Chiesa
stampa

"Venga il tuo regno"

Rileggendo la preghiera insegnata da Gesù è possibile affrontare gli interrogativi che nascono dal nostro vissuto anche in un periodo come l’attuale /4

Parole chiave: Padre Nostro (8), preghiera (21), analisi (9)
"Venga il tuo regno"

La petizione "Venga il tuo regno" è solo apparentemente chiara, perché l’immagine del regno di Dio non trova nel Vangelo nessuna definizione esplicita. La domanda su cosa sia il regno di Dio lascia imbarazzati.
Visto che anche Gesù non spiega esplicitamente il significato del regno di Dio, si deve andare all’Antico Testamento, che è totalmente attraversato da questa tematica. Secondo il racconto biblico Israele, partito dall’Egitto, dopo un’itineranza di quarant’anni nel deserto, arriva finalmente nella terra promessa, più o meno nel 1200 a.C.. Cos’è successo tra l’ingresso nella terra e l’instaurazione della monarchia? Ciò che racconta il testo biblico non è ciò che è successo storicamente (conquista violenta della terra di Canaan), poiché da alcuni indizi storici sembra che quel territorio già abitato non sia stato conquistato con quegli atti violenti e gloriosi celebrati da alcuni libri dell’Antico Testamento, ma, al contrario, per mezzo di una pacifica "infiltrazione", con un’iniziale convivenza con altre popolazioni, sulle quali poi lentamente ebbero il predominio. Quindi, nessuna guerra santa per la conquista della terra d’Israele Se questa letteratura epica è nata, lo è per confessare la fede nel Dio liberatore, che conquista la terra per donarla al popolo.
Gli  stati circonvicini, sicuramente più potenti, erano basati su una struttura di tipo monarchico, al tempo l’unica conosciuta. Per quasi due secoli il popolo ebraico rifiuta un monarca. La fede biblica, a differenza delle religiosità degli altri popoli, consisteva in un dato assodato: Dio era per Israele l’unico e irriducibile sovrano.  Questa visione teologica nasceva dalla riflessione sulla vicenda dell’Esodo, in cui Dio aveva direttamente guidato il suo popolo verso la libertà, certo mediante degli uomini come Mosè e Aronne, che dovevano però rimanere figure di basso profilo. In molti testi anticotestamentari viene proclamata la fede nel Dio che regna su Israele.
Grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!
Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico.
Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non temerai più alcuna sventura.
In quel giorno si dirà a Gerusalemme: "Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!
Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente.
Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia" (Sof 3, 14-17).
La regalità di Dio viene affermata come garanzia della salvezza: Egli è "un salvatore potente", la sua azione favorevole, benigna, longanime verso il popolo prescelto e amato.
Tuttavia Israele ha dovuto arrivare alla decisione di instaurare la monarchia. Perché? È stata la politica estera a costringere Israele a organizzarsi come i popoli circonvicini. Di conseguenza in Israele si forma, accanto a una letteratura filo-monarchica, anche un filone anti-monarchico, in  un momento di grande perplessità e agitazione, con il popolo diviso in due fazioni. Quella contraria ad un re umano capiva cosa avrebbe comportato accettare questo genere di leadership.
I religiosi di Israele erano però tra i fautori della visione monarchica, perché volevano acquisire potere presso il popolo. Nell’Antico Testamento esistono tante teologie, che mutano a seconda dei tempi: teologie per ogni epoca, che si trasformano quando le situazioni mutano. In questo momento anche noi stiamo vivendo un conflitto analogo tra teologie diverse. Nell’antico Israele c’era pure quella filo-monarchica, che poi dominerà e sarà la prevalente nella Bibbia. Dobbiamo ricordare che il primo re di Israele è stato Saul, un re che diventò pazzo. La descrizione che la Bibbia fa di questo personaggio è paradigmatica, nel senso che già allora si era capito molto bene che il potere, se perseguito con accanimento, come unico scopo della propria vita, crea effetti psicologici devastanti, e può sfociare nella pazzia. La Bibbia indica con sapienza i possibili risultati disastrosi derivati dalla concentrazione di molto potere in un’unica persona.
Chi porta a realizzazione il progetto di istituire una monarchia in Israele è Davide. La sua figura  prestigiosa, illuminata e carismatica, consente alla monarchia di prendere piede. Altrimenti,  Israele non l’avrebbe tollerata. Le gesta di Davide sono grandi, soprattutto dal punto di vista strategico e politico, ma anche terribili. Non era proprio un santo, come la tradizione posteriore ha voluto far credere, tuttavia, nel corso dei secoli questa figura assumerà fattezze mitiche. La funzione della teologia in questo momento storico è stata quella di scrivere testi che consacrassero religiosamente il re.
C’era in Davide qualcosa di intoccabile: la capacità di aver costituito il regno d’Israele. In quel momento storico l’unico modo per cui Dio poteva regnare sul popolo era quello di avere una mediazione storica di tipo umano. Davide ha avuto quindi la capacità di rinserrare le fila di una popolo che viveva senza istituzioni in un territorio, centro di confluenza di molteplici identità etniche.
Davide era riuscito a conquistare con un tranello Gerusalemme, che allora era gebusea. Di notte i suoi soldati, saliti attraverso il tunnel di una fonte, si erano introdotti nella città, conquistandola.  Davide vuole inoltre costruire un tempio per il Dio YHWH, non è chiaro se per vera religiosità oppure per un atto di strategia politico-religiosa. Costruire un santuario voleva dire che il re era tutelato da una divinità. Ma Davide viene contrastato dal profeta Natan, il quale annuncia che non sarà lui a costruire una casa a Dio - quale arroganza potrà permettergli di farlo? - ma Dio costruirà una casa a Davide. I ruoli vengono così rovesciati.
La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te, il tuo trono sarà reso stabile per sempre (2 Sam 7, 16).
Secondo questa teologia Dio ratifica il ruolo del re. Questo è lo sfondo anticotestamentario dell’annuncio del regno, portato da Gesù. La vicenda di Israele è stata la storia di un regno sempre sognato e atteso, ma quasi mai realizzato. Infatti, dopo i regni di Davide e di Salomone (1000-900 a.C.), il tracollo di Israele è stato inesorabile. Ha subito invasioni, deportazioni, in una storia molto travagliata, come del resto le storie di tutti i popoli. Al tempo di Gesù, c’era in Israele tutto tranne che un regno, perché la Palestina era governata dai Romani. Il popolo era rimasto con il sogno di poter ricostituire il regno. Il regno di Dio è, per gli ebrei, da allora e ancor oggi, una promessa irriducibile.
La questione è in realtà non la promessa di Dio, ma la sua interpretazione: Dio deve istituire il suo regno. Gesù si confronta con i capi religiosi che attendono l’Unto, il Messia, il discendente di Davide, che non poteva essere se non un re che avrebbe dovuto restaurare il regno promesso. Di fronte all’ennesima oppressione, questa volta romana, Israele aveva quest’unica speranza: la rico-struzione del regno con il ritorno del popolo alla piena libertà.
Nei Vangeli Gesù dice molte parole sul regno e quindi, evidentemente, chi lo ascoltava poteva facilmente cadere nel fraintendimento. Ciò che egli diceva sul regno non era però quello che i suoi ascoltatori intendevano, ed è attorno a questa ambiguità che si consuma il conflitto che lo porterà alla condanna e alla morte.
In comune con la tradizione dell’Antico Testamento, Gesù riteneva che il regno fosse la Signoria di Dio, l’azione di Dio su Israele, non solo celestiale ma sperimentabile nella concretezza della dinamica storica. La preghiera insegnata da Gesù invita l’orante a dire: Venga il tuo regno.
Questa richiesta non può essere fraintesa con un’interpretazione esclusivamente di tipo escatologico. In altre parole, con essa non si domanda soltanto che Dio instauri definitivamente il suo regno futuro e definitivo, ma si chiede che esso si realizzi, pur se non completamente, anche nel corso della vicenda umana. Alla domanda dei farisei sul tempo dell’avvento del regno Gesù risponde:
Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà: "Eccolo qui", oppure "Eccolo là". Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi (Lc 17, 20-21).
I capi religiosi non si sono accorti che il regno è già una realtà in atto nella missione del messia di Nazareth, nella logica del "già e non ancora".
Dalla tradizione sinottica sembra che la prima parola di Gesù sia sul regno e che essa abbia un alto valore programmatico.
Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino (Mt 4, 17)
già ricorso sulle labbra di Giovanni Battista (Mt 3, 2). Il verbo "convertire" nel linguaggio ecclesiastico spesso viene frainteso. Convertirsi vuol dire cambiare mentalità, alzare il punto di osservazione sulla vita, andare al di là di quello che si pensa e che si vede. Perché si è così sofferenti, così agitati, così insoddisfatti? Perché spesso il punto di vista semplicemente umano è troppo basso, non si scorge che il regno di Dio avanza. Da una parte è richiesta l’apertura mentale che rende possibile l’avvicinarsi del regno e dall’altra è l’azione di Dio che si fa regno che suscita un muta-mento di mentalità. Il monito "convertitevi" riguarda l’azione umana, mentre il regno concerne quella divina, ma questi due eventi sono sempre congiunti. Viene così riproposta l’interrelazione tra l’uomo e Dio: questi non agisce senza l’elemento umano e l’uomo non può fare niente senza Dio. A volte, si è portati ad attribuire tutto a Dio, come se l’essere umano non avesse nessuna responsabilità o viceversa gli uomini pensano soventemente di dovere fare tutto da soli.
Gesù prende una strada diversa, che non è più quella della politica, perché non pensa al regno come all’istituzione di uno stato monarchico in antitesi all’Impero. Gesù passa e incontra prima Pietro e Andrea e poi Giacomo e Giovanni. Li chiama e loro lo seguono. Da questa scena si rileva che il regno si realizza quando si abbandona ciò che costituisce l’essenziale del proprio passato e seguendo Gesù si aderisce alla sua parola. Il regno, più che un concetto da definire, è un’esperienza da assumere. Coloro che si mettono al suo seguito, da pescatori di pesci, professione per cui guadagnavano, e stavano piuttosto bene, sono chiamati a diventare "pescatori di uomini". Lo scopo è far sì che la gente, raggiunta dalla parola di Gesù, possa vivere.
In definitiva, che cos’è allora il regno di Dio? Esso indica l’agire di Dio che entra nella storia, non con un’azione di tipo materiale, nel senso che se qualcosa va male Dio interviene per aggiustarlo. Il regno va inquadrato nell’orizzonte di senso che permetta di capire cosa significano, all’interno della storia umana, la sofferenza, il dolore, la crisi… Il rapporto tra il regno di Dio e la morte e risurrezione di Gesù va inteso all’interno di un quadro pasquale. Le innumerevoli morti e le altrettante risurrezioni che sperimentiamo nel corso dell’esistenza corrispondono alla dinamica del regno di Dio.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? (Mt 6, 25).
Gesù non invita a starsene con le mani in mano, ma distingue tra l’atteggiamento del "preoccuparsi", stile non congeniale alla vita del discepolo, e quello dell’"occuparsi".
Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?" Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani (Mt 6, 31-32).
Se si è troppo in trepidazione per le vicende umane, non si manifesta una fede autentica. Chi crede veramente non vive in maniera angosciata. Se non si sa prendere la vita con libertà ci si deve domandare se si è veramente credenti.
Cercate, invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6, 33).
Si nota un parallelismo con la petizione del Padre Nostro "Venga il tuo regno". L’obiettivo, lo scopo essenziale della vita è ricercare l’attuazione del regno di Dio. Ogni nostra scelta è un sì o un no al regno di Dio. Secondo Matteo la giustizia non è quella economica o sociale, ma la realizzazione, nella vita, della volontà di Dio. La giustizia è ciò che si attua sulla base della nostra comprensione del regno e che si fa storia, ciò che il discepolo riesce a realizzare di essa nella concretezza della sua esistenza.
Gesù parla quasi sempre del "regno di Dio" illustrandolo attraverso parabole:
Il regno dei cieli è simile ad un uomo che ha seminato il buon seme…; il regno dei cieli è simile ad un granello di senape…; il regno dei cieli è simile al lievito…; il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo; il regno dei cieli è simile ad una rete gettata nel mare (  13, 24-30).
Il racconto narra l’azione di crescita del grano, interferita da quella della zizzania. Nella vita, spesso ci si imbatte in esperienze negative. In tutte le parabole del regno l’azione di Dio viene contrastata da un’altra azione negativa. Questa dinamica risulta immancabile. Il regno dei cieli è simile "al caso" di un padrone, che ha seminato solo seme buono, ma alla fine cresce sempre anche la zizzania. La reazione giusta è quella di distruggere tutto, come volevano fare i contadini estirpando la zizzania? Il "regno di Dio" implica il saper convivere con situazioni di difficoltà, di sofferenza, di dolore, di mancata realizzazione. La forza del regno è più efficace di quella della zizzania che rappresenta il male. Il regno mette radici, ma troverà sempre qualcuno o qualcosa che lo vuole attaccare, distruggere.
Il regno non designa una condizione paradisiaca di massimo benessere, senza sofferenza. Quando avvengono disastri, non si può dire che il regno di Dio non esiste più. Con la morte e risurrezione di Gesù esso riceve un imprinting particolare. La cifra del regno è riconoscibile nella vicenda di Gesù che lo realizza nella storia con la sua morte e risurrezione.
Quando il discepolo prega: Venga il tuo regno, si impegna a lavorare in favore del regno, dato che esso si attua solo se gli esseri umani lo permettono. Quando si dice: Venga il tuo regno, si chiede di ricevere la forza di vita che deriva da Dio, che permette di realizzarlo.
Un altro aspetto del regno è la sua crescita, la sua dinamicità. Nelle parabole, il granello di senape diventa un albero, parallelamente la piccola quantità di lievito fermenta una grande massa.
Il regno non è mai qualcosa di statico. C’è una forza di crescita, di attesa, di speranza nel futu-ro, che è parte intrinseca del credere nel "regno di Dio". Gesù camminava per la Galilea con dodici uomini di dubbia reputazione, ma alla fine, nel giro di pochi anni, l’annuncio del vangelo, da parte delle prime comunità cristiane, ha avuto un’apertura esorbitante. Quando non avviene questa dilatazione, sia a livello personale che a livello comunitario, c’è qualcosa che non va che deve essere esaminato. Perché non c’è più questa dilatazione? Perché l’esperienza cristiana spesso è diventata introversa, chiusa, ghettizzante? Questo tempo di chiusura, di irrigidimento, di confini con troppe demarcazioni non permette al regno di estrinsecarsi.
Venga il tuo Regno non sono solo parole che il discepolo semplicemente deve ripetere; esigono invece riflessione su quello che si è e su quello che si fa, perché attraverso le scelte umane si dice un sì o un no alla sua venuta.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
"Venga il tuo regno"
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.