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La bellezza di essere cristiani

Anche una delegazione della diocesi ha partecipato nei giorni scorsi ad Assisi al 35° Convegno nazionale promosso dall’Associazione italiana Pastorale della Salute che ha visto la presenza di oltre 300 fra sacerdoti, laici, diaconi, religiosi e religiose

Parole chiave: convegno nazionale (4), Pastorale della Salute (9), Assisi (2)
La bellezza di essere  cristiani

Si è svolto ad Assisi presso la Domus Pacis di S.Maria degli Angeli dal 7 al 10 ottobre, il 35° Convegno Nazionale dell’Associzione Italiana Pastorale della Salute con il patrocinio dell’Ufficio Pastorale della salute della CEI. Il convegno aveva come titolo "La bellezza di essere cristiani; i volti della pastorale della salute" e tra i circa 300 partecipanti composti da sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, laici impegnati nelle varie strutture ospedaliere, sul territorio e nelle case di riposo, c’era anche una delegazione della nostra diocesi guidata dal responsabile della pastorale della salute don Mirko Franetovich.

L’icona delle icone
La prima relazione è stata tenuta da padre Fabio Ciardi oblate di Maria Immacolata e docente di teologia spirituale il quale ha detto che la bellezza del cristiano nasce dalla scoperta della bellezza di Dio, come un’icona che riflette la bellezza di Lui.
I santi e san Francesco ne è un esempio, vedendo la bellezza del creato sono risaliti a Dio, che creando poi l’uomo e la donna aveva detto essere "cosa molto buona".
Ma il volto più bello è stato quello di Gesù e l’icona delle icone è il Crocifisso, un’immagine tenuta nascosta per circa 400 anni perchè era un obbrobrio, una vergogna e nessuno osava raffigurarla. E invece proprio nella bruttezza di un uomo in croce, scopriamo la bellezza che salva il mondo e ci trasfigura. La vera icona di Gesù è in quel fazzoletto insanguinato con il quale la Veronica asciuga il volto di Gesù che rimbalza nel volto di ogni fratello e lo trasforma. La bellezza sono le persone e la carità è la sua anima, perchè amando ciò che è brutto lo trasformo in bello continuando la redenzione.
Tenendo fisso la sguardo su Cristo possiamo amare ogni uomo, i più poveri e la bellezza diventa la capacità di toccare ogni bruttezza per trasformarla. Accanto all’immagine dell’icona il relatore ha posto anche la santità come sinonimo di bellezza, i santi come coloro che ci hanno fatto cogliere il bello dell’essere cristiani, fino a Maria la tutta santa ed immacolata.
Ed infine l’armonia con la moltiplicità dei carismi espressione della bellezza  della chiesa.

"Il bel pastore"
Il giorno dopo il biblista don Claudio Doglio ha sottolineato che la bellezza dell’essere cristiani sta nel seguire "il bel pastore", kalòs che non ha valore estetico ma esemplare, come un ideale un modello da seguire.
Attraverso l’immagine del pastore applicata a Gesù che troviamo in Ezechiele, in Matteo e Luca fino alla novità del discorso giovanneo nei capitoli 10,13 e 21 del suo vangelo, dove Gesù pastore conduce fuori, cammina avanti,chiama per nome, conosce, depone la vita a favore, dà la vita eterna, ha altre pecore ed è venuto perchè abbiamo la vita in abbondanza. Ed il Padre conosce Gesù e viceversa, ama Gesù, gli ha dato un comando, gli ha dato le pecore al Figlio ed essi sono una cosa sola.
Le pecore cioè ogni cristiano è chiamato ad ascoltare la sua voce, a conoscerlo, a seguirlo, distinguendo altre voci che sono quelle dei ladri e dei mercenari. Fino al paradosso apocalittico dell’agnello immolato che salva l’umanità nel donare la vita.

La teologia delle lacrime
È seguita la relazione del padre camilliano Josè Carlos Bermejo che parlando della relazione col malato ha detto che in essa ci può essere una bellezza che eleva la situazione della malattia perchè cambiando la sguardo su di essa ne cambia il significato.
Ha citato la teologia delle lacrime per avere la capacità di sentire, di ascoltare le persone in un atteggiamento di empatia, di compassione, che genera la bellezza dell’identità del rapporto dove si crea un’alleanza terapeutica e si scopre il positivo dell’altro. Ogni atto di cura può così diventare bello con la tenerezza che il relatore ha definito "il midollo" del nostro incontro con la persona che soffre.
Un’attenzione particolare va data anche all’uso delle parole che possono contribuire a lenire le ferite e ha concluso definendo la speranza come colei che trascina la fede e la carità e ci aiuta ad accompagnare il malato nelle sue avversità e fragilità.

"Maneggiare con cura"
Molto toccante poi la testimonianza di Mons. Domenico Battaglia giovane vescovo di una piccola diocesi campana che parlando di abitare il territorio in una pastorale d’insieme ci ha elencato alcuni atteggiamenti e gesti da vivere sempre nell’incontro con l’altro quali l’accogliere ospitando l’altro negli occhi, con una carezza che incoraggi, che riempia di presenza; stringere rapporti umani incontrando gli sguardi contemplando l’oltre che abita la persona, fare attenzione alle fragilità come qualcosa che bisogna "maneggiare con cura", esserci, relazionarci con umanità perchè le risposte tecniche possono essere insufficienti,mettendo al centro la dignità della persona.
Citando le sue esperienze a contatto con giovani tossicodipendenti in situazioni di disagio, ha detto che dobbiamo imparare a stare con i poveri, con il sorriso e con le mani, come una Chiesa che è discepola della fragilità in un cammino faticoso di amore esponendosi alle ferite, ai tradimenti, alle vulnerabilità che diventano luce che fanno riscoprire la nostra umanità. Lasciarsi interrogare dalla malattia degli altri, coinvolgendo le nostre comunità cristiane a mettere al centro l’ammalato, chi fa più fatica, i crocifissi di oggi per essere custodi del fratello. Dare voce agli ammalati, costruire insieme percorsi, camminare insieme nell’ascolto della Parola, nella preghiera ,nell’umanizzazione della nostra spiritualità. Uscire da noi stessi, spenderci, accostarci al dolore del prossimo con un supplemento di rispetto,con pudore, nella condivisione, nella conversione dello sguardo e del cuore, mettendo il malato al centro delle nostre attenzioni come una sofferenza di tutta la comunità. Imparare l’amore dall’amore ricevuto perchè è questo amore che mi fa muovere verso l’altro.

I volti della pastorale della salute
L’ultimo giorno don Massimo Angelelli direttore dell’ufficio Nazionale per la Pastorale della salute della CEI ci ha parlato dei volti della pastorale della salute partendo dalla premessa che è bello essere cristiani, che dire di avere fede è solo l’inizio, la partenza, perchè poi l’esperienza della fede è un cammino dinamico non statico, è un sì che va riletto e verificato ogni giorno a partire però dall’incontro con la Persona di Cristo, prima Lui e dopo tutto il resto. Avere la voglia di conoscerlo, di stare con lui in una relazione che mi fa stare bene.
Il primo volto allora che incontriamo è il volto di Gesù, il primo passo è verso di Lui, radicati nella conoscenza di Lui, così chi ci guarda vedrà Cristo come un riverbero. Prima di fare il bene agli altri evangelizziamo noi stessi con lo sguardo fisso su Gesù.
Il secondo volto sarà quello dell’ammalato, un volto spaurito, smarrito, che comunica e che va letto nel suo vissuto per capire cosa prova e quale dolore sopporta. Il malato ha bisogno che qualcuno gli faccia vedere il volto di Cristo che potrebbe essere anche la nostra faccia , se siamo in Cristo. Guardare il malato per amarlo, con gli occhi possiamo ridurre la distanza tra noi e lui e rassicurarlo.
Un altro volto è quello dei parenti e degli amici del malato che spesso mentono sulla malattia del proprio caro, non vogliono farsi vedere che piangono, non vorrebbero che lui soffra e qui è difficile relazionarsi con loro perchè non tutti comprendono il senso della sofferenza e quindi vanno accompagnati nella comprensione.
Poi ci sono i volti dei cappellani ospedalieri, delle religiose, dei volontari che devono vestire il volto della speranza, lo sguardo dell’empatia senza filtri, senza distacco ma con una presenza gratuita, disinteressata, con la capacità di condividere e di piangere insieme se necessario come partecipazione alla sofferenza di chi sta di fronte, come Gesù che pianse per l’amico Lazzaro. Chiediamoci cosa vede nei nostri occhi chi ci guarda!
Infine il volto senza vita del morente a tratti trasformato dal dolore; un volto che si fa fatica a sostenere, che non parla più. Dobbiamo quindi essere capaci di leggere i volti che abbiamo davanti per indossare il volto giusto, per imparare a contemplare i volti in modo che l’altro nel mio volto capisca che sono con lui, che partecipo intimamente al suo dolore con gli stessi sentimenti di Gesù.
In conclusione dopo una verifica che abbiamo fatto come partecipanti della commissione della pastorale della salute della nostra diocesi a questo convegno, possiamo dire di sentirci confortati da quello che abbiamo ascoltato, che la formazione è importante per gli operatori, che la nostra fede ed il confronto con la Parola di Dio è importante e supporta tutto il nostro agire,che dobbiamo avere la capacità di cogliere la bellezza di essere cristiani pur nella fatica di stare accanto all’umanità sofferente, che è importante coinvolgere le comunità parrocchiali nell’attenzione al malato e non una cosa che si delega a pochi, che il ministro straordinario dell’Eucarestia è una figura da valorizzare e da incoraggiare tra i laici e che il sacramento dell’unzione degli infermi si può celebrare anche in una liturgia in chiesa, educando i fedeli al suo significato e non solo come "atto estremo" dato al morente.             

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