La Parola
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"Chi accoglie me, non accoglie me ma Colui che mi ha mandato"

Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

Parole chiave: lettura (10), Vangelo (82)

Cosa non daremmo per rivedere quell’abbraccio con cui Gesù stringe a sé un bambino; comprenderemmo che accogliere Dio è come l’abbraccio di un bambino. La tenerezza non è melensa; tanto-meno quella di Dio. Poco prima di quella carezza al bambino Gesù si era mostrato consapevole che sarebbe stato ucciso, ma anche certo di risorgere. Da qui nasce la tenerezza di Dio: dal suo amore totale, fino alla morte in croce; l’amore di Dio, che non si lascia soffocare dalla morte, ma riporta alla vita, rinnova, fa risorgere.
Dinanzi a questo amore, che è infinita umiltà, le dispute tra i discepoli su a chi spettasse il primato, fanno vedere quanto le nostre strade siano lontane da quelle di Dio. Per arrivare al regno di Dio ci vuole un lungo cammino; ci vuole umiltà, povertà, dolcezza. Carichi di orgoglio, ricchezze, onori, potere non si riesce ad abbracciare un bambino. Tantomeno Dio.
Gesù istruisce i suoi discepoli in forma privata, riservata, confidenziale. Le cose che dice loro dovranno restare nascoste fino a quando la formazione dei discepoli non sarà completata e il mistero del Messia interamente svelato. Anche se, nel tempo, viene prima la passione e la morte, il primato però spetta alla resurrezione.
È al mattino di Pasqua che l’annuncio sarà completo in tutte le sue parti: c’è un Dio, il solo, che ci ama fino alla follia della croce, che non ci lascia nel sepolcro della disperazione, ma ci rinnova e ci risana con la speranza di una vita eterna – oltre la morte – e già piena nella comunione e nella fraternità – prima della morte.
I discepoli parlano tra loro sui posti del potere e a chi debbano appartenere. È il desiderio di poter “essere il più grande”. Gesù invece sta spiegando loro – e solo a loro! – che nell’abbraccio di un Dio fatto uomo è possibile dire alla persona amata: “Tu non morirai mai!”.
Papa Francesco, nell’omelia a Plaza de la Revolución (L’Avana), disse: “Chi è il più grande? Gesù è semplice nella sua risposta: Chi vuole essere grande, serva gli altri, e non si serva degli altri! … Servire significa, in gran parte, avere cura della fragilità. Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo … Questo farci carico per amore non punta verso un atteggiamento di servilismo, ma al contrario, pone al centro la questione del fratello: il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone”. E concluse: “Chi non vive per servire, non serve per vivere”.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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