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Carità da comunicare

Sabato 12 ottobre il vescovo Carlo ha partecipato a Trieste al Convegno "Fare Memoria: l’amore, la legge" (organizzato occasione dei 10 anni e del numero 500 de “Il giornale di Rodafà. Rivista online di liturgia del quotidiano”) con un intervento su "Comunicare la carità"

Parole chiave: Carlo Roberto Maria Redaelli (1), carità (106), vescovo (26)
Carità da comunicare

Il tema del mio intervento "comunicare la carità" è per certi aspetti pretenzioso, per altri facilmente risolvibile. Pretenzioso perché qui non si parla di comunicare la "caritas" o qualsiasi altra organizzazione, religiosa o laica, destinata a soccorrere i poveri, ma la "carità" intesa con tutta l’intensità del termine "caritas" corrispondente al greco "agape" del Nuovo Testamento. Ma è anche una questione facile perché non si può che convenire con il principio proposto da San Tommaso nella Summa Theologiae: "Bonum est diffusivum sui" (Summa theologiae, I, q. 5 a. 4, ad 2). Un principio che si può riferire anche all’amore per constatare che il bene, l’amore si diffonde per sua natura.
Comunicare la carità, quindi, non è diverso che vivere la carità. Potremmo dire in termini molto semplici: l’amore è contagioso. Se lo vivi si comunica. Non esige un particolare e specifico impegno. Anzi, per certi aspetti un impegno a esibirlo contrasta con la sua stessa natura perché lo strumentalizza a secondi fini, mentre l’amore non può che essere gratuito. Sono molto tranchantes a questo proposito le parole di Gesù contro chi "suona la tromba" per far vedere che fa l’elemosina (cf Mt 6,2) ed è molto chiara la sua indicazione: "non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra" (Mt 6,3). Anche se resta vero - ma ciò va nella linea dell’amore contagioso - che chi ama è comunque luce, non può restare nascosto come non lo sono una città sul monte o una lampada su un candelabro (cf Mt 5,14-16).
La carità dunque si comunica perché è contagiosa. Il contagio, però, si può contrastare, si può bloccare. Le tecniche utilizzate contro le epidemie - che siano patologie umane o patologie che minacciano coltivazioni o allevamenti, poco importa - si possono utilizzare e si usano anche contro il contagio dell’amore.
Una prima tecnica è quella dell’isolamento: isolare dalla società chi è portatore di un possibile contagio dell’amore.
Non è necessario un isolamento fisico, basta uno mediatico abilmente giocato presso l’opinione pubblica.
Paradossalmente, infatti, l’isolamento fisico può risultare moltiplicatore del contagio. Basti pensare a persone che hanno passato anni e anni reclusi in una prigione e che attraverso questo loro sacrificio hanno cambiato la società (il riferimento a Nelson Mandela è il primo che mi viene in mente). E siccome una tecnica ancora più radicale è quella dell’eliminazione fisica di chi direttamente o indirettamente diffonde il contagio positivo, occorre aggiungere che anche in questo caso, a volte, il contagio si moltiplica invece che sparire. Il martire, che sia tale per motivi religiosi o laici in ogni caso per la giustizia e per il bene, diffonde il suo messaggio molto più da morto che da vivo. Non mi soffermo sulle modalità dell’isolamento mediatico: tutti le conosciamo, almeno quelle palesi. E sappiamo quanto è difficile contrastarle. Ne elenco semplicemente alcune: enfatizzare i casi di cronaca negativi (che purtroppo ci sono nonostante tutto l’impegno e la vigilanza), reali o anche inventati ad arte, generalizzandoli e utilizzandoli per incrinare e possibilmente demolire la fiducia verso una persona o un’organizzazione; demonizzare e criminalizzare non solo chi opera, ma anche chi è destinatario di un’azione di solidarietà (e i modi sono tanti: non dare loro un’identità, chiamarli con termini negativi, farli diventare un’etichetta, considerarli dei numeri); mettere in conflitto tra loro i destinatari dell’azione caritatevole: la famosa "guerra tra poveri" o tra ultimi e penultimi; contrapporre a un approccio complesso a situazioni per loro natura complesse, un atteggiamento semplificatorio, ossessivamente ripetuto attraverso slogan che fanno presa sulla parte emotiva delle persone e dei gruppi sociali.
Una seconda tecnica contro il contagio è quella della disinfezione: uccidere i germi della solidarietà e dell’amore. Oltre alle modalità appena ricordate, quella più raffinata consiste nel colpire ciò che caratterizza l’amore, cioè la gratuità.
Fai del bene? Ma l’intenzione di bene è solo apparenza: "in realtà lo fai per guadagnarci… Hai bisogno dei poveri, chiunque essi siano, perché sono il tuo business".
Contro il contagio c’è poi una terza tecnica, in questo caso di carattere preventivo: la vaccinazione. Vaccinare contro l’amore.
Il miglior vaccino presente sul mercato mi pare essere quello dell’individualismo. Incoraggiare la crescita di una società fatta di individui isolati, autopromozionali, in competizione tra loro, che esigono solo diritti e fuggono da ogni responsabilità, che cercano il proprio interesse o al più quello della lobby di appartenenza. E creare una società non costituita di persone in relazione tra loro, che mette al primo posto gli ultimi, che cerca il bene comune, ecc. Se la cosa è fatta con abilità presso i ragazzi e i giovani, allora la vaccinazione può non aver bisogno di richiami nel tempo e creare un atteggiamento permanente.

    
Sempre utilizzando la metafora del contagio, occorre ora aggiungere che anche chi è portatore dei germi dell’amore può contribuire, consapevolmente o spesso inconsapevolmente, a diminuire la loro forza di diffusione.
Una prima modalità è quella di rendere asettica l’azione di solidarietà. Diventa asettica se non c’è il cuore. Appunto se non c’è l’amore. Cuore però non significa sentimentalismo, improvvisazione, pressappochismo, disorganizzazione. Il cuore non è contro l’organizzazione e si sa come oggi siano necessarie per fare bene il bene una struttura adeguata, una preparazione tecnica, una formazione continua, una pianificazione lungimirante, una documentazione corretta, delle persone che hanno una remunerazione, ecc. Ma se tutto questo è senza cuore o uccide il cuore, il contagio è finito.
Ma il contagio non può avvenire anche se manca il contatto. Il contatto, la relazione è fondamentale ed è più della prestazione di aiuto.
Tecnicamente si possono fare delle mense dove si accede e si ritira il pranzo con una tessera senza incrociare un volto e un sorriso. Si possono distribuire degli aiuti, infilando la certificazione dell’ISEE in una macchina che la legge e distribuisce come una bancomat dei soldi. Si può aiutare a pagare un affitto o una bolletta del gas o della luce con una macchina che automaticamente fa un bonifico al gestore di un servizio partendo dalla lettura di una bolletta infilata nell’apposita fessura. Il volto, il sorriso, l’ascolto, la relazione non sono contorno, ma sono segni di amore.
Non so chi tempo fa abbia chiamato i centri della caritas presenti nelle parrocchie "centri di ascolto" e non "centri di aiuto" o "centri di distribuzione" o qualcosa di simile, ma è stata un’intuizione giusta. Solo se si ascolta si può accogliere, aiutare e soprattutto amare.

Un’altra modalità con cui chi è impegnato per la carità e la solidarietà può di fatto contrastare il contagio positivo, è quella di pensare, anche in buona fede e pressato dall’urgenza, che la sua azione sia rivolta a soccorrere i soli bisogni materiali. Anche in questo caso l’amore può essere ridotto a efficienza e il destinatario al suo bisogno.     
Il povero, chiunque esso sia e qualunque sia la sua povertà, è comunque una persona che ha certo bisogno di mangiare, di bere, di vestire, di una casa, di una cura per la salute, di un lavoro, ecc. ma anche di amore, di relazioni, di bellezza, di spiritualità. Mi colpisce sempre il modo di agire di papa Francesco verso i senza tetto di piazza San Pietro.
Quando più volte durante l’anno passo da quelle parti osservo che ci sono sempre: papa Francesco e il suo elemosiniere non hanno risolto il problema di quella gente.
Però il papa si è preoccupato che oltre ad avere da mangiare, da lavarsi, da curarsi, ecc. avessero anche la possibilità di fare l’esperienza del bello: li ha portati a vedere la cappella sistina, a visitare i musei vaticani, al circo, a un concerto in aula Nervi. Anche i poveri hanno bisogno del bello, dell’arte. E in fondo le espressioni della bellezza hanno in comune con l’amore la caratteristica della gratuità: il bello è bello e basta e non perché serve a qualcosa.

Dopo aver visto come chi è contro il contagio dell’amore può cercare di fermarlo o persino di eliminarlo e anche come chi, almeno in teoria, opera con un intento di carità e di solidarietà può avere atteggiamenti che limitano questo contagio, vorrei restare ancora sulla metafora del contagio per fare un’altra considerazione. Si tratta di una constatazione per sé banale: il contagio funziona non solo se chi è portatore dei germi dell’amore è contagioso, ma se chi entra in contatto con lui viene contagiato.
Questo significa che il miglior modo di comunicare la solidarietà - e quindi l’amore - è farla vivere. Per fare un esempio: posso parlare per ore della necessità dell’accoglienza dei migranti; posso cercare di contrastare in modo adeguato pregiudizi e slogan banalizzanti e cattivi, con campagne massmediali ben curate e anche con ricorsi e denunce; posso proiettare una serie di slides con cartine, numeri, percorsi, statistiche, ecc.; posso, che è forse la cosa più idonea, raccontare storie di persone anche attraverso video e altre modalità capaci di emozionare e tanto altro. Ma niente è più efficace di portare delle persone in un centro di accoglienza per rifugiati chiedendo non solo di visitarlo e di incontrare i volti e le storie di chi vi si trova, ma semplicemente di dare una mano.
Coinvolgere in concreto: ecco la finalità del contagio dell’amore.
Coinvolgere però nell’amore e nelle situazioni concrete di solidarietà non solo chi è disponibile a dare una mano a chi è nel bisogno, ma anche chi è bisognoso.
Si ridà dignità di persona - che è ciò che alla fine conta - non solo donando amore, ma dando all’altro la possibilità di amare a sua volta. Amare nei fatti, nelle piccole cose, sentendosi utile. Così tra l’altro può essere superato il conflitto artificialmente creato tra i poveri, favorendo invece una fattiva solidarietà tra di loro.

Vorrei concludere con un’ultima considerazione sul comunicare la  carità.
Ho utilizzato a lungo la metafora del contagio, un contagio ovviamente positivo. Ma l’immagine del contagio dà l’idea di qualcosa di esterno che viene trasmesso a un altro.
L’amore però non è esterno, è dentro di noi. Se noi siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio (cf Gn 1,27) e Dio è amore (cf 1Gv 4,8), significa che l’amore lo abbiamo dentro, è il nostro DNA. Possiamo tentare di dimenticarlo, possiamo cercare di distruggere l’immagine e somiglianza con Dio, ma comunque costitutivo del nostro essere è l’amore.
La comunicazione della carità non deve trasmettere pertanto qualcosa di esteriore, ma riattivare qualcosa che esiste già dentro, qualcosa da ritrovare facendo memoria anzitutto dall’amore ricevuto. E anche la persona più malvagia della terra avrà ricevuto almeno una volta in vita un gesto o una parola d’amore e la traccia di questo non è persa. A volte basta un bicchiere d’acqua dato per amore per riaprire la strada a una sorgente interiore che zampilla per la vita eterna (cf Gv 4,14).
È lo scopo del comunicare la carità.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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