Editoriali
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Il "terzo" necessario al dialogo ecumenico

Un famoso aforisma di Nietzsche, ironico ed amaro, recita:"Io potrei credere ad un Salvatore, se voi aveste una faccia da salvati".

La stoccata del filosofo fa il paio con l’interrogativo che possiamo porci, noi cattolici, alle porte di una nuova settimana ecumenica, nella nostra città: come proporre al mondo la nostra fede, se continuiamo ad essere divisi?
In un mondo pervaso e condizionato da crisi, sempre uguali e sempre diverse, il problema della divisione tra le Chiese non è tra i più urgenti. Forse. O forse, piuttosto, l’urgenza dell’ecumenismo è oggi più forte e più esigente che nel secolo passato, che ha pur visto un positivo cammino in tal senso, e un dialogo sostenuto. Mi è sembrata particolarmente efficace, a questo proposito, l’immagine dei discepoli di Emmaus, ricordata in un intervento di  Aldo Giordano, dove identifica il dialogo (non esattamente sereno) tra i due, come dialogo che non approderebbe e non approderà a nulla, se non vi fosse intervenuto il terzo, Colui che spiegherà loro le Scritture, prima di farsi riconoscere allo spezzar del pane.
Anche il nostro dialogo ecumenico abbisogna del "terzo", quella chiave che aprirà tutte le porte, di tutte le Chiese.
Ne abbiamo bisogno ora, nel mondo e nella nostra Europa che soffre di crisi d’identità, che deve di riscoprirsi unita, darsi un’anima.
Le Chiese, qui, possono donare un contributo insostituibile di sapienza e umanità, un fondamento etico perduto ma necessario al difficile progetto di unificazione, una riserva di senso in opposizione alle derive disumanizzanti. Ma in che modo, ognuna il suo, singolo e personale? Le singole Chiese non possono arrivarci. È necessaria la ricomposizione delle proprie fratture, prima di medicare quelle del mondo.
La settimana di preghiera ecumenica è per questo: perché il pellegrino raggiunga anche noi, sulle nostre strade, e ci riconduca a quella comune. Il dialogo può far paura: paura di una casa comune a spese della propria individualità. Ma, in primis, è un cammino, come  luogo dove cercare e incontrare la verità. Qui le Chiese possono elaborare una rinnovata comprensione di sé, che superi la dimensione confessionale: nel processo di maturazione, l’unità perseguita può essere la realizzazione delle diverse identità.
Papa Francesco ha detto che non viviamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca.  Non possiamo rimanere in disparte. In un mondo che si è rivelato piccolo, le nostre Chiese, insieme, devono essere fattore di unità della famiglia umana prima di rivolgersi alle altre religioni, davanti alle quali  hanno la responsabilità di indicare la negazione di fondamentalismo e violenza.
Questo ecumenismo non può essere imposto dall’alto: viene dai margini, dove le differenze confessionali si superano sul campo delle difficoltà comuni. Deve nascere un "popolo ecumenico".
Giovanni Paolo II, nel 1999, in Romania, dice al Patriarca Teoptis: "Io sono venuto qui per contemplare il volto di Cristo nella vostra Chiesa…".
Passato, incomprensioni, divisioni…. Dobbiamo perdonarci, a vicenda. Il Crocifisso è presente dove si ergono i nostri steccati: dobbiamo abbatterli, per averlo vicino.
Il primo verso di una famosa poesia dice:
"Di che reggimento siete
 fratelli?"
l’ultimo ripete
"Fratelli"
Era Ungaretti, a Mariano nel 1916. Due parole per un ossimoro: il poeta vedeva il fratello al di là della divisa, e magari neanche del colore della sua.
Gorizia, gennaio 2020.
Vivremo la settimana ecumenica tra Chiese non in guerra, ma che ancora non si amano abbastanza. Fratelli.
Sappiamo, con certezza cristiana, che la volontà del Signore è l’unità, e che un’ecclesiologia di comunione ne sia la strada. Abbiamo armato le vele: verrà lo Spirito a gonfiarle.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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