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"Credo nella risurrezione di questa carne"

L’omelia del vescovo Carlo in cattedrale nel giorno di Pasqua

Parole chiave: Vescovo Redaelli (4), omelia (9)
"Credo nella risurrezione di questa carne"

Il giorno di Pasqua, l’arcivescovo Carlo (che all’alba veva presenziato in cattedrale al "Resurrexit" con i fedeli della comunità slovena) ha presieduto la liturgia nella chiesa di S. Ignazio. Pubblichiamo di seguito i passi centrali della sua omelia.
"Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti". Questa frase conclude il brano di Vangelo che è stato ora proclamato. Si tratta di un’osservazione sorprendente che però ritorna spesso, con parole simili, nei racconti evangelici che riguardano la risurrezione. Più volte vengono infatti evidenziati alcuni atteggiamenti di fronte alla risurrezione che non sono di gioia e di fede ma di  sconcerto, paura, timore, incredulità, fatica a convincersi della realtà,… Persino - e anche questo può meravigliare - difficoltà a riconoscere Gesù risorto quando appare ai discepoli o alle donne.
Anche in questo caso ci rendiamo conto che i Vangeli non sono narrazioni a carattere edificante o ideologico, non sono scritti per far fare bella figura agli apostoli e ai discepoli, non presentano delle verità calate dall’alto e a prescindere dall’atteggiamento dei destinatari. No, i Vangeli sono lo specchio fedele di ciò che è stato vissuto, in questo caso di quanto successo e percepito il giorno di Pasqua e nel tempo seguente. Alla fede nella risurrezione gli apostoli, le donne e i discepoli sono arrivati con una certa difficoltà, perché è realmente qualcosa che è al di fuori del nostro comune sentire. Dobbiamo quindi prendere sul serio i Vangeli e non banalizzare la nostra fede nella risurrezione.
Appunto, la nostra fede. Ma noi crediamo realmente nella risurrezione di Cristo e quindi nella nostra? O non facciamo fatica a credervi perché la consideriamo un’affermazione tra le tante cui non diamo particolare attenzione? Eppure - lo ricordano spesso gli scritti del Nuovo Testamento, in particolare le lettere di Paolo - si tratta del dato decisivo per la nostra fede.
Se Gesù non fosse risorto, infatti, Lui sarebbe uno dei tanti grandi uomini che hanno offerto all’umanità degli insegnamenti interessanti e molto validi sotto il profilo morale e spirituale, ma senza aver sconfitto ciò che, per così, dire azzera ogni realtà umana, cioè la morte.
 A che cosa mi serve vivere bene, secondo certi principi di grande valore, se poi comunque finisco al cimitero? E se persino l’inviato di Dio, Colui che si presentava come Figlio di Dio, alla fine è stato chiuso in un sepolcro?
A queste riflessioni si potrebbe obiettare, che, sì, si finisce in una tomba, ma l’anima (compresa quella dell’uomo Gesù) o comunque l’aspetto spirituale della persona umana è destinato a sopravvivere, a una vita nell’aldilà. La convinzione dell’immortalità dell’anima, per altro, non è un dato nuovo portato dal cristianesimo, ma già la filosofia greca lo riteneva vero, come pure lo professano altre religioni diverse da quella cristiana. Non ci servirebbe allora la risurrezione, ci basta l’immortalità dell’anima…
Ma Dio vuole salvarci tutti interi, non scarta niente di noi, non ci vuole presso di sé come degli spiriti indefiniti, ma come uomini e donne con un’umanità integrale, con un volto, un cuore, delle mani, … insomma con tutta la nostra realtà.
Forse conoscete il credo di Aquileia, un’antica formula di professione di fede un po’ diversa dal credo che recitiamo ogni domenica dopo l’omelia, una proclamazione di fede tipica dei nostri padri.
Ebbene in quel testo c’è un’affermazione splendida a proposito della risurrezione: "credo la risurrezione di questa carne".
Cioè non una risurrezione generica di un corpo qualsiasi, ma di questa mia carne, di quello che sono nella totalità del mio essere. Carne significa infatti non solo il corpo, ma tutta la mia realtà: i miei sentimenti, le mie emozioni, le mie relazioni, i miei ideali, le mie esperienze, … tutto. Niente viene scartato.
Se questo è vero, dobbiamo allora comprendere bene l’esortazione di san Paolo nella seconda lettura: "se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra".
Potrebbe sembrare un invito contraddittorio rispetto alla fede nella risurrezione: guardare al cielo, all’aldilà e di conseguenza rifiutare le cose della terra, compreso il nostro corpo.
Non è così per il semplice fatto che tutto noi stessi siamo di lassù, siamo cioè destinati a entrare nel regno di Dio. Come pure tutta la realtà, che - e lo afferma in altri passi la Scrittura - verrà ricapitolata in Cristo e ci saranno una terra e cieli nuovi. L’appello di Paolo, invece, è quello di vivere già oggi sapendo qual è il nostro destino. Anzi l’apostolo dice di più, ricordando che in forza del battesimo è già cominciata la nostra risurrezione, la salvezza di tutto noi stessi. L’invito, pertanto, non è a fuggire la realtà di questo mondo o a disprezzarla, ma a viverla dandole un grande valore, il valore della risurrezione.
Un valore di vita e di definitività da riconoscere a tutto quello che facciamo non solo alla preghiera o a qualche gesto di bontà, ma ai nostri rapporti, agli affetti familiari, alle amicizie, al nostro lavoro, alla cultura, all’arte, allo sport, ... a tutto ciò che è parte della nostra vita, compresi anche i momenti difficili dei problemi, della malattia, dei lutti. Proprio convinto di questo - se posso fare un riferimento personale -, nei giorni scorsi ho visitato l’ospedale e diverse fabbriche, aziende agricole e uffici: non era solo per portare un augurio, dire una preghiera e dare una benedizione, ma per indicare concretamente che appunto anche la realtà della malattia e del lavoro hanno un significato, hanno un grande valore.
Vivere da persone che hanno come orizzonte la risurrezione e la salvezza di tutto: questo - se ci pensate - cambia tutto nella vita. Offre una prospettiva incredibile, dona una sapore di eternità a ogni momento. Perché noi siamo fatti per l’eternità. La morte sarà solo un passaggio, doloroso e faticoso, ma solo un passaggio verso quella pienezza di vita che già ora sperimentiamo. Vivere da risorti è quindi dire con convinzione non a parole, ma con la vita, insieme ai nostri padri: "Credo nella risurrezione di questa carne".
Le omelie pasquali del vescovo Carlo nella Settimana Santa e nel giorno di Pasqua possono essere lette e scaricate sul sito e sull’app diocesani

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