Editoriali
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Con la schiena diritta

"È voluto "esserci" ed ha insegnato a generazioni di giovani - che ha avviato ed accompagnato nella professione comunicativa - a non rimanere chiusi nelle stanze delle redazioni ma a vivere il territorio per coglierne le problematiche e denunciarne le difficoltà, incontrando le persone nella loro quotidianità"

Con la schiena diritta

Il suo posto era inconfondibile Fosse un’assemblea diocesana o un incontro culturale, don Renzo lo potevi trovare immancabilmente in fondo alla sala mentre scriveva su una delle sue agende magari commentando con un sommesso brontolio qualche passaggio non condiviso di quanto veniva detto. Chissà quante ne ha riempite di quelle agende in questi anni! Appunti presi velocemente che in verità (ma non l’avrebbe mai ammesso!) non servivano poi a molto visto che gli articoli venivano stesi veloci basandosi soprattutto sulla memoria: sarebbero, casomai, potuti essere d’aiuto per ricordare nomi e cognomi dei relatori o di personaggi citati ma questi nei pezzi rimanevano solitamente in bianco o avevano in comune con l’originale solo qualche lettera ("controllare i nomi" indicava immancabilmente dopo l’ultima riga per la disperazione di chi doveva ricorrere a tutta la fantasia possibile per recuperarli).
Di certo a sfogliarle oggi, quelle agende, aiuterebbero a ricostruire l’ultimo mezzo secolo di storia della Chiesa diocesana e delle genti del suo territorio.
Don Renzo aveva scelto sin dal tempo del seminario di servire e testimoniare la Parola anche da giornalista.
A leggere il Messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali 2021 - lo ha ricordato nei giorni scorsi anche il vescovo Carlo - sembra quasi che papa Francesco abbia preso ispirazione dalla storia di don Renzo per delineare l’impegno cui è chiamato chi opera nel mondo della comunicazione, specie in questo tempo di pandemia: andare a vedere di persona e consumare le scarpe.
Due atteggiamenti che don Renzo ha fatto propri abitualmente in tutta la sua vita come sacerdote e giornalista.
È voluto "esserci" ed ha insegnato a generazioni di giovani - che ha avviato ed accompagnato nella professione comunicativa - a non rimanere chiusi nelle stanze delle redazioni ma a vivere il territorio per coglierne le problematiche e denunciarne le difficoltà, incontrando le persone nella loro quotidianità. E tutto questo sempre "con la schiena diritta" senza paura di denunciare le situazioni di ingiustizia specie quando queste dipendevano dagli atteggiamenti di una classe politica abituata ad anteporre l’interesse ed i tornaconti personali al bene comune o semplicemente incapace di rispondere a quanto da lei ci si sarebbe atteso.
Questo vivere la prossimità, fra l’altro, lo aveva portato - una volta assunta la responsabilità della Pastorale sociale e del lavoro e sulla scia dell’insegnamento in particolare che gli venne dall’esperienza maturata vivendo accanto a monsignor Pietro Cocolin - a moltiplicare le occasioni di incontro del vescovo con le realtà produttive operanti sul territorio diocesano ben sapendo che solo questa continuità di rapporto poteva dare il polso della situazione e dei mutamenti in atto e fare sentire la Chiesa vicino alle problematiche sociali.
Scrivere di un avvenimento significa per lui rendere memoria la vita di uomini e donne, nella certezza - sono ancora parole di papa Francesco - che "nessuno è una comparsa sulla scena del mondo".
Si comprende, allora, ancora più nel profondo il senso del suo coinvolgersi in tante realtà culturali o del faticare per la riconciliazione fra le Chiese sorelle di Gorizia e Nova Gorica come dell’impegnarsi (da insegnante o nelle parrocchie di S.Anna a Gorizia e Ronchi) per formare giovani che potessero diventare adulti protagonisti nella società…
Espressioni di un sacerdozio vissuto e testimoniato con gioia per oltre cinquant’anni.
Certamente non è stato semplice per chi ha assunto dopo di lui la guida del giornale o la direzione di un Ufficio diocesano raccoglierne il testimone. L’attenzione alla fatica dell’altro, gli impediva spesso di esprimere direttamente quelle critiche che pure aveva a fior di labbra. E questo poteva generare equivoci ed incomprensioni specie se l’interlocutore si trovava nella stessa situazione o si arrendeva subito dinanzi all’immancabile: "Questo lo abbiamo sperimentato già 40 anni fa!". Ma quando il dialogo riusciva a sbrogliarsi ed a snodarsi franco, don Renzo dimostrava tutta la sua non comune capacità di ascolto e la correzione fraterna diveniva consiglio prezioso nel rispetto delle posizioni altrui, anche se magari non pienamente condivise.
Ha accompagnato, sin praticamente dalla nascita, l’esperienza editoriale di Voce Isontina: le ha dedicato tanta parte della sua vita ricevendone soddisfazioni ma anche incomprensioni e delusioni. Ha continuato a sostenerla però sempre con l’entusiasmo degli inizi, non facendo mancare mai i suoi contributi settimanali.
I suoi ultimi interventi su queste pagine hanno raccontato la pandemia ponendo però già le basi per un "dopo" difficile da cogliere ma che avvertiva comunque così drammaticamente diverso dal "prima" da interpellare da subito, in maniera esigente, la Chiesa diocesana.
In questo numero di Voce Isontina gli dedichiamo alcune pagine speciali. Probabilmente avrebbe brontolato un po’ sapendolo ma gli farà senz’altro piacere rendersi conto che non si tratta, in nessun caso, di preconfezionati e sterili panegirici ma del "grazie!" che in tanti hanno voluto rivolgergli per quanto da lui ricevuto ed appreso. Tanto più che hanno scelto di farlo con quel mezzo - la scrittura - che è stato l’altro suo pane quotidiano per tutta la vita.
La tua memoria, caro don Renzo, resta davvero in benedizione per tutti noi!

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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