La Parola
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III^ Domenica di Pasqua

Il commento al Vangelo di domenica 10 aprile 2016

Chissà… Gli Apostoli, forse, pensando conclusa l’avventura, tremenda ed esaltante insieme, vissuta con Gesù, sono tornati alla loro vita consueta; nel brano odierno di questa III Domenica di Pasqua,  ne troviamo alcuni, di notte, sul lago di Tiberiade, impegnati in una pesca infruttuosa. Quando però, all’alba, danno retta ad un tizio che, dalla riva, dice loro di gettare la rete sulla destra della barca, eccola subito riempirsi in misura prodigiosa; non sembra vero, dopo l’inutile fatica della nottata e, quasi a sincerarsi di non avere le traveggole, contano il bottino: 153 grossi pesci. Intanto, riconoscono, nello sconosciuto sulla riva, il loro Signore risorto. Il Vangelo mette in evidenza l’atteggiamento di due degli apostoli: Giovanni è il primo a riconoscerlo; Pietro allora, per incontrarlo subito, si getta in acqua e lo raggiunge a nuoto.
L’episodio presenta una chiara valenza simbolica. Questa pesca miracolosa si collega con quella avvenuta tre anni prima, all’inizio della vita pubblica di Gesù, quando egli ha chiamato i primi futuri apostoli (tra loro, proprio Pietro e Giovanni) promettendo: "Vi farò pescatori di uomini".
Quali uomini? Tutti, come suggerisce il numero dei pesci, se si considera che all’epoca di pesci se ne conoscevano proprio 153 specie. Una pesca prodigiosa, che avviene, però, solo quando i pescatori seguono il comando di Gesù; una pesca prodigiosa anche per un altro motivo: benché i pesci "fossero tanti, la rete non si squarciò". Prodigi, di cui gli apostoli sono solo gli strumenti: ad agire in realtà è la potenza del Signore. Così l’episodio si rivela nel suo pieno significato: quella rete che non si rompe, che può accogliere in sé tutti, è la Chiesa, dove riconoscere (come Giovanni) l’amore del Signore, dove è possibile a tutti (come a Pietro, che pure l’aveva rinnegato) avvicinarsi a lui.
È la terza apparizione. Al di là del pane e dei pesci, soffermiamoci sull’incontro del cuore tra Gesù e Pietro. In riva al lago, infatti, Gesù risorto cerca l’uomo Pietro per guarire alla radice il suo tradimento. C’è un dialogo struggente fra Dio che chiede e l’uomo che cerca di dare risposte. Per Gesù nessun uomo coincide con i suoi peccati: un uomo vale per quanto vale il suo cuore e, nell’ardente slancio di Pietro, Gesù riconosce la stoffa per fare di Pietro un segno della propria perenne presenza presso i suoi, come buon pastore.
Ma soffermiamoci sui verbi, in lingua greca: Gesù usa il verbo dell’agape, del massimo amore. Pietro replica con il verbo minore dell’amicizia: «Signore, tu sai che ti sono amico». La seconda domanda replica lo scambio verbale tra amore di Dio e amicizia di Pietro, finché, nella terza, Gesù decide di avvicinarsi alla sfera di sentimento del discepolo, chiedendogli, a sua volta, amicizia. Il terzo «mi ami?» di Gesù vuol dire, in effetti, «mi sei amico?». Il Cristo risorto è costretto ad abbassare la sua esigenza d’amore. Ha dato la vita per amore ed ora, per amore, si ritrova a chiedere amicizia. Il “tu” diventa più importante dell’ “io”.
L’esperienza di Pietro, in fondo, è la nostra esperienza durante la  S.Messa: per amore, Dio si fa pane e chiede a noi, nel nostro piccolo, di diventare pane spezzato per gli altri. Qui c’è la nostra forza: Gesù è risorto. E’ veramente risorto!

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