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Ripartire. Dai poveri

Intervista a mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita: "la difficoltà di accogliere i migranti è un aspetto della perdita generale di generatività. Se non si è capaci di accogliersi l’un altro o di accogliere un figlio è ovvio che si spegne la forza dell’ospitalità"

Parole chiave: povertà (10), monsignor Vincenzo Paglia (1), migranti (11), solidarietà (24)
Ripartire. Dai poveri

"O riscopriamo il cristianesimo contemporaneo come martirio oppure lo riduciamo ad un’aggiunta alla nostra vita, magari piacevole o bella a vedersi, ma che non crede nulla".
Parte dal recente Motu proprio di papa Francesco "Maiorem hac dilectionem", la nostra intervista all’arcivescovo Vincenzo Paglia, attualmente Presidente della Pontificia Accademia della Vita dopo avere guidato dal 2012 al 2016 il Pontificio Consiglio per la famiglia

Eccellenza, il Motu proprio di papa Francesco è un nuovo tassello in quel cammino di carità che sta segnando tutto il pontificato di papa Francesco.

"Sono particolarmente contento di questo documento papale anche perché ne sono stato in qualche modo coinvolto come Postulatore della Causa di beatificazione di mons. Oscar Arnulfo Romero. L’arcivescovo di El Salvador, infatti, non è stato ucciso da persecutori atei affinché rinnegasse la fede nella Trinità: è stato assassinato da cristiani perché difendeva i poveri e voleva che il Vangelo fosse vissuto nella sua profonda intuizione di "dono della vita". E questo è un aspetto già emerso in passato nel cammino che ha portato alla beatificazione da parte di San Giovanni Paolo II di padre Massimiliano Kolbe e di don Pino Puglisi e che ora si ripresenta in quella di monsignor Romero.
Mi piace commentare il testo papale ricordando alcuni passi di un’omelia che proprio mons. Romero pronunciò durante il funerale di un sacerdote ucciso dagli squadroni della morte: "Il Concilio Vaticano II - sottolineò - chiede a tutti i cristiani oggi, per la situazione in cui ci troviamo a vivere, di essere martiri ossia di dare la vita per il Signore e per gli altri. Ad alcuni il Signore chiede la vita fino all’effusione del sangue ma a tutti ci chiede di dare la vita per gli altri". Poi l’arcivescovo proseguì ricordando che una mamma che concepisce un figlio, lo tiene nel suo grembo, lo fa nascere, lo custodisce, lo allatta e lo preserva dalle malattie è una martire perché sta donando la vita. In questo senso riscoprire il martirio come dono della vita significa comprenderne appieno il significato in tutta la sua forza. Anche oggi".

Lei è uno dei collaboratori più vicini al Santo Padre e quindi ha la possibilità di osservare da un punto di vista privilegiato questa capacità di papa Francesco di dialogare ed essere ascoltato dagli uomini e dalle donne del nostro tempo.

In un mondo come quello in cui viviamo fatto di persone orfane, abbandonate a loro stesse, senza una prospettiva che attragga, in un mondo dove prevale solo l’"io" ed il proprio interesse. In un mondo simile, dove il denaro la fa da padrone, papa Francesco di fatto rappresenta in maniera più che evidente una figura paterna e materna: ecco perché credenti e non credenti vanno da lui.
Oggi abbiamo bisogno di persone, di credenti che sappiano essere materni e paterni; abbiamo bisogno di una Chiesa che sia innanzitutto madre. Padre e madre sono coloro che ti danno la vita; che non pensano a sé ma agli altri; che pongono gli altri prima di se stessi.
Ecco: questo, per me, è il "segreto" di papa Francesco.
Frate Masseo un giorno chiese a San Francesco: "Ma perché tutti ti vengono dietro?". E Francesco rispose: "Perché non avranno nessuno più peccatore di me ma il Signore mi vuole bene".
Papa Francesco attira perché mostra una Chiesa che non giudica e ci presenta una Misericordia che è senza limite. Non è né un giudice o un pubblico ministero ma nemmeno un maestro che interroga: è un padre che ama ed accoglie e, se necessario, anche corregge.

Questo suo richiamo alla paternità ed alla maternità cui come credenti siamo chiamati, ci rimanda, inevitabilmente, all’"Amoris Laetitia" di papa Francesco. Per molti commentatori, l’Esortazione apostolica si riduce alla 351 dell’ottavo capitolo, perdendo così di vista il senso globale dello scritto papale…

Per comprendere l’Amoris Laetitia è necessario cambiare la forma della Chiesa.
Solo una Chiesa che è famiglia e che è madre può capire cos’è l’Amoris Laetitia.
Chi concepisce la Chiesa solamente come custode di dottrine astratte non la comprenderà: chiederà una regola, una formula e non la salvezza effettiva della gente.
Potrei dire, in maniera un semplificata: chi cerca la salus idearum non capisce l’Amoris Laetitia a differenza di chi cerca la salus animarum. E questo perché quello che è iscritto nell’Amoris Laetitia è un amore materno che non abbandona nessuno. A costo di andare all’inferno. Diceva San Carlo Borromeo: "Se io per salvare un anima devo andare all’inferno, ci vado. Se devo fare un patto col diavolo, lo faccio perché quel che conta è sottrargli quell’anima".
Questa passione per la salvezza è la condizione per capire l’Amoris Laetitia.
Una comunità, quindi, che non è madre non può capire, discernere, accompagnare ed integrare.
Ecco perché chi si ferma ad una piccola nota ha un’immagine di Chiesa secca, rigida e lontana dalla Misericordia di Dio.

Nella "Laetitia" richiamata da papa Francesco pare di sentire risuonare il "Gaudet" con cui papa Giovanni XXIII aprì il Concilio Vaticano II…

C’è effettivamente un filo rosso che lega papa Giovanni XXIII (pensiamo, sempre per rimanere al discorso inaugurale del Concilio anche alla frase: "La sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore…") a papa Francesco: un filo rosso che traspare evidente in documenti come l’"Evangelii Gaudium" o la stessa "Laudato Sii" mostrando una Chiesa che ha riscoperto - senza rinnegare nulla del resto - il primato della Misericordia, dell’Amore. Una Chiesa dove, come in una famiglia, ci si salva assieme. Ecco perché dobbiamo fare di tutto per integrare; sapendo anche andare al di là della singola regoletta.

Eccellenza, in questi anni - grazie al Suo impegno con la Comunità di S. Egidio - Lei ha potuto maturare una notevole esperienza diretta a livello internazionale. L’immigrazione è solo un fenomeno da gestire con le leggi dello Stato o, per i credenti, può essere una "grazia" per farsi comunità capaci di accoglienza?

Quello dei migranti è un fenomeno storico che è sempre esistito.
L’emigrazione è un fatto connaturale alla storia.
In un mondo dove prevalgono sempre di più l’"io" e l’individuo, è difficile capire l’altro. Un "altro" scacciato alle frontiere o che, se riesce ad entrare, viene "attenzionato" o, comunque, non accolto. Questo è il frutto di una miopia culturale e di un’atrofia evangelica: unire insieme queste due definizioni porta ad una cecità colpevole ed anche sciocca.
La difficoltà di accogliere i migranti, allora, è un aspetto della perdita generale di generatività.
Se non si è capaci di accogliersi l’un altro (pensiamo al fallimento di tanti matrimoni e all’esplosione di tante famiglie) o di accogliere un figlio (e ancora di più un secondo figlio) è ovvio che si spegne la forza dell’ospitalità: ci troviamo dinanzi quindi ad un problema culturale e spirituale.
Questo non vuol dire che dobbiamo chiudere gli occhi dinanzi alle difficoltà: tutt’altro.
Abbandonare l’Africa dopo averla invasa e sfruttata per decenni o favorire le guerre che in Medio Oriente generano milioni di profughi sono situazioni che si ritorcono contro di noi.
Per questo non dobbiamo essere superficiali: il problema va governato e non subìto. Sarebbe una miopia pensare di bloccarlo.
C’è, quindi, bisogno di maggiore sapienza politica, di maggiore spiritualità, di maggiore creatività.
Questa, secondo me, è la triplice prospettiva che bisogna avviare cercando, evidentemente, che tutta l’Europa la comprenda.
Ripeto: la difficoltà di accogliere gli immigrati è la spia di una perdita di generatività nel nostro Occidente. E questo è un problema enorme!

Negli ultimi dieci anni il numero dei poveri in Italia è praticamente triplicato. Un dato di cui, però, si parla poco o nulla. Cosa possono fare le istituzioni per affrontare questa situazione?

Le istituzioni hanno certamente una responsabilità enorme ma questa responsabilità grava su tutto il Paese, su tutte le classi dirigenti. E questo perché la povertà è sempre figlia di un’assenza di cultura, di solidarietà e di politica: i poveri non vengono per caso ma sono il frutto di queste assenze.
Ecco perché è indispensabile che tutte le istituzioni e le realtà associative comprendano che il rinchiudersi a difendere ciascuno il proprio interesse porta ad una società che si infiacchisce scartando i più deboli, allontanando coloro che arrancano. Ma così facendo diventa crudele ed, alla fine, brucia anche se stessa.
La povertà, quindi, è un grande interrogativo per la Politica ma anche per una buona economia, per la vita sociale, per la cultura e l’imprenditoria.
Noi cristiani abbiamo oggi la grazia di avere un papa come Francesco che ci ha indicato una vita per invertire il circolo vizioso di una società che scarta chi non produce, chi non conta, chi non risponde a canoni precisi.
Papa Francesco ci ricorda che dobbiamo ripartire proprio dai poveri: se siamo capaci di farlo, allora possiamo ritessere la società.
Noi cristiani, in particolare, abbiamo la responsabilità di avere uno sguardo in più, di avere un occhio in più, di avere una marcia in più capaci di vedere nei poveri una profezia: i poveri, per noi, non sono un problema ma, prima di tutto, una profezia. Sono, come amo ricordare, il lembo del mantello di Dio.
Se la Chiesa vuole dare una luce all’intera società deve essere la più vicina a loro. Anche perché, alla fine, ci manifestano quello che tutti noi siamo davanti a Dio: dei mendicanti!

La biografia di mons. Paglia

L'arcivescovo mons. Vincenzo Paglia è dal 15 agosto 2016 presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II.
È consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio e presidente della Federazione Biblica cattolica internazionale. Ha frequentato il Seminario Romano e si è laureato in teologia presso l’Università Lateranense, dove ha conseguito anche la licenza in filosofia; si è poi laureato in pedagogia presso l’Università di Urbino. È stato ordinato sacerdote il 15 marzo 1970. È stato rettore della chiesa di Sant’Egidio in Trastevere e parroco nella basilica di Santa Maria in Trastevere. È stato inoltre nominato postulatore della causa di beatificazione dell’arcivescovo di San Salvador Óscar Arnulfo Romero. Il 4 marzo 2000 è stato eletto vescovo di Terni-Narni-Amelia.
Il 26 giugno 2012 è stato nominato presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. Con il motu proprio Sedula Mater del 15 agosto 2016 papa Francesco ha disposto la soppressione del Pontificio Consiglio della Famiglia a partire dal 1º settembre 201 e pertanto Il 15 agosto 2016 è stato nominato presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II.

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