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La scuola non va lasciata sola

Quale futuro per la scuola italiana dopo il Covid-19? Ne abbiamo parlato con la prof.ssa Elisabetta Madriz, pedagogista, ricercatrice a tempo determinato  in Pedagogia generale e sociale presso il Dipartimento  di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Trieste

Parole chiave: Didattica A Distanza (5), scuola (139), Covid - 19 (29)
La scuola non va  lasciata sola

Il Covid-19 ha segnato profondamente anche quest’anno scolastico 2020-2021: studenti, insegnanti e famiglie hanno dovuto destreggiarsi fra aperture e chiusure, didattica a distanza o in presenza a percentuale variabile... Ma i cambiamenti che la scuola italiana ha vissuto e sta vivendo, come influiranno su un futuro di ritorno ad una "normalità" oggi di non facile individuazione temporale? Ne abbiamo parlato con la prof.ssa Elisabetta Madriz, pedagogista, ricercatrice a tempo determinato in Pedagogia generale e sociale presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Trieste tenuto anche conto che fra i suoi interessi di ricerca, vi sono il ruolo delle figure educative, professionali e non, e i nuovi scenari e contesti educativo-formativi.

Dottoressa Madriz, si parla spesso dei grandi cambiamenti che la pandemia ha portato per i ragazzi, in particolar modo sulla loro frequentazione scolastica e nei rapporti con i coetanei e con gli adulti. Sul "versante opposto" però com’è cambiato anche il rapporto degli adulti - insegnanti con gli studenti in quest’anno?
Certamente ci siamo trovati dinanzi ad un’alterazione del rapporto degli insegnanti con gli studenti: è mancata, infatti, completamente quella parte di relazione e di umanità che sono fondamentali all’interno della relazione di apprendimento. Mi pare importante ricordare che noi non apprendiamo perché un qualcuno "generico" ci dice delle cose ma perché ce le dice colui di cui "ci fidiamo" o a cui ci "affidiamo" nell’apprendimenti di determinati contenuti, c’è sempre, in qualche modo, una relazione fiduciaria e personale.
In questo contesto gli adulti educatori si sono trovati in difficoltà: la pandemia ha accentuato quella "fatica" che contraddistingue oggi la scuola italiana, una scuola sollecitata da tempo a svecchiarsi, a modificarsi con insegnanti che si sono trovati impreparati dinanzi a cambiamenti giunti per di più improvvisamente ed imposti repentinamente. E questo è emerso anche nel confronto con altri Stati europei rivelatisi molto più avanzati - ad esempio - da quel punto di vista tecnologico che risulta uno degli aspetti decisivi del fare scuola di questo periodo, anche se certamente non l’unico né il più importante.
Si è fatto un gran parlare di DAD (didattica a distanza) dimenticando spesso però che essa è uno degli strumenti all’interno della DDI, della didattica digitale integrata, che appunto prevede l’integrazione delle diverse modalità di didattica.
Abbiamo visto adulti destreggiarsi a fatica nell’utilizzo adeguato di quelle nuove tecnologie che, invece, sono già di dominio dei ragazzi tenendo comunque presente che ogni strumento, indipendentemente da quale venga scelto, limita poi la dimensione della relazione e che tanto più siamo giovani tanto maggiormente siamo in grado di gestire i cambiamenti che, magari inizialmente, ci spaventano.
C’è stata una gran fatica del punto di vista strumentale, tecnico ed organizzativo perché la modalità dello "stare a distanza" comporta un dispendio di forze incredibile per quanto concerne l’insegnamento. La didattica "classica" non può essere semplicemente trasposta nell’online ma va modificata tenendo conto del mezzo fisico di cui ci si serve. Questo è un passaggio che comporta competenza, voglia di impegnarsi ma anche la capacità di ripensare alla propria vocazione all’insegnamento: il lavoro educativo ma anche quello scolastico non va interpretato come una missione ma come "un compito di cura" che mette in campo quella che chiamiamo "genitorialità sociale". Come insegnanti, siamo impegnati a garantire nella relazione tutti quegli aspetti che rendono possibile l’apprendimento, visto che la scuola ha un mandato tipicamente culturale, non solo in senso stretto (matematica, italiano, arte…) ma anche in senso più ampio, legato cioè alla dimensione sociale, emotiva, morale.

Com’è stato vissuto, il periodo pandemico di quest’anno scolastico 2020/2021 tra DAD, lezioni in presenza, lezioni 50%-50% dai docenti? Quali le preoccupazioni a due mesi dalla fine delle lezioni e in vista dei prossimi esami delle secondarie?
Ci sono delle ricerche - seppur ancora su dati e territori circoscritti - che ci dicono che abbiamo perso tanti ragazzi in questo periodo, a prescindere da quello che ogni scuola o ogni dirigente è riuscito a fare: ci siamo trovati dinanzi una carenza di mezzi tecnologici ma anche ad un problema oggettivo del loro utilizzo nel momento in cui bisognava impostare o modificare la password, trovare la piattaforma giusta, ricercare sul drive il documento da modificare… Indubbiamente tutto questo ci prospetta processi la cui soluzione non appare immediata e desta preoccupazione anche negli insegnanti.
La scuola, man mano soprattutto che si raggiungono i livelli più alti, valuta performance e questo, se fatto a distanza, presenta una difficoltà maggiore. Le ricerche più recenti sottolineano che non è possibile avere una valutazione esatta delle performance se non all’interno di una "famiglia di competenze". Quelle che l’Europa individua come "competenze chiave" affiancano alla richiesta della capacità di imprenditorialità quella all’utilizzo delle tecnologie, delle lingue, delle culture ma anche tutte le dimensioni che portano alla risoluzione dei problemi che hanno a che vedere con la vita quotidiana.
Mi pare davvero importante l’esperienza di quei plessi che riescono a identificarsi in una dimensione comunitaria: si presentano, quindi, come una comunità professionale a servizio di una comunità allargata composta dalle famiglie, dai ragazzi, dal territorio. Oggi nessuna scuola può permettersi di essere un’isola slegata dai territori: lo abbiamo visto bene lo scorso agosto quanto proprio i territori sono stati interrogati per capire se le palestre piuttosto che i locali delle parrocchie o altri contesti potevano essere trasformate in aule.
Direi che la scuola non va lasciata sola e, soprattutto, non deve essere nemmeno oggetto di colpevolizzazione: la scuola è un pensiero plurale, che deve riguardare tutti, dai decisori politici ai singoli alunni.
Certamente c’è oggi molta preoccupazione perché a due mesi dal termine delle lezioni (e soprattutto in vista dei prossimi esami delle secondarie) ci rendiamo conto che le modalità valutative risultano ancora più complesse del solito. Gli insegnanti si sono trovati a fare ulteriore fatica (il preparare le lezioni lo richiede, sempre!) visto che il quadro di aprile 2020 risultava più chiaro di quanto non lo sia ora. Dalla scorsa settimana siamo ritornati in aula (anche se non ancora al 100%) ma ora gli insegnanti sono chiamati a verificare quanto fatto in questo periodo di lezioni a distanza con una modalità diversa quella utilizzata nelle scorse settimane (e questa problematica si presenterà anche nelle valutazioni finali fra poco meno di due mesi!).

A proposito di modalità valutative, nelle scorse settimane ha fatto molto discutere il caso di una ragazzina costretta dall’insegnante a bendarsi davanti la videocamera per dimostrare di non leggere eventuali appunti durante un’interrogazione …
Se non possiamo trasporre la didattica classica sulla piattaforma digitale, figuriamoci la fatica di trasporre la valutazione classica su uno strumento che talvolta funziona, altre funziona male oppure risponde parzialmente…
Riguardo il caso specifico ho letto un commento davvero interessante dal punto di vista pedagogico apparso sui social: se un insegnante ha bisogno di bendare uno studente, è lui che non vede e che ha veramente necessità di essere aiutato. Sono apparse anche reazioni diverse per cui si sottolineava che l’insegnante fa fatica, in questi tempi, a misurare la preparazione dei suoi studenti e quindi anche questo gesto andrebbe giustificato: direi, però, che dobbiamo fare attenzione ai termini della situazione di apprendimento. Qui c’è un adulto che insegna ed una classe, un gruppo che è da lui guidato: quell’adulto deve avere cura anche della parte emotiva, deve avere rispetto dell’alterità dell’altro.
Sul gesto del bendare, poi, mi pare che pedagogicamente ogni commento risulti superfluo: è una situazione che non dovrebbe presentarsi in nessun livello educativo proprio perché fa venire meno il rispetto della persona rappresentando una grave lesione del diritto dell’infanzia o dell’adolescenza.
Possiamo provare a metterci nei panni del docente per cercare di comprendere le motivazioni all’origine di quanto avvenuto: senz’altro potrà avere influito - come da taluni evidenziato - il sentirsi pressato da un programma da portare avanti, sapendo che dal livello di valutazione di un istituto dipende anche la possibilità di accedere a determinati fondi. Questo, però, non giustifica in alcun modo il ricorso a modalità che non sono solo discutibili ma fanno saltare anche il rapporto fiduciario che dovrebbe sempre esserci fra insegnanti e studenti: viene meno quel rispetto della persona verso cui si insegna che è la prima ragione d’essere di un luogo educativo e che mi pare possa sintetizzarsi nella frase "Io sono qua perché tu compia un percorso e dentro questo percorso la disciplina che io insegno ha un senso per la crescita della tua persona".

La DAD è un modo diverso di fare lezione, molto criticato ma, allo stesso tempo, ha concesso a molti studenti - forse più timidi e riservati - una sensazione di tranquillità che la presenza in classe non sempre garantiva; questo è solo un aspetto positivo che possiamo cogliere. Quindi, cosa possiamo trovare di buono dietro questa DAD?
Dinanzi all’evidenza della situazione a cui Lei si richiama mi vengono in mente due riflessioni.
La prima: perché la timidezza e la riservatezza debbono avere delle ricadute così pesanti sul percorso di apprendimento di un bambino o di un ragazzo?
La DAD, mi riallaccio a quanto detto prima, è uno strumento che deve conciliarsi all’interno di un quadro molto più ampio. Se l’unica risposta che sappiamo dare alla timidezza o alla fatica di esporsi è data da uno strumento, qualche domanda ce la dobbiamo proprio porre e renderci conto che il problema di quello studente non l’abbiamo risolto ma solo bypassato.
Le statistiche ci stanno dicendo per di più che questa timidezza, questa chiusura saranno sempre più frequenti: non vorrei che il beneficio che lo strumento ha portato venga assunto come finalità generale. Il problema è casomai dato dall’atteggiamento manifestato da un allievo nel momento in cui deve affrontare, a seconda delle età, quelle che nel suo percorso di sviluppo risultano prove di crescita: il nostro impegno deve essere volto a consentire a quanti si trovano in questa situazione, ma non hanno tratto beneficio da questa chiusura, di riprendere le misure con la realtà.

Dopo questi mesi che hanno messo in luce la necessità di essere pronti anche all’utilizzo di nuove forme di insegnamento, cosa cambierà nel futuro dell’insegnamento stesso e nella formazione dei futuri insegnanti? Quali nuove competenze si tratta di impostare?
Sicuramente per molto tempo abbiamo tralasciato la formazione sugli strumenti e sugli aspetti di tipo tecnico anche se, va ricordato, da 25 anni ogni corso di laurea che si occupa di formazione presenta insegnamenti di tecnologia dell’istruzione, tarati evidentemente su quelle tecnologie che di volta in volta erano a disposizione.
Non dobbiamo, però, perdere di vista un punto che ritengo fondamentale: un conto è la competenza di tipo tecnico ed un conto quella di tipo pedagogico e didattico. La prima deve essere al servizio della seconda considerato che c’è un’esperienza di uomo e di educazione - all’interno della quale si inserisce l’esperienza didattica - che deve illuminare ogni scelta di tipo tecnologico.
Ci rendevamo conto già "prima" che alcuni cambiamenti erano necessari: il doverli realizzare in forma così impegnativa, faticosa, irruenta è un dato che dobbiamo porre come condizione di esercizio, non necessariamente negativa.
Cambiamenti si sono già manifestati anche, ad esempio, nella destinazione dei fondi a disposizione delle scuole: una destinazione maturata all’interno di quel Consiglio di istituto e quindi condivisa significativamente anche con la componente dei genitori. Questo ci ricorda che la scuola è una comunità non composta solo da un dirigente o dagli insegnanti ma da entità, persone, che al suo interno hanno ruoli e tempi di investimento diversi. Tutto questo tenendo conto delle esigenze della DDI ed all’interno di essa di quella DAD che, come sottolineavo prima, ha un ruolo importante ma non esclusivo.
Nella formazione del futuro dovremo dare più spazio alla dimensione tecnica, informatica ma soprattutto percorrere ancora più consapevolmente quella "direzione di senso" a cui la scuola guarda da anni nella sua "formazione in servizio". Gli studi più aggiornati (mi vengono in mente ad esempio le ricerche di Daniela Lucangeli) indicano chiaramente "come si apprende" ricordandoci che c’è un modo caldo ed uno freddo di insegnare: il nostro cervello reagisce in modo diverso secondo la forma con cui proponiamo (e soprattutto verifichiamo!) nuovi apprendimenti e nuove conoscenze. Il nostro Paese rappresenta un’eccellenza in questo campo ed anche per questo sono convinta che la scuola italiana non possa più ignorare questa realtà tenendo conto di come funzionano non solo l’organo "cervello" ma l’intera persona con le sue risorse affettive, cognitive, morali, sociali…
Quindi abbiamo la necessità di formarci maggiormente rispetto alle competenze di tipo tecnico ma soprattutto pensarci come comunità, capace di aiutarsi, di supportarsi, di orientarsi a vicenda. In tale ottica è fondamentale che le scuole lavorino oggi in rete, condividendo percorsi, progetti e scelte fra più istituti.
Mi pare, in conclusione, importante evidenziare come nella terza ondata di pandemia siamo riusciti a garantire la presenza a scuola degli alunni con bisogni speciali: parlo di quelli che già facevano più fatica dal punto di vista della cognizione, dell’emozione, delle relazioni… Una scuola veramente inclusiva non lascia indietro nessuno e non isola chi fa più fatica ma è capace di creare una dimensione di apprendimento corale. Un fatto importante tenuto conto che soprattutto in questa età della vita (fino ai 14 anni nel primo ciclo ma poi anche nella scuola superiore) quanto apprendiamo ha sempre un senso all’interno della cultura in cui viviamo e quindi non è mai un apprendimento individuale: potrà, casomai, diventarlo in un momento successivo attraverso altre reti conoscitive ed anche metodologicamente impostate.
Non dobbiamo formare insegnanti per le specificità delle situazioni ma formare insegnanti capaci di gestire le diverse situazioni tenendo conto delle possibilità di essere, di imparare, di stare al mondo, di avere relazioni proprie per ciascun allievo e per ciascuna allieva all’interno di una comunità scolastica, in vista di quella sociale allargata.

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