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Quello che il Niger mi ha insegnato

Martha Populin, vive e lavora nel Paese africano, impegnata in progetti per lo sviluppo

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Quello che il Niger mi ha insegnato

Martha Populin, le cui radici affondano a Gorizia, da tempo vive e lavora in Niger, occupandosi di progetti legati allo sviluppo del Paese.
Siamo riusciti a contattarla e a scambiare con lei alcune battute, facendoci così raccontare della sua nuova occupazione, ma anche della situazione di questo Paese, giovane e pieno di sfide da affrontare.

Martha, c’eravamo sentite qualche anno fa sempre per il nostro settimanale e, al tempo, lavoravi per un’agenzia dell’ONU che si occupava di sviluppo agricolo. Di cosa ti occupi oggi? Ci sono stati nuovi contatti e cambiamenti nella tua vita lavorativa?
Da novembre 2018 lavoro con la ONG statunitense Catholic Relief Services, la Caritas degli Stati Uniti. È un gran cambiamento, un ruolo di responsabilità, ma il lavoro è molto interessante e stimolante, mi piace molto.
Sono impegnata in un progetto di sviluppo rurale multisettoriale, che si occupa di agricoltura, allevamento, comprendendo anche sanità e nutrizione. Il mio ruolo, quello di strategic learning lead, si occupa in particolare di tutto ciò che riguarda l’apprendimento e la gestione delle conoscenze all’interno del progetto, coordino gli studi effettuati, i parternariati con organizzazioni e istituzioni scientifiche. Con alcuni specialisti del programma mi occupo poi del monitoring and evaluation del progetto, soprattutto per quanto riguarda gli approfondimenti sull’impatto del progetto, sul lungo termine, andando ad indagare in che modo ci siano stati dei cambiamenti nella vita delle persone.

Guardando al Paese in cui abiti e lavori, il Niger è una terra a noi europei lontana e di cui, va ammesso, sappiamo poco. Tu che la vivi da dentro, come la definiresti a livello politico e soprattutto sociale?
Il Niger è il paese più giovane del mondo, l’età media è poco sopra i 15 anni, e la popolazione è in crescita rapidissima (con un aumento di un milione di persone all’anno circa). Questa dinamica è un’enorme sfida: come nutrire, curare, scolarizzare e dare lavoro a tanti ragazzi e ragazze?

Guardando al fenomeno migratorio, tematica di grande attualità in tutta Europa, qual è la situazione nel Paese?
Il Niger è una terra di transito per i migranti, ma non di partenza. Adesso il transito è molto diminuito perché lo Stato ha dichiarato illegale il trasporto dei migranti.
Una domanda resta: come fare a dare lavoro a chi si è ritrovato disoccupato, perché da un giorno all’altro la sua attività economica è stata dichiarata illegale?

Parliamo del ruolo dei volontari e degli operatori stranieri in terra africana. Alla luce dei recenti rapimenti (faccio riferimento alla volontaria in Kenya), come operatrice straniera, di un ONG straniera, ti reputi al sicuro? Credi sia data adeguata preparazione al personale in partenza?
Da 10-15 anni a questa parte lavorare nella cooperazione allo sviluppo è diventato decisamente più rischioso in qualunque parte del mondo. I cooperanti non sono più percepiti come "super partes" né nei Paesi in cui operano, né nei Paesi da cui provengono. Le grandi ONG si stanno adattando al nuovo contesto con analisi e misure di sicurezza. Quelle più piccole, che hanno meno mezzi, sono più in difficoltà.

Riguardo quest’ultimo punto, operi in Africa ormai da diverso tempo e porti con te un grande bagaglio di esperienze. Hai qualche consiglio da dare a chi sta per avviarsi come volontario o operatore e che magari è preoccupato per questi eventi?
Secondo me, è molto importante informarsi bene sia sul Paese in cui si va a operare, sia sulla reputazione (in termini di sicurezza del personale) dell’organizzazione per cui si lavora. Poi, una volta sul campo, è importante continuare a tenersi costantemente informati e in contatto con l’ambasciata competente. Se si ha la sensazione che la propria organizzazione chieda di prendere dei rischi irragionevoli, bisogna avere il coraggio di dire no.

Secondo te è cambiato il modo di lavorare e fare volontariato in questi ultimi anni?
Teniamo in considerazione il fatto che i volontari sono solo una parte dei cooperanti. Gli altri (qui in Niger sicuramente la maggior parte) sono dei dipendenti di ONG, Fondazioni, agenzie bilaterali (ad esempio AICS) o multilaterali (come le agenzie specializzate delle Nazioni Unite).
Quello che è cambiato negli ultimi anni è sicuramente l’accento che viene messo sulla sicurezza del personale, soprattutto dalle grandi ONG (le agenzie bilaterali e multilaterali lo facevano già prima).
Ci sono poi stati anche dei cambiamenti nella maniera di valutare i risultati del proprio lavoro: l’accento oggi viene posto sempre di più sull’accountability, quindi sul fatto che si è responsabili dei risultati raggiunti sia davanti ai finanziatori delle attività di sviluppo, sia davanti ai beneficiari di queste attività. Poi naturalmente molto dipende dall’organizzazione per cui si lavora.

Cosa ti ha insegnato, o meglio, ti sta insegnando questo Paese?
Il Niger mi ha insegnato e continua ad insegnarmi tantissime cose. Mi ha fatto capire che splendido sistema sanitario e scolastico abbiamo in Italia: pubblico, equo e di grande qualità. La grande differenza fra l’Europa e i paesi poveri è questa: l’accesso a un sistema capillare di servizi pubblici di qualità. È una grande fortuna di cui non siamo sufficientemente consapevoli.
Il Niger mi insegna che nella vita non c’è niente di più importante dei rapporti umani: nessuna tecnologia, nessun servizio a pagamento compensano il fatto che per vivere gli altri hanno bisogno di noi e noi abbiamo bisogno degli altri; e questa rete si mantiene con il fatto che siamo continuamente in debito con delle persone e in credito con altre, non solo di soldi ma anche di aiuto pratico o morale, di presenza ecc. Quindi, essere in debito non è una fonte d’imbarazzo, non c’è la corsa a sdebitarsi immediatamente di ogni favore ricevuto: al contrario, è una fonte di legame fra le persone.

Per salutarci, progetti per il futuro, anche prossimo, che vuoi raccontarci?
Sto per cominciare a coordinare una serie di studi preliminari per il progetto di sviluppo che contribuirò a mettere in opera. Riguardano temi diversi: gestione dell’acqua, prevenzione dei conflitti, commercio di prodotti agricoli ecc. e sono impaziente di cominciare!
C’è anche un piccolo progetto della Caritas parrocchiale di San Rocco per cui sono la referente in Niger che è quasi finito: abbiamo restaurato la più antica scuola per bambini nomadi del Niger, un monumento storico che senza questo intervento sarebbe andato perduto.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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