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Referendum del 20 e 21 settembre: le voci dei Sì e dei No

Interviste a Valerio Onida ed Enzo Balboni

Parole chiave: referendum (27)
Referendum del 20 e 21 settembre: le voci dei Sì e dei No

L’espressione del "Sì" secondo Valerio Onida

“Non si tratta di una riforma così divisiva”

"Non si tratta di una riforma così divisiva come viene presentata. Non mette in gioco valori fondamentali, non stravolge gli equilibri costituzionali". Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, si è pubblicamente espresso a favore del Sì nel referendum sulla riforma che prevede la riduzione del numero dei parlamentari. Ma tiene a sottolineare che non condivide il clima di contrapposizione esasperata che si è creato tra i sostenitori delle due diverse opzioni.
Qual è l’argomento principale che l’ha indotta a esprimersi a favore della riforma?
L’argomento fondamentale è che
non si tratta di una riforma che viene dal di fuori delle istituzioni.
La legge costituzionale sottoposta a referendum è stata approvata quattro volte dal Parlamento e nella seconda deliberazione della Camera ha ottenuto quasi l’unanimità. Paradossalmente, proprio il respingerla potrebbe essere considerato un attacco al Parlamento.

L’obiezione più forte che viene rivolta alla riforma è che riducendo il numero dei parlamentari viene ridotta la rappresentanza.
In un Paese con 60 milioni di abitanti e oltre 50 milioni di elettori, qualche centinaio di eletti in più o in meno incide molto poco in termini di rappresentanza. Questa dipende piuttosto dalla qualità dei parlamentari e dal rapporto di fiducia tra le istituzioni e i cittadini. E in questo rapporto un ruolo fondamentale lo svolgono i partiti e le grandi organizzazioni sociali. Non siamo più ai tempi del suffragio ristretto, è illusorio puntare sulla diretta conoscenza del candidato in un Paese con decine di milioni di elettori.

Nel caso in cui la riforma venga confermata dagli elettori si parla di introdurre alcuni correttivi per compensare gli effetti della riduzione dei parlamentari. Per esempio riducendo anche il numero dei delegati regionali che partecipano all’elezione del Presidente della Repubblica o eliminando il criterio regionale nelle elezioni del Senato. Lei è d’accordo?
La partecipazione dei delegati regionali si fonda sull’idea che il Presidente della Repubblica debba essere eletto non solo sulla base del consenso del Parlamento ma di un più ampio consenso nel Paese. Sono quindi contrario a ridurre il loro numero. Tanto più che attualmente sono tre per Regione e al di sotto di questa soglia sarebbe praticamente impossibile assicurare l’equilibrio fra rappresentanza delle maggioranze e delle minoranze regionali. Quanto all’elezione su base regionale del Senato, eliminarla vorrebbe dire rinunciare quasi definitivamente all’idea che il Senato esprima in qualche modo l’articolazione regionale dello Stato.
Mi sembra invece sensato - per stare alle riforme di cui si sta discutendo in Parlamento - parificare i requisiti dell’elettorato attivo e passivo tra Camera e Senato. Ma questo non c’entra con il numero dei parlamentari.

Con meno parlamentari ritiene che sia necessario modificare la legge elettorale?
Mi sembra auspicabile che si vada verso una nuova legge di tipo proporzionale, ma non per la riduzione del numero dei parlamentari, quanto perché sarebbe una soluzione più adeguata alla concreta situazione politica del Paese
Anche introducendo un’opportuna soglia di sbarramento per contemperare le esigenze del principio di rappresentanza con quelle del principio di governabilità.

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Le ragioni del "No" espresse da Enzo Balboni dell’Università Cattolica di Milano

“L'errore più grande: aver scelto lo strumento dei tagli lineari”

"Il mio è un No senza particolare entusiasmo, come credo siano senza entusiasmo anche molti Sì. Lo schema binario impone una scelta drastica e ci si ritrova su posizioni opposte anche se magari su molte argomentazioni ci si potrebbe ritrovare". Enzo Balboni, già professore ordinario di diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano, è tra i firmatari di un appello di giuristi contrari alla legge costituzionale che riduce il numero di deputati e senatori. Ma non sale sulle barricate. "La materia del quesito in sé è miserella - spiega - in quanto il taglio lineare non assicura alcuna maggiore efficacia del Parlamento e presenta forti venature di polemica politica contingente. Ecco, l’errore più grande è stato quello di aver scelto lo strumento dei tagli lineari. Le riforme costituzionali non si fanno così".

Qual è l’argomento principale che l’ha indotta prendere posizione per il No?
Il mio No è soprattutto per il timore che attraverso il taglio drastico del numero dei parlamentari si determini una situazione che agevoli le modifiche alla Costituzione a maggioranza assoluta. In altre parole, si rischia di invogliare chi prende la maggioranza in Parlamento a intervenire sulla Costituzione con una certa disinvoltura e in base a interessi di parte. Mi consenta di dire che le modifiche costituzionali dovrebbero essere sempre circondate da una certa solennità. Nella riforma Renzi c’era un elemento positivo e cioè che gli interventi sulla Costituzione dovessero richiedere sempre la maggioranza dei dueterzi.

In che senso ha definito povera la materia del referendum?
Nel senso che si tratta di una riforma molto zoppa.
La realtà è che mancano i correttivi che avrebbero dovuto accompagnarla e che le forze politiche non sono state in grado di rendere effettivi contestualmente, come sarebbe stato necessario.

Per esempio?
Una nuova legge elettorale che consenta la governabilità senza mortificare la rappresentanza. L’ideale sarebbe il modello francese con il doppio turno di collegio, ma sappiamo bene che soprattutto in questo momento non ci sono le condizioni per adottarlo in Italia. Bisognerebbe essere sicuri di avere almeno un sistema sul modello tedesco, un proporzionale fortemente corretto con una soglia di sbarramento al 5%.

Per i non specialisti non è immediatamente evidente il rapporto tra il taglio dei parlamentari e il sistema elettorale...
C’è un problema di rappresentanza da riequilibrare. Riducendo il numero dei seggi ci sono territori che rischiano di essere sottorappresentati e altri che, viceversa, si ritrovano sovrarappresentati. Con scarti rilevanti tra Regione e Regione, nell’ordine del 30-40%.

Un altro correttivo che è già all’esame del Parlamento riguarda il numero dei delegati regionali che prendono parte all’elezione del Presidente della Repubblica. Diminuendo il numero dei parlamentari, il loro peso relativo automaticamente aumenta.
Per me che sono da sempre un regionalista non fa ovviamente problema la presenza dei delegati regionali che comunque è prevista dalla Costituzione. Ma c’è oggettivamente una disproporzione. Un conto è avere 58 delegati regionali a fronte di 945 tra deputati e senatori, un conto è averne 58 in rapporto a 600 parlamentari. Anche il numero dei delegati regionali andrebbe ridotto di un terzo.

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