti, che però ti coinvolgono, ti tirano dentro, ti fanno diventare protagonista, ti aprono il cuore a domande di cui non ti danno risposta. Perché la risposta devi darla tu. Sono io il figlio che se ne va lontano dal padre? Sono forse io il figlio che protesta, sentendosi in qualche modo defraudato nel suo ruolo di figlio obbediente? Rientrerò in casa, ora che il padre è uscito a cercarmi o me ne starò fuori chiuso nella mia rabbia? Sono io quell’albero di fichi che non dà frutti da tre anni e che l’agricoltore insiste per curare con amore ancora un anno? E chi sarà mai quel giudice iniquo ed empio che non vuole ascoltare la supplica insistente e soffocante di una povera vedova che cerca giustizia? E quando il Figlio dell’uomo verrà sarò tra le pecore o tra le capre?...
Potrei ora citarvi tutte le parabole, tutto il Vangelo. Ma so che queste domande sono dentro a tutti noi, sacerdoti e diaconi in particolare, perché il Vangelo è il nostro pane quotidiano, è l’aria che respiriamo ogni giorno, è il vocabolario con cui esprimere ogni nostro pensiero, è la tavolozza che ci offre i colori per raccontare le nostre emozioni, è l’abbraccio accogliente che ci consola. Dobbiamo tenere per noi questo tesoro? O non dobbiamo trasmetterlo agli altri con tutte le nostre forze e con l’entusiasmo di cui siamo capaci? In particolare a chi cerca Dio e viene a cercare anche noi, ma anche a chi non cerca ma siamo noi che dobbiamo cercare.
Il Vangelo e basta. C’è però un’obiezione cui è giusto dare udienza: come può il Vangelo prendere il posto della  catechesi o addirittura del programma pastorale? Ci vuole ben altro! Nella catechesi, infatti, bisogna parlare dei personaggi della Bibbia, insegnare le preghiere, i comandamenti, i sacramenti, i principi della morale, la liturgia, l’educazione cristiana, la carità… E un programma pastorale non dovrebbe consistere forse nel dare direttive precise, chiare e farle osservare? Va bene allora il Vangelo, ma solo per qualche incontro di lectio a cui verranno i soliti o, meglio, le solite, o per un corso biblico per pochi affezionati … Per il resto ci vuole altro che il Vangelo.
Cosa rispondere a questa obiezione? Ci si potrebbe limitare a rinviare al brano di oggi, a quanto Gesù dice della sua missione citando il profeta Isaia nella sinagoga di Nazaret: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio" (per altro la traduzione non è felice; si dovrebbe tradurre: "a portare il vangelo ai poveri"). E si potrebbe poi rinviare all’esperienza concreta fatta con le persone, come per esempio i cresimandi che ho citato all’inizio. Ma possiamo aggiungere alcune considerazioni. Anzitutto riconoscendo che sono importanti, oltre al Vangelo, anche gli altri contenuti della catechesi: gli altri libri della Bibbia, le verità di fede, i comandamenti e le indicazioni morali, l’iniziazione alla liturgia e ai sacramenti, ecc. Ma sottolineando poi che questi contenuti presuppongono nei destinatari il fatto che essi abbiano già incontrato Gesù e che abbiano fatto la scelta di fede o, almeno, vi si siano orientati. Oggi non è più così, sia che ci si trovi ad avere a che fare con adulti, sia con bambini, ragazzi e adolescenti (e i loro genitori).
Molti dei presenti, me compreso, abbiamo conosciuto Gesù non in chiesa o al catechismo, ma in casa, in famiglia: fin da piccoli la sua figura ci è diventata familiare, abbiamo intuito che era importante per noi. E con Lui, abbiamo conosciuto sempre in famiglia, la Madonna, i santi, i personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento. In casa abbiamo imparato le preghiere, abbiamo avuto le prime intuizioni su ciò che è bene e ciò che è male, siamo stati educati a dire grazie, ad aiutare gli altri, a comportarci bene, a perdonare. Il catechismo e poi la parrocchia, la scuola, la stessa società (ancora connotata almeno in parte da valori cristiani) ci hanno solo aiutati a crescere in ciò che avevamo imparato a casa.
Ora tutto è cambiato. Spesso nelle famiglie c’è una afasia completa sui temi, i contenuti e i gesti della fede. I bambini non crescono più come credenti, ma neppure come atei (l’ateismo presuppone l’ipotesi di Dio per poi negarla). Si potrebbe dire che crescono come a-credenti. Molti adulti sono già così o lo sono diventati di ritorno: a-credenti. E in un mondo di a-credenti che cosa dobbiamo fare? Riproporre gli schemi del passato, le usanze di una volta sperando che - "usato sicuro"… - funzionino? Cercare di aggiornare in qualche modo i contenuti della catechesi, dal punto di vista didattico, espositivo, esperienziale? Ma lo abbiamo fatto da decenni e i risultati si vedono o, meglio, "non" si vedono.
Perché non proporre invece il Vangelo? O, meglio, Gesù che è il Vangelo? E fidarsi del suo fascino e dell’azione sorprendente dello Spirito nel cuore delle persone? Ma - qualcuno potrebbe obiettare - questi che incominciano a innamorarsi di Gesù non frequentano la Messa, sono conviventi, sono critici verso la Chiesa e le sue posizioni (salvano solo papa Francesco), forse non pregano mai…  E se proprio loro fossero i "poveri" cui è destinato il Vangelo?

† Vescovo Carlo

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