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Giulio continua a fare cose

Alla chiusura delle indagini, la Procura della Repubblica di Roma ha individuato le responsabilità di quattro agenti segreti egiziani

Parole chiave: Giulio Regeni (24)
Giulio continua a fare cose

Da parte dei genitori affranti da consolare è stata da subito evitata da Paola Deffendi e Claudio Regeni. Il dolore e la sofferenza, iniziati in quei giorni di fine gennaio e inizio febbraio 2016, sono stati e sono vissuti da loro con grande intensità e con altrettanta dignità, ma la loro è una storia di persone che, nel normale correre della vita, hanno da sempre vissuto da cittadini attenti al rispetto dei diritti delle persone.
Le torture e l’assassinio del figlio Giulio, nell’Egitto dominato da un regime che continua a far sparire e incarcerare migliaia di suoi cittadini,  hanno fatto emergere ancora di più il loro impegno per la difesa dei diritti delle persone. La tristezza e la sofferenza restano nel cuore e nelle mura domestiche.
La domanda di verità e giustizia per Giulio e per tutti quelli che come il loro figlio vengono privati della dignità e della vita è espressa come cittadini di questo mondo pieno di contraddizioni.
Un mondo che si esalta all’esasperazione per la morte di un eccellente calciatore e gira la testa dall’altra parte di fronte alle ingiustizie e alla mano tesa dei poveri (che magari quel calciatore avrebbe anche aiutato).
E così la loro dignità nell’affrontare la sofferenza e la loro passione civile per la difesa dei diritti delle persone hanno aperto la strada ad una condivisione che è diventata sui social e sulle strade un ’popolo giallo’, che ha mosso la coscienza di molti ad aderire a quella ’scorta mediatica’ che continua a sostennere chi cerca la verità e la giustizia per Giulio Regeni, ma non solo. Giulio è diventato sintesi e immagine di tantissime persone che vengono private brutalmente dei loro diritti nelle incarcerazioni e nelle uccisioni.
Così Giulio continua a ’fare cose’.
Grazie alla sua famiglia, alla tenace azione dell’avvocata Alessandra Ballerini, al rischioso impegno degli aderenti alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani in Egitto, alla competente dedizione alla ricerca dei fatti da parte dei magistrati e degli inquirenti della Procura di Roma, il 10 dicembre scorso il Procuratore Michele Prestipino ha annunciato la conclusione delle indagini alla quale segue la richiesta di rinvio a giudizio di quattro ufficiali dei servizi segreti e della polizia egiziana. Sono indicati come responsabili, ma non i soli, del sequestro, delle torture e dell’uccisione di Giulio Regeni.
Nello stesso giorno si celebrava il settantaduesimo anniversario della proclamazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Coincidenza che ha un suo significato. Dunque, si va verso un processo in Italia senza alcuna collaborazione da parte egiziana, mentre il mondo della politica italiana si presenta con almeno due facce: il forte impegno a chiedere verità e giustizia da parte di chi  non ha in mano le ’leve del potere’, come il presidente della Camera Fico o il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta Erasmo Palazzotto,  e la ormai litanica richiesta all’Egitto di cambiare passo da chi, come il Presidente del Consiglio Conte o il Ministro degli Esteri Di Maio, la leva del potere ce l’ha in mano. E qui la storia di questi anni ci mostra debolezze e contraddizioni della nostra classe politica, ma anche della nostra società: l’Egitto ci serve per ’stabilizzare’ il Medio Oriente; con l’Egitto facciamo affari anche ricchi; all’Egitto quindi vendiamo armi e navi.
Ma tutto questo mantenere buone relazioni vale la rinuncia a parlare chiaro? A dire che l’Egitto non è un Paese sicuro? A denunciare le violenze, le uccisioni, i sopprusi e la negazione dei diritti umani? Può l’Italia farsi prendere in giro mentre cerca la verità sulla tortura fino alla morte di un suo cittadino?  
C’è, purtroppo chi dice si, forse non a parole, ma di certo nei fatti.
Se per lungo tempo, ed ancora mentro scrivo questo articolo, non si è deciso nemmeno di richiamare a Roma l’ambasciatore Cantini per consultazioni, vuol dire che nel mondo della politica che governa il Paese c’è un enorme distanza tra parole e fatti.
Avviene nel grande e avviene nel piccolo: quando il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia fece togliere dal balcone del ’Palazzo’ e dalla pagina di ingresso del sito istituzionale del Governo regionale ogni riferimento alla richiesta di verità per Giulio Regeni, è stato detto che ci sono altri modi per lavorare per la verità.
A chi chiedeva all’attuale Consiglio Comunale di Monfalcone di esprimersi con un ordine del giorno a favore della ricerca della verità, venne detta in sostanza la stessa cosa.
Da un mondo politico che propaganda soprattutto sui social qualsiasi cosa venga fatta, possibile che non si sia sentito dire nulla sugli ’altri modi’ di appoggiare la ricerca di verità per Giulio? Sono così segreti da apparire inesistenti.
Giulio continua a fare cose.
Mette in evidenza anche le contraddizioni di una società nella quale non prevale il lavoro per il bene comune, ma si fa sempre più forte la divisione, si accentuano l’odio e la calunnia. Il cristiano continua a sperare che un cambiamento sia possibile e, assieme ad altri di buona volontà, cerca di realizzare il cambiamento.
Raggiungere la verità e stabilire la giustizia per quello che ha passato Giulio Regeni sarebbe un vero segnale di cambiamento.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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