La Parola
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Misericordia che... "scoccia"?

Domenica scorsa, con la parabola dei due debitori, il Vangelo ha gettato luce sulla compassione di Dio per le assurde pretese che abbiamo su noi stessi e sugli altri; il Padre è un Dio che condona debiti che sa non restituibili, per insegnarci a non pretendere l’assurdo da noi e dagli altri.

Parole chiave: Parola (158), Vangelo (193)

Anche in questa domenica il Vangelo ci mostra un analogo scontro.
Come mai davanti a questa parabola, anziché un sospiro di sollievo, proviamo un istante di leggero imbarazzo, come a dover giustificare il comportamento di un parente bonario ma strambo?
Il punto è che la misericordia di Dio ci scoccia, ammettiamolo.
Ci scoccia che ci condoni un debito impossibile, perché in questo modo non abbiamo il controllo sugli esiti, e possiamo solo dire grazie; ci scoccia che dia agli arrivati dell’ultima ora lo stesso che ha promesso a quelli della prima ora, perché ci sembra ingiusto – e questo perché ci dimentichiamo che quelli dell’ultima ora siamo noi! Quanto facilmente la nostra mentalità ci porta a identificarci con quelli della prima ora, come se qualcuno di noi potesse dire di sé che segue il Signore dall’inizio della storia della salvezza.
E poi, sinceramente, chi di noi può dire di stare faticando dalla prima ora alla sequela del Signore?
Davvero puoi descrivere il tuo cammino come un progresso lineare e continuativo, senza intoppi, cadute, fughe, contraddizioni, regressi?
Possibile che solo con te Dio sia in attivo nel bilancio?
Ancora una volta, come il debitore aguzzino di domenica scorsa, il vero problema è una concezione distorta di noi stessi, per la quale fuggiamo dal nostro io reale, e ci intratteniamo nella rimirazione estatica del nostro io ideale, di come vorremmo essere: su un piedistallo, perfetti, luminosi, liberi, arrivati. Partiamo da dove vorremmo stare per tamponare la nostra insicurezza, e cioè al primo posto, e ci perdiamo così l’occasione di assaporare con gioia il fatto che al primo posto ci mette Dio, per davvero.
Tutto il tempo che perdiamo a costruire, difendere e incensare il nostro io ideale, è tempo in cui manchiamo di contemplare con libertà e gusto l’opera del Dio reale con il nostro io reale, per la quale anche a noi, che arriviamo sempre per ultimi, e spesso anche malvolentieri, dà la stessa ricompensa che ha riservato agli Angeli, ai Profeti e ai Martiri.

© Voce Isontina 2022 - Riproduzione riservata
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