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Una riforma divenuta rivoluzione

Appena trascorso l’anniversario rimane l’immagine straordinaria di "Maria Theresia 1717-1780 Strategin Mutter Reformerin", come dichiaravano le quattro strepitose mostre racchiuse in un monumentale catalogo e spalmate nell’enorme spazio di castello, annessi e parco di Schloss Hof, nel castello di Schloss Niederweiden, restaurato da Nicolò Pacassi, nell’Hofmobiliendepot in centro a Vienna, e nel Kaiserliche Wagenburg Wien (nel complesso di Schönbrunn). Il cervello ripassava storia e cultura di un’epoca; gli occhi si riempivano di immagini di un’ Europa grande.
Nel secondo castello, più "raccolto", una sala era destinata alla riforma scolastica, che ha mosso i primi passi anche nella nostra Contea di Gorizia e Gradisca.

Parole chiave: riforma scolastica (1), scuola popolare (1), scuola (110), Maria Teresa d'Austria (2)
Una riforma divenuta rivoluzione

Il "Regolamento generale della normale, alta e bassa scuola", seguito alla riforma scolastica dell’abate Johann Ignaz von Felbiger (regnante Maria Teresa), approvato il 16 dicembre 1774, fonda l’ordinamento scolastico obbligatorio austriaco, stabilendo in 6 anni la frequenza. Il von Felbiger, metodologo e riformatore della scuola elementare in Slesia e in Austria (1724 Groß Glogau - Pressburg 1788).
Abate di Sagan (Slesia), riformò le scuole di collegi e conventi del circolo di Sagan, poi la scuola cattolica in Slesia.
Nel 1774 chiamato a Vienna da Maria Teresa, è direttore generale dell’organizzazione scolastica.
Sue riforme più importanti la suddivisione della elementare in scuole triviali, caposcuole e scuole normali; la fondazione di seminari per insegnanti; l’insegnamento in classe, al posto dell’ individuale fino ad allora adottato.
Progetto di riforma ambizioso, non riesce tradursi nella pratica se non in rari casi: tra il 1777 e il 1778 erano aperte scuole triviali a Cormòns, Plezzo, Aidussina, Ruda, Canale, Tolmino; ad Aiello esiste nel 1782. Prima, solo i ceti elevati potevano accedere all’istruzione; ma non bisogna generalizzare: in posizione diversa le città e così i centri con la fortuna di ospitare un convento, o un’istituzione ecclesiastica interessata. A Gorizia, si sa di un maestro - eletto dai nobili - presso la chiesa dei SS. Ilario e Taziano già nel 1570. Per parlare di scuola diffusa, occorre attendere l’arrivo di ordini come i Gesuiti, e le Orsoline per la parte femminile.
I primi, giunti nel 1615, iniziano l’opera scolastica (diverrà importante e imponente) quattro anni dopo; le Orsoline, dal loro arrivo (1672) si danno all’educazione di un cospicuo numero di fanciulle (più di un centinaio): azione fondamentale nella crescita dei ceti popolari, se si pensa ai primi rudimenti della cultura che le giovani (poi, in larga parte, madri di famiglia) divulgano nei propri ambiti .
Il primo arcivescovo di Gorizia Carlo Michele d’Attems istituisce, nel 1757, una Domus Presbyteralis, che dal secondo anno di attività, funziona come vero seminario (abolito nel 1783, con la diaspora degli allievi a Graz, Lubiana e Vienna, nel 1818 come Centralseminar per le diocesi del Litorale).
Altra istituzione scolastica è il Collegio militare di Gradisca in Casa Lottieri, eretto nel 1782 (due anni dopo trasferito a Gorizia nella ex Casa Presbiterale).
Nel 1782, a Gorizia, si giunge ad un ragguardevole 66 % di ragazzi, maschi e femmine, che frequentano qualche scuola.
A Cormòns è testimoniato un maestro - Leonardo Fornasaro - fin dal 1597, ma, in maniera continuativa, dal 1716, e a Romans dal 1723 si occupano d’istruzione femminile le Consorelle di Carità (Orsola Grotta è la fondatrice); a Cormòns e Farra i Domenicani aprono scuole (a Farra, dalla fine del ’600); a Castel Porpetto, i Frati Minori di San Francesco offrono i primi rudimenti scolastici ai fanciulli. Ad Aiello, una scuola triviale è tenuta dai Domenicani.
Qua e là, qualche sacerdote (pre Natale Cian, maestro e cooperatore a Farra dal 1742 al 1790, salvo breve pausa) o qualche laico insegnano a sparuti gruppi di fanciulli.
Aspetti locali esistevano da sempre: nella visita del Porcia, ad esempio, compare il cappellano curato di Aquileia maestro per alcuni fanciulli; perfino le fanciulle - un’autentica rarità - hanno chi si occupa della loro istruzione, con qualche monaca lungimirante. Anche l’insegnamento musicale c’era: "il canto fermo liturgico si insegna in Aquileia alle educande del monastero e ai chierici", ed è "tanto ben conosciuto dai mansionari da esser qualificati come boni musici"; qualche po’ di istruzione impartiscono i frati di Gradisca.
Chiamati chierici - forse giovani avviati al sacerdozio - gli allievi del cappellano di Visco Josephus Colautus di Ara [di Tricesimo], sulle soglie del ’600 (1606).
Oltre un secolo più il là i "Sindici filialis ecclesiae Sancti Martini" di Prosecco [presso Trieste] a chiedere all’arcivescovo di Gorizia Carlo Michele d’Attems (1764) che il cappellano "instrueret aliquos pueros ut possint legere et scribere et sic facilius instrui in doctrina christiana et ab eo petunt gratiam et exibent recognitionem".
A Villesse, pre Francesco Deperis ai ragazzi insegna a leggere e i principi della religione.
Lo stesso fa il sacerdote Paolo Viso a Mariano. Probabilmente è il sacerdote anche a Fiumicello a far scuola una volta la settimana, ma non è chiaro. Si paga un quid in soldi o in natura chi può; i poveri gratis.
A Santa Croce [di Vipacco] è l’organista a  offrire gli elementi del leggere, dello scrivere, della musica  a qualche ragazzo, ma non in maniera sistematica.
Legato alla chiesa Francesco Maran, di San Giorgio [di Nogaro]; sagrestano, insegna a leggere, scrivere e servir messa, come Giuseppe Rossi; la costante è che lo fanno sinché i fanciulli sono in età d’ andare al pascolo col bestiame.
Da San Martino a Pasqua stesso impegno i cappellani di Gonars coi ragazzi del paese
Aiello segnala Antonio Pagnoli: insegna a leggere, scrivere e far di conto. I cappellani di San Vito, Crauglio e Tapogliano si dedicano agli elementi di base: don Antonio Cabas, nel primo villaggio, lo fa - gratis - per 3 ragazzi; nel secondo, don Francesco Rovere si presta dietro qualche tenue compenso; nel terzo, qualche volta, don Stefano Virgulino insegna a 4-5 ragazzi ricavandone compenso dai genitori.
Si è detto delle Orsoline: da una relazione del Magistrato Civico di Gorizia (1775), compare la loro attività: "…con tutto il zello e carità, senza ritrarre alcun pagamento; insegnano legere, scrivere, far conti, guchiare, cucire, far merli".
La stessa indagine riferisce di una Scuola Triviale (nozioni essenziali di leggere, scrivere, far di conto, ed elementi di dottrina cristiana) in italiano, tenuta dal maestro Ludovico Sandrin; di una scuola "per picioli Ragazzi e Ragazze", in tedesco, tenuta da Eleonora Izzo, di altre quattro scuole, per maschi e femmine e la medesima fascia d’età "in lingua corrente del Paese"; sono delle sorelle Favetti, delle sorelle Fabris, della vedova Elena Bauzar e, in Borgo Piazzutta, di Caterina Tedeschi.
Ma il problema di base che rileva il Magistrato, visto che pochi sono i benestanti a non  preoccuparsi di far istruire i figli, è che la maggior parte degli abitanti di sua competenza sono "Persone miserabili li quali non hanno mezzi da dar alle scuole i loro Ragazzi ed altri sebbene fossero in stato, preferiscono di darli all’esercizio di qualche Arte".
Obbligare alla frequenza sarebbe impresa difficile; unico mezzo per sistemare le cose sarebbe introdurre delle Scuole Normali. Sensibilità, anche a livello popolare, fa strada: a Prevald, il barone de Rossetti dà notizia che non ci sono, né ci furono stati dei maestri, ma la popolazione ne capisce l’importanza solo che, gravata dalle tasse, non può far fronte alle spese di alloggio e maestro.
Si tenta di procedere tra minacce e moralistici incitamenti; se ne trova traccia negli archivi decanali: i decani sono l’ultimo snodo efficace prima dell’estrema divulgazione tra parroci e curati.
La sovrana risoluzione del 1781 è un saggio  di questa metodologia: parla di come sua Maestà avesse saputo "con sommo dispiacimento che la maggior parte massimamente alla campagna cresca senza educazione"; per raggiungere velocemente l’obiettivo, dunque, "si dovrà aggiungersi la minaccia che… li negligenti facoltosi genitori" che non facessero frequentare i loro figli "dovranno pagare il doppio importo per la scuola… li poveri genitori poi dovranno essere obbligati secondo le circostanze al pubblico lavoro, massimamente nel fabricare le scuole…".
Dall’ufficio decanale di Ruda (allora il vicariato foraneo era attribuito ad personam e non ad sedem), il pievano Giacomo Comelli, nel 1783, chiede ai parroci di Fiumicello, Aquileia, Villa, Monastero, San Martino e Cervignano se avessero ottemperato all’ordine - giunto da Vienna l’anno precedente - che indicava a parroci e curati di "pubblicare" l’inizio della scuola e "sermonem habere ad populum de utilitate ipsarum scholarum" e "de mittendis filiis ad has scholas". Trascorre un triennio e si arriva a ragionamenti più concreti a Fiumicello, auspice il decanato circolare di Gradisca (sempre con l’invito a pubblicare la patente in chiesa e in piazza): sarebbe utile istituire una scuola triviale  iniziando con un insegnante del posto da retribuire con 60 fiorini l’anno. Ancora tre anni e si arriva a quantificare il numero degli abili alla scuola a Fiumicello: sono 134 i maschi e le femmine tra i sei e i dodici anni
Che si sapesse scrivere, però, e non da pochissimi anni, è dichiarato dai costanti richiami dei visitatori apostolici a far cancellare le scritte dai muri delle chiese, ma alla piena realizzazione della riforma si giunse verso la metà dell’Ottocento, soprattutto per l’impulso che, nella Contea venne dall’Arcivescovo di Gorizia Francesco Saverio Luschin (1835-1854), già principe vescovo di Trento e Arcivescovo di Leopoli, primate di Galizia.

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