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Chiamati alla corresponsabilità

"Mi aspetterei che all’interno di ogni unità pastorale  si individuassero persone che possano non essere istituiti ministri  (forse la cosa è ancora molto prematura),  ma responsabili degli ambiti pastorali fondamentali costituendo una piccola equipe, insieme ai sacerdoti e a eventuali diaconi e religiose e religiosi, con il compito della conduzione dell’unità pastorale"

Parole chiave: assemblea diocesana (22)
Chiamati alla corresponsabilità

Nei giorni scorsi è stata inviata da parte della CEI una bozza relativa al secondo anno di ascolto sinodale. Come icona evangelica e stata scelta la casa di Marta e di Maria. Una scelta molto interessante perché permette di vedere anche altri brani del Vangelo riferiti a Marta e Maria, che ci presentano la loro casa in diverse situazioni e non solo nel noto episodio dell’ascolto di Gesù da parte di Maria e di servizio da parte di Marta. Così, nel momento di lutto per la morte del fratello Lazzaro, è dalla casa di Betania che le due sorelle si muovono per andare incontro a Gesù e anche per "rimproverarlo" per la sua assenza nella malattia del fratello. Ma poi è la stessa casa luogo della festa dopo la risurrezione di Lazzaro. In quest’ultima occasione, Lazzaro si presenta come il commensale di Gesù, Marta come colei che serve il Signore e Maria come colei che non solo ascolta, ma fa quel gesto bellissimo del profumo versato che anticipa la morte e la sepoltura di Gesù.
Quando sono stato la prima volta in Terrasanta, ricordo che il biblista diceva che probabilmente Betania era il quartiere periferico di Gerusalemme dove abitavano i Galilei. In occasione dei pellegrinaggi previsti dalla legge mosaica a Gerusalemme da parte di tutto il territorio della stessa Terrasanta, coloro che provenivano dalla Galilea erano di solito ospitati da compaesani, parenti e amici che abitavano proprio a Betania. È bello allora vedere la casa di Marta, di Maria e del fratello Lazzaro come una grande casa aperta ad accogliere coloro che erano in cammino verso Gerusalemme. La nostra Chiesa, che è in cammino verso il Regno di Dio, potrebbe essere vista proprio come questa grande casa dove sono presenti i diversi ministeri e dove c’è una vera accoglienza nell’ascolto della Parola di Dio e nella presenza di Colui che è davvero il Signore della vita.
Non mi dilungo ulteriormente su questa idea della casa di Betania, ma potremmo forse riprenderla come icona per il prossimo anno, non solo perché proposta della CEI, ma con le precisazioni e le sfumature che ci interessano perché riferite alla nostra realtà. Anzi vi chiedo di riflettere proprio su questo, sui brani evangelici dove si parla di questa casa di Marta di Maria e di Lazzaro: Lc 10,38-42; Gv 11 e 12, 1-8. Attendo quindi delle vostre risonanze, suggerimenti e indicazioni: potete mandarmeli al solito indirizzo vescovo@diocesi.gorizia.it.
Vi ringrazio per quanto avete cercato di riflettere, sia pure in tempi molto ristretti, nei decanati. Mi è sembrata una bella disponibilità e un desiderio di partecipare. Al di là dei contenuti e dei suggerimenti pure interessanti, su cui tra poco tornerò, mi sembra importante già il fatto che qualcuno, pure nelle situazioni non facili di oggi, dedichi tempo e passione per il Regno di Dio. A tutti noi sta a cuore vivere come Chiesa, ma non una Chiesa chiusa in se stessa quanto piuttosto aperta alla testimonianza del Vangelo. Ci interessa il Regno di Dio, cioè il piano di salvezza di Dio che vuole che gli uomini e le donne siano veramente figli e figlie che vivono in comunione profonda con lui e tra di loro. Uomini e donne che vivono lo stile del Vangelo.
Il tema dello stile evangelico di vita potrebbe essere una traccia da riprendere per noi in continuazione su quanto avevo scritto anni fa nella lettera al cristiano della domenica. A noi interessa ovviamente che ci siano degli operatori impegnati nei diversi ambiti della pastorale e ci torneremo tra poco. Ma questo non per essere bravi tra di noi, quanto piuttosto perché la comunità cristiana, nella sua piccolezza e umiltà, sia lievito che faccia fermentare la massa dell’umanità secondo il Vangelo. A noi sta a cuore certo che la gente partecipi alla comunità cristiana, all’Eucaristia, ai sacramenti, all’azione caritativa: tutto è importante. Ma ci interessa prima di tutto che viva anche nell’ordinarietà della sua vita secondo i comandamenti del Signore e nello spirito di quella fraternità così importante è così fragile che ci ha richiamato Papa Francesco con l’enciclica "Fratelli tutti".
Ma veniamo a quanto emerso nel confronto decanale sui vari punti. Lo abbiamo già ascoltato stasera dalla sintesi che è stata presentata: riprendo solo alcuni punti fondamentali.
Il tema della corresponsabilità è importante per la Chiesa e per la nostra Chiesa.
Non si risolve con una cessione di sovranità o di potere da parte dei preti o anche da parte di qualche laico e laica (che qualche volta rischiano di essere più clericali del parroco pur facendo anche un buon lavoro a favore della comunità).  Così pure la corresponsabilità non nasce da un compromesso tra varie posizioni, ma è un sentirci tutti responsabili con il Signore della Chiesa e del suo cammino verso il Regno. Questa è la vera corresponsabilità: il Regno è cosa mia, è tesoro prezioso per me e per gli altri e non posso disinteressarmene, non posso non esserne responsabile, non posso non fare il possibile con i doni che il Signore mi ha dato, con le possibilità che ho, e anche con ciò a cui mi chiama la Chiesa.
Ma di che cosa e per che cosa una corresponsabilità?
Lo si capisce solo riferendosi al Signore. Qualcuno l’ha sottolineato: tutto quanto ci fa crescere nell’ascolto della Parola, ci fa maturare nella preghiera e nell’approfondimento del Vangelo, ci fa crescere nella testimonianza del Vangelo, nelle forme di accoglienza della carità e nella missionarietà, serve per renderci corresponsabili. Non si diventa responsabili a tavolino, ma si diventa corresponsabili camminando insieme: ecco la sinodalità. Un aiuto decisivo per la crescita nella corresponsabilità può venirci proprio dal cammino sinodale e anche dalla lo stile sinodale in particolare quello della conversazione spirituale che può diventare poi anche azione sinodale.
In questa ottica mi collego all’altro tema dei consigli pastorali che vanno sicuramente rinnovati. Forse, come qualcuno ha suggerito, potremmo aspettare in questo e muoverci in prospettiva. Potremmo quindi formare a livello di unità pastorale quattro gruppi sinodali (costituiti partendo magari dai consigli parrocchiali esistenti o dal consiglio pastorale di unità pastorale) che lavorino sui tre cantieri proposti dalla CEI, come verranno meglio precisati nei prossimi giorni, e anche sul quarto cantiere che dobbiamo scegliere a livello diocesano.
Proprio lavorando insieme, costruendo insieme qualcosa da questi quattro cantieri, penso si potrebbe arrivare a una maturazione su questi quattro ambiti e anche a capire qualche passaggio utile per la nostra diocesi. Ma soprattutto si potrebbe creare un maggior senso di corresponsabilità in modo che da questi gruppi verso la fine dell’anno pastorale potrebbero essere scelte quelle persone che facciano parte di un consiglio pastorale. Questi quattro gruppi, poi potrebbero essere il nucleo dei un’assemblea di unità pastorale.
E poi un’altra cosa: mi aspetterei che all’interno di ogni unità pastorale si individuassero, partendo da questi quattro cantieri, almeno quattro persone che possano non essere istituiti ministri (forse la cosa è ancora molto prematura), ma responsabili degli ambiti pastorali fondamentali. Così potrebbero costituire una piccola equipe, insieme ai sacerdoti e a eventuali diaconi e religiose e religiosi, con il compito della conduzione dell’unità pastorale. Mentre il consiglio pastorale si muoverebbe più sulle questioni di fondo e si troverebbe con una cadenza più dilatata.
Molto interessante è stato anche l’insistenza di molti di voi sul tema dei giovani e sul tema dell’oratorio. Su questo dobbiamo camminare molto. Abbiamo già delle esperienze in diocesi come può essere quella dell’oratorio salesiano, esperienza da valorizzare maggiormente anche per la competenza degli amici salesiani in questa materia. Poi possiamo vedere anche altre realtà, nella nostra regione o più facilmente in Veneto o in Lombardia, non per copiare stile, metodo e contenuti, ma per imparare quanto poi dovremo adattare per noi. Partendo ovviamente anche dalla scelta e poi dalla formazione di figure laiche, che, anche con un sostegno economico, possano garantire davvero la realizzazione di un oratorio (possibilmente in ogni unità pastorale) che non sia semplicemente un luogo dove varie associazioni, vari gruppi o diverse realtà vengono a fare qualcosa, ma una "casa" che ha una progettualità per i giovani, un luogo dove si trovano "a casa" i ragazzi e i giovani, diventando un riferimento per loro. Certo tenendo conto di tante agenzie che oggi pensano ai ragazzi, ai giovani: quelle sportive, quelle culturali, quelle educative, quelle scolastiche, ecc., ma può esserci spazio per l’oratorio.
Altro tema interessante che è emerso, legato alla questione del linguaggio, è quello delle omelie. Potrebbe essere un altro punto su cui lavorare di più e dove vivere anche una corresponsabilità nella preparazione alle stesse. Bisognerebbe poi a livello almeno di alcune unità pastorali fare qualche scelta di concentrarsi di più sulla Messa domenicale. Sempre anni fa, forse ricordate, avevo ipotizzato con poteva essere una domenica della comunità, dove la Messa viene preparata per tempo, i canti sono individuati sulla base delle letture, e i segni della chiesa sono scelti bene dando un messaggio molto chiaro; c’è poi una vera partecipazione cominciando dai ministranti, dal coro, dal popolo di Dio; c’è un’attenzione di accoglienza verso le famiglie nuove o chi arriva per la prima volta in chiesa. Piccole cose che però costituiscono un linguaggio non verbale e dicono uno stile. Suggerimenti - quelli di allora - che potremmo forse riprendere anche con pazienza e con coraggio.
Resta da chiederci come possiamo proseguire e come possiamo utilizzare bene il prossimo anni pastorale. Anche su questo vi chiedo di darmi ulteriori suggerimenti. Certo penso che una buona parte del lavoro ci venga offerta dalla partecipazione al cammino sinodale della CEI utilizzando anche al meglio i loro sussidi. Ma poi sarà necessario concentrarsi sul quarto cantiere che è il nostro e che dobbiamo presto scegliere. Come dicevo all’inizio, la casa di Marta e Maria in senso ampio, potrebbe davvero aiutarci allargando lo sguardo oltra a quanto già previsto dalla stessa CEI.
Come fare però per realizzare un cammino efficace? Ci sto pensando in questo tempo e vorrei continuare a pensarci con voi, anche cogliendo l’occasione di ricordare ormai 10 anni di presenza a Gorizia.
Mi sono domandato in particolare quali sono i punti di forza del cammino della nostra diocesi e quali i punti di debolezza.
Circa i punti di forza direi sicuramente anzitutto il fatto che ci sono tante persone, preti diaconi e laici e religiose e religiosi, che credono nel Signore e che hanno voglia di partecipare, che si prendono a cuore le cose, hanno una vera passione per il Regno. La cosa non è scontata. Certo la mia insistenza in questi anni, anche a livello diocesano, è stata comunque quella di allargare la partecipazione. Così è stato fatto con il consiglio dei Vicari, con una presenza anche laicale, e più recentemente con l’ampliare la partecipazione laicale anche a livello diocesano con ruoli di responsabilità. Su questo andremo avanti (e altre diocesi ci stanno copiando…).
    
Un altro punto di forza è una vera generosità e un impegno nel lavoro. Non mi pare che la nostra Chiesa sia una Chiesa seduta e mi pare che ci sia davvero nei diversi ambiti, nonostante i nostri limiti e con molta semplicità, un’attività, un’attenzione alle persone da parte dei sacerdoti, ma sicuramente anche da parte di molti laici e delle comunità.

Un terzo punto di forza interessante e che dovremmo valorizzare di più è quello della presenza di diverse aggregazioni laicali. Nella nostra diocesi - e non è dappertutto così - le varie aggregazioni, mantenendo la loro identità e il loro carisma, hanno però un’apertura diocesana, non si propongono di essere la Chiesa e sanno collaborare. Dicevo che dovremmo lavorare ancora di più su questo. Nonostante il caldo e impegni vari, il pellegrinaggio delle famiglie fatto proprio sabato scorso da San Canzian ad Aquileia è stato un bellissimo esempio di questo. Ringrazio i responsabili della pastorale familiare che lo hanno organizzato (e ringrazio la professoressa Burba perché si sta dando molto da fare nel coordinare le aggregazioni laicali, anche in vista dei "dialoghi di Corte Sant’Ilario" da realizzare a Gorizia in autunno).
Ci sono poi dei punti di forza che vedo con chiarezza, perché, anche se ormai da 10 anni sono goriziano, qualche volta cerco di avere uno sguardo dal di fuori. Si tratta infatti di punti di forza che sono notati subito e apprezzati da chi viene da fuori, ma non sono abbastanza conosciuti e valorizzati da parte nostra.
Il primo è la tradizione, ma non quella po’ limitata e a volte anche un po’ banale e recente, ma la tradizione di Aquileia. Abbiamo qui da noi la realtà che è stata la madre del cristianesimo in una vastissima regione. Qualche ora fa ho accompagnato i vescovi dell’Umbria nella visita alla basilica, guidati con la consueta passione da Andrea Bellavite, e ne sono restati entusiasti. C’è una potenzialità in questo che dovrebbe essere molto più valorizzata. Mi piacerebbe, per esempio, che ci fosse nel cammino di iniziazione cristiana l’inserimento necessario di Aquileia a livello parrocchiale e a livello diocesano.
Meriterebbe poi una maggior consapevolezza e approfondimento un secondo tema, quello del confine e quello di essere una diocesi multiculturale. Questo ci abilita quasi automaticamente a essere attenti all’altro e a essere accoglienti anche verso le nuove presenze di altre culture (farò un intervento su questo in un convegno di canonisti, chiaramente sotto il profilo del diritto canonico, e parlerò anche di Gorizia proprio come esperienza interessante sotto questo aspetto).
Anche questa è una ricchezza che dovremmo valorizzare ancora di più, soprattutto in occasione dell’evento del 2025 di Gorizia e Nova Gorica capitale europea della cultura.
Evento che potrebbe essere qualcosa di molto interessante per riprendere questi aspetti positivi un po’ nascosti che invece sono molto apprezzati da chi viene a visitare le nostre terre. Ho visto, per esempio, l’apprezzamento e lo stupore per la nostra realtà che hanno manifestato i responsabili della pastorale giovanile di tutta Italia, quando sono venuti qui sul confine, sulla piazza Transalpina, accolti poi anche da un’ottima degustazione di nostri prodotti …
Quali sono invece i punti di debolezza su cui dobbiamo lavorare? Direi sostanzialmente due.
Il primo è quello che non riusciamo ancora a vivere pienamente insieme come comunità diocesana. Ogni singola realtà vuole andare per suo conto e spesso le proposte diocesane, che magari sono richieste, poi non vengono attuate o osservate. Quando va bene, si aggiungono al cammino parrocchiale, ma come qualcosa in più. In realtà dovremmo invece crescere insieme per elaborare e attuare un cammino comune diocesano, che poi ogni realtà saprà interpretare al meglio con le proprie caratteristiche. In questo senso imparare uno stile sinodale può essere molto utile. Anche nel rapporto tra comunità e autorità. Permettete qui che faccia qualche sottolineatura a partire dalla mia esperienza.
Dal mio punto di vista, ma anche in generale di chi ha una responsabilità, è importante avere delle persone che intanto danno per scontato, nel senso positivo del termine, che tutti abbiamo la stessa passione, che a tutti - vescovo compreso - interessa il Signore, interessa questa Chiesa, interessa il Regno di Dio. E questa è la stessa cosa che interessa anche i sacerdoti, la stessa cosa interessa i laici e quindi tutti cerchiamo di fare il meglio possibile. A partire da questo punto di vista, penso sia importante agire sinodalmente nella formazione di alcune scelte. Imparare ad ascoltarsi tutti e a dire il proprio parere e però progressivamente maturare un cammino e poi alla fine chi ha la responsabilità deve assumere delle scelte che poi tutti con lealtà e disponibilità condividono e attuano, non tornando indietro alle proprie granitiche convinzioni e alle ancora più granitiche prassi.
Sottolineare, come qualcuno fa, che le realtà nella nostra diocesi sono così diverse tra di loro da rendere impossibile camminare insieme, non va bene.
Certo, la nostra diocesi è articolata e pluriforme, ma questa è la sua bellezza e la sua ricchezza da valorizzare per camminare insieme e non per ridurla a una confederazione di repubblichette autonome…
Mi piacerebbe che imparassimo uno stile sinodale su come elaborare insieme un cammino e poi attuarlo, anche rinunciando a qualcosa di proprio, ma per la bellezza del camminare insieme. Mettendoci ovviamente la propria genialità e la propria capacità, ma percorrendo insieme la strada scelta di comune accordo. Per fare un esempio, qualcuno a livello locale ha proposto ancora una volta il tema dell’iniziazione. Mi piacerebbe che fosse vissuta con un cammino comune. Ma so che se anche solo dovessimo decidere, per esempio, che tutti i cresimandi devono fare un incontro diocesano ad Aquileia, che so, il 30 marzo, non sarebbe un’ipotesi irrealistica che qualcuno scegliesse di andare ad Aquileia il 31 marzo, qualcuno il 29 o magari un’altra parrocchia lo stesso 30 marzo andasse invece a Castelmonte. Così ovviamente non va bene.
Un secondo aspetto di debolezza, che abbiamo tutti me compreso, è una poca profondità spirituale. Lasciatemelo dire che il tempo da dedicare alla preghiera, alla riflessione, al silenzio, al ritiro spirituale, ma anche all’approfondimento teologico e culturale non mi sembra che da noi sia abbondante. Lo vedo anzitutto nei sacerdoti, tutti uomini bravi e santi - vescovo compreso -, ma che difficoltà a partecipare ai ritiri organizzati dalla diocesi o anche scelti personalmente. Se ogni anno non ci sono almeno alcuni giorni di silenzio, se non c’è ogni mese una mezza giornata o anche poche ore, se ogni giorno non c’è un momento di preghiera, se manca un riferimento spirituale, se manca la lectio, se manca la confessione regolare, se manca la riflessione teologica e culturale, ecc. il rischio è quello progressivamente di inaridirsi. Ma questo vale anche per i laici, soprattutto quelli come voi più disponibili e impegnati. Se ogni giorno non trovate qualche momento per voi, qualche minuto di preghiera e di ascolto della Parola, ecc. non si va lontano. Tra l’altro questo è fondamentale per la fraternità. La vera comunione la si trova non solo orizzontalmente nelle relazioni personali - importantissime - ma in profondità. Quanto più preghiamo gli uni per gli altri, quanto più ci confrontiamo insieme sulla Parola di Dio, quanto più anche da soli entriamo in profonda comunione col Signore, tanto più possiamo trovare una reale e forte comunione tra di noi.
Scusate ma mi sembrava importante evidenziare gli aspetti positivi, anche quelli un po’ nascosti, ma insieme evidenziare anche gli aspetti su cui possiamo migliorare per continuare a fare un cammino anche per il prossimo anno. Il prossimo appuntamento è il giorno 5 luglio: al mattino parteciperò al consiglio episcopale permanente dove penso verrà redatta in maniera conclusiva quella bozza sui cantieri presentati dalla CEI. Alla sera però ci troviamo insieme con il Consiglio dei Vicari, le giunte dei consigli e l’equipe sinodale per vedere quale potrebbe essere il punto su cui lavorare come "cantiere diocesano".
Grazie di cuore.

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