La Parola
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"Rendete a Cesare ciò che è di Cesare"

Riflessioni su la lettura di questa settimana, Mt 22, 15-21

Parole chiave: vangelo (143), Matteo (8), Parola (109)

Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”.
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”.
Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”.
Gli risposero: “Di Cesare”.
Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

L’argomento è delicato, riguardando prima il rapporto fra legge giudaica e legge romana, poi quello fra prescrizioni mosaiche e resurrezione. Agli interlocutori non interessa ciò che il  Cristo risponderà, perché il loro unico scopo è  coglierlo in fallo per poterlo condannare.
La prima domanda è molto insidiosa, perché se avesse approvato il tributo a Cesare, avrebbe perso la simpatia del popolo accettando le logiche imperiali, se avesse dato una risposta negativa gli erodiani presenti lo avrebbero denunciato come ribelle.
Ma Gesù evita la trappola: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?» Alla conferma che sono di Cesare, Gesù pronuncia la celebre frase: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Il Cristo non si pronuncia sulla liceità della dominazione straniera nella sua terra, riconosce la necessità di un ordinamento politico, ma sottolinea il primato della fedeltà a Dio, che, in caso di conflittualità, deve prevalere sull’autorità dell’imperatore.
Il tema interroga anche noi oggi: infatti è giusto rispettare le leggi dello Stato, finché questo non prende il posto di Dio, ponendosi come idolo assoluto e imponendo forme di ingiustizia e leggi incompatibili con il vangelo e la dignità  umana.
Gesù insegna che la politica, le leggi umane, alla pari del denaro e dei beni materiali, sono soltanto strumenti, non realtà decisive.
Nella nostra vita è necessario trovare il modo per collocare le une e le altre al giusto posto, facendo discernimento tra ciò che dura per sempre e le forme storiche per realizzarlo.
Pertanto, quando ci troviamo a eleggere chi ci rappresenta, in libertà di coscienza, dobbiamo scegliere persone che traducano questa concezione, mettendo sempre la dignità della persona al primo posto, senza fare della politica un  assoluto o uno strumento di potere.
La seconda domanda, posta dai sadducei, per dimostrare l’insostenibilità della fede nella risurrezione, propone volutamente a Gesù una  provocazione collegata alla legge del levirato, secondo cui, se un uomo moriva senza aver dato discendenti, la moglie doveva sposarsi con il fratello per garantire la discendenza.
La risposta di Gesù rivela ancora una volta l’alterità del regno di Dio rispetto alle logiche di questo mondo: da risorti non saremo più legati alle modalità relazionali di questa terra, intrisa da dinamiche di morte, mentre in Dio sarà la vita piena.
Quanto crediamo e testimoniamo la novità della vita risorta?
La possibilità dello Spirito di far nuove tutte le cose?

(da "Una comunità in ascolto di Matteo" )

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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