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Un parroco nella II^ Guerra mondiale

Sono trascorsi 110 anni dalla nascita di don Umberto Miniussi

Un parroco nella II^ Guerra mondiale

Il 3 luglio 1911, a Cervignano, nasceva Umberto Miniussi.
Figlio di un calzolaio di poca fortuna, ricordava sempre la miseria patita. Pavimento di casa in terra battuta, ma fanciullezza nella natura: il "barba" Toni lo iniziava alle bellezze di acque, cielo, terra e alberi; lo portava con la sua "batela" che scivolava sull’ Aussa.
Trova un padre spirituale nel parroco Giuseppe Maria Camuffo, che lo sostiene  in seminario.
La gente diceva: "Non diventa sacerdote; troppo studiare e troppo poco mangiare". Dura la ebbe in seminario: fisico imponente, cibo scarso. Tanto studio: la teologia in latino. Insegnanti bravi, ma con durezza da senza cuore. Anche bei ricordi, là, conditi da parola sapida, che raccontava con tocco di fine ironia. Nonostante previsioni funeste, sacerdote fu (1935); primo servizio a Romans: bellissima chiesa, parrocchia in polpa, lui sempre attanagliato dal bisogno.
Prima esperienza (1940) in autonomia a San Vito al Torre: parrocchia eretta canonicamente nel 1935, civilmente solo nel 1960. Sicché chiari di luna anche qui. Mortificato per le circostanze che non gli consentivano di essere giusto ospite coi cantori del paese, rivelò le rendite dai 30 campi della chiesa: "cu la rindita, no si rivaress, auè, a cioli 2 purzitus di teta".
Ma era giovane, pieno di entusiasmo; si mise all’opera per far progredire le persone e migliorare gli aspetti materiali della parrocchia e del paese. Fare il parroco, allora, in tempo i guerra, era dura per tutti, e anche per lui, pur non avendo situazioni drammatiche, come talvolta capitò altrove. Aveva i genitori con sé, ed ebbe una botta con una peritonite che lo condusse in fin di vita: salvato per un pelo, con due operazioni all’ospedale di Palma.
Una fonte importantissima per conoscere lui e la parrocchia sono gli avvisi in chiesa. Tachigrafici, a matita, perlopiù, in italiano e tanto tanto in friulano; talora diventavano discorsi, come quello, in un friulano saporoso e denso di umanità, con il quale spronò il paese ad aprire un asilo per i bambini.
Ci riuscì, appoggiando in pieno il podestà Ildebrando  Zuttion.
Il suo linguaggio era, incisivo, schietto, a volte ruvido, ma in consonanze con le persone, immerso nella realtà sociale dei tempo.
Fa riunioni per le madri, per i padri, per le giovani, per i giovani; per questi, giovani davvero, dato che non erano ancora partiti soldati, "almeno" una volta la settimana.
Nei suoi avvisi all’Epifania, è preciso, quasi pignolo, nel rendere conto dell’economia: "biava per le Anime", £ 1326 nel 1941 (si raccoglieva per  il giorno dei morti). Serviva per dar celebrare tante messe per i defunti. Guerra, durezza di vita ma, nello stesso anno, sostituisce il tabernacolo di legno dell’altar con uno di marmo. Acquista un presepio; avverte che ha un difetto: non è pagato! Aggiunge sornione "speri che ni jo, e nancia altri doventarin grîs par chist debit".
Natale con l’oscuramento, la messa si celebra la vigilia; all’Epifania, introduce la benedizione ai bambini ; avverte "se piangono, a me non danno fastidio" e raccomanda, quasi paterno "di coprirli bene".
Ogni particolare del paese è analizzato, nelle piccole e nelle grandi cose: sgrida i ragazzi che vanno a scrivere "stupidità" su muri, portoni e porte con gesso e carbone; chiede di essere solidali coi soldati; raccomanda di non vendere prodotti della terra alle strozzine.
Nonostante le ristrettezze, sollecita a essere generosi e loda le ragazze che hanno raccolto il doppio dell’anno precedente per le missioni. Ha una visione severa della vita; per i morti, raccomanda di chiudere le osterie dalle 2 del pomeriggio in poi. Nel ’42, sollecita le famiglie ad accogliere bambini (dai 4 ai 12 anni) di Milano bombardata e raccomanda di trattarli come figli. Anche per il seminario chiede, e si rallegra che sia stata raggiunta la somma di 700 £, una per abitante.
Preghiere costanti, rosari per i giovani al fronte nel ’43, "in chist an tremend di uera". Però si va a Barbana lo stesso, con i carri. Fustiga la moda; le ragazze andavano vestite troppo "a curt" e una volta viene deriso dai suoi confratelli proprio per una "poleza di San Vit", particolarmente audace.
Per l’asilo, come si è detto, conduce una vera battaglia e qui ricorda a tutti come, oltre ai motivi di educazione, ci siano quelli pratici: le madri erano sfinite con il lavoro nei campi, la cura familiare …
Raccomanda di rispettare il riposo festivo : già dovevano lavorare di più "ancia par chei che son via", e poi erano vecchi, concludendo con un raggelante "se lavorês massa, mi dês lavôr a mi"!
Arriva il "rabalton", l’8 settembre ’43, don Umberto raccomanda di stare attenti ai bambini: ci sono "sclopis e bombis pa fuessis", lasciate dai soldati italiani al momento del "si salvi chi può".
Poco prima di questo momento, il podestà Ildebrando Zuttion, il segretario comunale Tarcisio Gigante, e altra gente, nascondono tre internati in fuga da un campo di concentramento (Gonars?). Staranno nascosti per 20 mesi, lo racconta in una cartolina postale di ringraziamento dal Montenegro Milutin Burghic. Ovviamente, ciò non risulta dagli avvisi in chiesa, ma da una minuta di don Miniussi, in cui alza la voce per difendere (nell’immediato dopoguerra) il podestà, dai soliti eroi del giorno dopo.
Siamo al momento della solidarietà; lancia un appello per gli sfollati; raccomanda una sola cosa, (sottolineato nel testo): "non approfittatevi delle loro necessità".
Costante è la cura per la chiesa, sforzo dopo sforzo, per le suppellettili, le vesti e un’altra impresa: la nuova cappella del cimitero. Prende pala e piccone anche lui come i giovani, difatti proclama alla predica  che "i nestris zovins po’ son straordenaris".
A lungo insiste con la gente di non fare la spia, non mormorare: sono momenti terribili.
In piena guerra, il 20 febbraio del ’44, si inaugura l’asilo. Commenta che a San Vito, da molto e molto tempo, "non è stata fatta un’ opera più bella e più utile di questa".
Il quell’anno non si va a Barbana, ma arrivò, con straordinaria solennità, il vescovo, e i Sanvitesi furono generosi anche con lui. Il 3 dicembre avverte che l’indomani sarebbe stata celebrata la prima messa nella cappella del cimitero. Non c’erano ancora i banchi e allora invita a venire solo "quelli che possono stare inginocchiati per terra o in piedi".
A guerra finita, il parroco interviene nei momenti cruciali, come le prime elezioni amministrative, e raccomanda di eleggere gente competente, altrimenti, per le scale del municipio avrebbero potuto far salire anche l’asino di "Min da Mora", quello che vendeva in piazza!
Nel  ’46 , cura l’accoglienza di una decina di bambini di Cleulis, in Carnia. Uno di quelli, Osvaldo Puntel, restò a lungo nella famiglia di Ermenegildo Menon  e in seguito sarebbe diventato difensore civico a Trento.
Tempi di guerra, durezze quasi incredibili: per questo, ancora, brilla, intrisa di carità, la memoria di mons. Umberto Miniussi a 110 anni dalla nascita!

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