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"Non ardeva forse in noi il cuore mentre egli conversava con noi?"

Domenica 12 aprile, nel tardo pomeriggio del giorno di Pasqua, l’arcivescovo Carlo ha presieduto la messa in cattedrale a porte chiuse. Il rito è stato trasmesso in diretta streaming sul canale YouTube e sulla pagina Facebook dell’Arcidiocesi di Gorizia. Proponiamo di seguito il testo della sua omelia ricordando che i testi di tutti gli interventi di mons. Redaelli nella Settimana Santa possono essere lette e scaricate dall’indirizzo internet http://www.gorizia.chiesacattolica.it/un-momento-penitenziale-del-tutto-eccezionale-che-tutti-speriamo-resti-tale/

Parole chiave: vescovo Carlo (4), omelia (12), Pasqua (42)
"Non ardeva forse in noi il cuore mentre egli conversava con noi?"

Celebrare la Pasqua alla sera porta a proclamare, per una sorta di consonanza temporale, il brano del Vangelo di Luca che narra dei discepoli di Emmaus collocando l’episodio verso la sera di quello stesso giorno di Pasqua.
Non sappiamo dove si trovi Emmaus. L’evangelista però ci indica con precisione la distanza da Gerusalemme: undici chilometri. A fronte di questa notizia, i  commentatori del Vangelo, anche quelli dei primi secoli, non sono però riusciti a identificare con altrettanta precisione a quale villaggio o città corrisponda l’Emmaus dei Vangeli. Ma il dato degli undici chilometri resta. Undici chilometri sono circa due ore di cammino. Un tempo significativo, che i due vivono in modo piuttosto animato: dice il Vangelo che "conversavano e discutevano insieme", sicuramente ad alta voce, al punto di attirare l’attenzione di un pellegrino sconosciuto e di permettergli di inserirsi nella discussione senza apparire maleducato o invadente.
A che fase del cammino c’è questo incontro tra i due e lo sconosciuto? Il Vangelo non lo dice: sicuramente non alla partenza a Gerusalemme, ma neppure troppo vicino alla meta. C’è stato infatti il tempo per un dialogo tra di loro per narrare di Gesù e dei fatti accaduti negli ultimi giorni e poi per Gesù - ma siamo noi ascoltatori che sappiamo chi è il pellegrino sconosciuto e non i due - per spiegare le Scritture partendo da tutti i profeti e da Mosè e riferirle a Lui. Potremmo dire che questo ha comportato un’ora o persino un’ora e mezza? Non lo sappiamo, ma è molto probabile.
Ecco, lo confesso, io stasera provo molta invidia verso Cleopa - così Luca dice si chiama uno dei due - e il suo compagno. Avere a fianco Gesù per un’ora e sentire spiegare da Lui la Scrittura, sarebbe un dono meraviglioso. E non importa se cominciasse il dialogo con me da un rimprovero come quello che ha rivolto ai due: "Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti". Per altro avrebbe pienamente ragione.
E’ vero: sono, siamo in questo tempo stolti, incapaci di capire. Forse più che oggi, in questi giorni, quando quello che ci sta succedendo ci spinge a rientrare in noi stessi e a porci alcune domande, "stolti" nel tempo precedente a questa crisi, un tempo che stiamo imparando, volenti o nolenti, a giudicare con occhi diversi. Stolto secondo la Bibbia, nella sua accezione più radicale e più forte, è chi non riconosce Dio o persino ritiene che non esista e agisce come se Dio non ci fosse. Saggio invece è chi cerca Dio. Il Salmo 14 lo afferma con queste parole: "Lo stolto pensa: "Dio non c’è". Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene. Il Signore dal cielo si china sui figli dell’uomo per vedere se c’è un uomo saggio, uno che cerchi Dio". Siamo quindi stolti nel non cercare Dio.
Ma siamo anche "lenti di cuore". Il cuore per la mentalità biblica è la sede dell’intelligenza più che dei sentimenti; noi per l’intelligenza ci riferiamo alla testa, al cervello. Però è anche vero che il nostro comprendere non si svolge mai su un piano di una mera razionalità asettica, ma è sempre condizionato da precomprensioni che partono dalle nostre emozioni e persino dal nostro subconscio. Lenti di cuore, quindi, perché impediti nel capire, nel vedere la presenza di Dio in mezzo a noi e nella nostra vita, vincolati dai nostri pregiudizi, bloccati dal nostro sentire. Quando si è stolti e lenti di cuore, allora anche gli occhi è come se non vedessero: vedono, non sono ciechi, ma non riconoscono. E’ ciò che è successo ai due discepoli. Dice l’evangelista all’inizio del racconto: "i loro occhi erano impediti a riconoscerlo" e alla fine annota al contrario: "allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero". E’ una questione di occhi: non è il loro compagno di viaggio che si nasconde e poi si rivela, ma tutto dipende dai loro occhi e dalla mente e dal cuore che li comandano.
Dicevo che non mi importa se Gesù mi rimprovera e ci rimprovera. Ciò che conta è che oggi stia accanto a me, accanto a noi, con infinita pazienza, e ci spieghi il senso di tutto alla luce delle Scritture. Il senso di tutto? Ma il senso di tutto è Lui, è il suo mistero di morte e risurrezione. Perché Lui non è solo un "profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo", non è solo qualcuno solidale con noi fino alla morte, ma è il nostro Salvatore, Colui che ci salva rendendoci partecipi della sua Pasqua. Ecco, ho, abbiamo bisogno di comprendere questo e che il Signore ce lo spieghi. Aiutandoci a rileggere il Vangelo - dovremmo avere più tempo in questi giorni… - e ad ascoltare con un’altra capacità di attenzione e di comprensione ciò che Lui ci dice.
Il Vangelo di Luca narra che i due discepoli riconobbero Gesù non lungo la via, ma quando arrivati alla meta, invitarono il pellegrino sconosciuto a rimanere con loro quella sera e Lui compì il gesto della benedizione del pane, dello spezzarlo e del darlo a loro. Segno evidente dell’Eucaristia. Allora i loro occhi finalmente si sbloccarono e furono in grado di vedere Gesù.
A noi, tranne che ai sacerdoti e a pochissime persone, è impossibile arrivare oggi all’Eucaristia. Sembra quindi che ci sia impedito di riconoscere Gesù.
Possiamo o forse dobbiamo però stare ancora un po’ per strada con Lui. E se anche non ci dà ancora la possibilità di riconoscerlo in pienezza, la sua vicinanza comunque trasforma e riscalda il nostro cuore. "Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?", si dicono l’un l’altro i due discepoli. Questa sera allora non arriviamo a Emmaus, ci tocca restare ancora in cammino e non sappiamo per quanto. Ma c’è Lui accanto a noi. Lo percepiamo perché il nostro cuore un po’ alla volta si sta aprendo, perde la sua stoltezza e la sua lentezza, e si sta riscaldando a opera della sua Parola.
E’ il dono che Gesù ci sta facendo in questa strana Pasqua che ci vede ancora in cammino "col volto triste", certo, ma con il cuore di pietra che si sta sciogliendo per diventare un cuore di carne. Un cuore che sa di non restare deluso. Un cuore di chi sa di essere amato, di non essere abbandonato. Un cuore che sa quanto sono vere le parole di papa Francesco nel suo messaggio pasquale di oggi: "il Signore non ci ha lasciati soli! Rimanendo uniti nella preghiera, siamo certi che Egli ha posto su di noi la sua mano (cfr Sal 138,5), ripetendoci con forza: non temere, "sono risorto e sono sempre con te" (cfr Messale Romano)! ".  

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