Editoriali
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Ite, missa est

La formula latina conclusiva del rito della Messa sottolineava con la forza del verbo Andate l’invio dei fedeli alla missione nel mondo e quindi l’inscindibile nesso fra cristiano della domenica e cristiano dei giorni feriali, come emerge dalla Lettera Pastorale del Vescovo e dal continuo richiamo di papa Francesco a una Chiesa in uscita.

La Messa domenicale, centro sorgivo del giorno del Signore, esperienza di condivisione nella frazione del pane e annuncio di vita nuova, costituisce la dimensione fondante della comunità cristiana, motivo per cui i cristiani della domenica non sono cristiani di serie B, ma chiamati a essere il sale della terra e la luce del mondo, testimoniando i valori del regno di Dio come persone responsabili impegnate nei vari ambiti del quotidiano, dalla famiglia al lavoro, dall’esercizio della cittadinanza all’uso del tempo libero.
Il filo conduttore della Lettera riprende la concezione già espressa in testi antichi, fra cui, in particolare, uno scritto molto noto, anch’esso in forma di lettera "A Diogneto". A lui,  pagano che si accinge "ad apprendere la religione dei cristiani", l’ignoto autore scrive che i cristiani "Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale." Metodo che consiste nell’amore verso tutti, nella non violenza, nella misericordia, nel perdono. D’altronde, il rapporto dialettico fra il momento epifanico della festa e la quotidianità della vita è ben presente nell’episodio della Trasfigurazione narrato dai Vangeli sinottici: Gesù non accoglie l’invito di Pietro a restare nella bellezza trascendente della visione, ma fa scendere gli apostoli dal monte per riportarli all’impegno faticoso nel mondo del non ancora dove "il Figlio dell’uomo dovrà soffrire".
Quanto è diffusa tale assunzione di responsabilità verso il mondo nei cristiani della domenica? E chi sono i cosiddetti cristiani della domenica? I dati statistici, ricordati anche dal Vescovo, ci presentano un calo progressivo della partecipazione domenicale, particolarmente evidente nella nostra regione, con differenze molto significative fra le classi di età infantili e anziane, da un lato, e, dall’altro,  quelle giovani e adulte, in cui la frequenza è quasi dimezzata. Non a caso alcuni giornalisti hanno ripreso, a commento, il titolo del film di Nanni Moretti "La Messa è finita", chiedendosi, in linea con la provocatoria copertina della Lettera, se ormai di domenica si faccia tutt’altro. Eppure, sottolinea il Vescovo, i numeri dei partecipanti alle Messe domenicali sono tuttora significativi e meritano attenzione. A maggior ragione se si considera che la rivoluzione cristiana destinata a cambiare la storia ha preso avvio da uno sparuto gruppo di discepoli. Essere sale della terra, diceva il vescovo Tonino Bello, non significa fare della Chiesa una grande saliera idonea a racchiudere il mondo. Si tratta piuttosto, senza rimpianti per il tramonto definitivo della Civitas Christiana, di suscitare nei fedeli della domenica la consapevolezza di essere "discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano" evangelizzando "con la bellezza della Liturgia", secondo le parole del Papa nella Evangelii Gaudium.  
I cristiani della domenica, popolo di Dio, non costituiscono una comunità di perfetti e le motivazioni che li riuniscono nella celebrazione sono spesso diverse: tradizione, dovere interiorizzato fin da piccoli, bisogno di spiritualità, appartenenza parrocchiale o di gruppo, ricerca di senso, accompagnamento dei figli. Anche le motivazioni dei primi discepoli nel seguire Gesù erano certamente affette da limiti e condizionamenti umani, ma l’incontro con il Signore ha trasformato le loro vite. Le nostre liturgie domenicali dovrebbero esprimere la bellezza e la forza trasformatrice di quest’incontro con il Signore e con i fratelli, ispirando le scelte dei giorni feriali.  Missa e missio derivano dallo stesso verbo mittere: "Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi". (Gv, 20, 21)

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