Unità Pastorali
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"La priorità delle Unità pastorali? L’Evangelizzazione!"

"La cosa importante, pur dentro le inevitabili difficoltà e perplessità, è che tutti comincino a pensare e ad agire, non solo da un punto di vista organizzativo, ma con criteri, diciamo più teologici: condivisione di progetti, di problemi, di percorsi che coinvolgano comunità che camminano sullo stesso territorio umano,  evitando inutili isolamenti"

Parole chiave: unità pastorale (15), evangelizzazione (6)
"La priorità delle Unità pastorali? L’Evangelizzazione!"

Sarà venerdì 14 settembre il giorno da cui decorreranno i decreti di nomina dei nuovi responsabili e di costituzione delle nuove Unità pastorali diocesane. Come ha sottolineato il vescovo Carlo la scorsa settimana nel suo intervento sul nostro settimanale "Tutto cambia – o almeno può cambiare - se le unità pastorali vengono intese non come una struttura decisa dall’alto che costringe più parrocchie a fare riferimento a un solo sacerdote, con tutti i disagi connessi, ma come un modo diverso di vivere la comunione nell’essere comunità cristiana, di attuare la testimonianza evangelica e la missione, di realizzare una diffusa ministerialità e corresponsabilità, di essere segno efficace del Vangelo nella società di oggi".
Abbiamo chiesto ai responsabili delle nuove Unità pastorali di riflettere ad alta voce con i lettori di Voce su queste nuove strade che la Chiesa che è in Gorizia ha scelto di percorrere per annunciare con rinnovato slancio il Messaggio di salvezza e speranza del Risorto.
Questa settimana ospitiamo le riflessioni di don Moris Tonso (responsabile e parroco dell’Unità pastorale fra le parrocchie di Nostra Signora di Lourdes a Gorizia, San Giorgio a Lucinico e Sant’Andrea apostolo a Mossa) e di don Maurizio Qualizza (amministratore parrocchiale dell’Unità pastorale fra le parrocchie di SS. Nome di Maria a Capriva e S. Andrea apostolo a Moraro).

Cosa possono rappresentare le Unità pastorali nel futuro della nostra Chiesa?
Don Maurizio: Una piccola premessa. Alcune persone delle più impegnate in parrocchia, mi hanno chiesto in quest’ultimo periodo: Ma saremo "Unità pastorali" o "collaborazioni pastorali"? C’è qualche differenza? - "Beh! - ho risposto - sono diversi modi di esprimere questa nuova realtà organizzativa della Chiesa, della Diocesi. La cosa importante, pur dentro le inevitabili difficoltà e perplessità, è che tutti comincino a pensare e ad agire, non solo da un punto di vista organizzativo, ma con criteri, diciamo più teologici: condivisione di progetti, di problemi, di percorsi che coinvolgano comunità che camminano sullo stesso territorio umano, evitando inutili isolamenti a favore di una collaborazione che potrà portare a risvolti impensati e positivi, offrendo risposte ai problemi di un mondo che è già cambiato ed è  in continua evoluzione".
Se nascerà una convinta e sincera condivisione di problemi e di progetti, passando attraverso uno scambio di esperienze e di forze vive in seno alle diverse comunità parrocchiali, a servizio di una realtà più ampia, la Chiesa potrà realizzare il suo compito di testimone di amore e di unità.
In questo senso, le ormai definite "Unità Pastorali", sono chiamate a diventare soprattutto spazi di collaborazione per maturare una responsabilità collettiva che superi la concezione di parrocchia, intesa come realtà giuridica in sé compiuta. In altre parole, secondo me, non una nuova struttura per fare meglio o di più, ma innanzitutto, uno spazio ad ampio raggio, per confrontarsi, leggere le varie situazioni, formulare adeguate ipotesi e trovare le soluzioni meglio corrispondenti alle esigenze del tempo presente e alle necessità  dei variegati tessuti umani che compongono la Chiesa.

Don Moris: Le Unità Pastorali rappresentano una delle tante sfide del futuro della nostra Chiesa. Sicuramente esse esprimono un cambiamento alquanto innovativo del modo in cui la Chiesa è organizzata rispetto a come eravamo abituati fino a pochi anni fa quando ogni Parrocchia, anche tra le più piccole, aveva il "suo" parroco "e basta".
Indubbiamente esse nascono a seguito di un mutamento generale del mondo intero di cui anche la Chiesa fa parte e da cui non può escludersi. Tuttavia, al di là di questi aspetti prettamente "pratici", mi piacere leggere questo cambiamento come una sorta di "segni dei tempi", come se il Signore ci chiedesse qualcosa che forse ancora non abbiamo ben chiaro, ma che solo il vissuto che ci aspetta ci aiuterà a decifrare. A priori, le Unità Pastorali sono espressione di comunione e di sinodalità della Chiesa che dovrebbero aiutare le Parrocchie a non chiudersi in se stesse, ma, al contrario, ad aprirsi all’altro per condividere le difficoltà "dell’essere Chiesa oggi", ma anche le risorse e le ricchezze della pastorale di questo nostro tempo. Si tratta indubbiamente di un cambio di mentalità, che dovrebbe portarci ad una visione di maggiore apertura e condivisione, basata sulla comunione e corresponsabilità.

Quali le priorità che dovrà affrontare l’Unità pastorale che sarà chiamato a guidare?
Don Moris: La priorità delle Unità Pastorali rimane sempre la stessa della Chiesa, ossia l’evangelizzazione. Sarebbe veramente riduttivo pensare alle Unità Pastorali solo come ad un aspetto organizzativo e logistico. Indubbiamente non si può prescindere da una struttura, ma questa deve essere sempre a servizio di un carisma che passa attraverso la testimonianza. Ho ancora in mente ciò che papa Francesco ha detto ai giovani italiani durante la Veglia al Circo Massimo a Roma lo scorso 11 agosto: "Cari giovani, il messaggio di Gesù, la Chiesa senza testimonianza è soltanto fumo". L’annuncio del Regno attraverso la propria testimonianza di vita personale, ma anche comunitaria, rimane quindi l’aspetto più importante dell’Unità Pastorale.

Don Maurizio: Penso, innanzitutto, alla necessità di un ascolto serio e costante, che mi aiuti a capire e a leggere la realtà concreta delle nuove comunità; al compito, delicato, di cercare di comprendere la realtà nuova che mi sta davanti per aiutare la comunità ad assumere un modo nuovo di essere Chiesa; "a pensare ad una conduzione condivisa della pastorale, che è fatta di relazione tra preti, tra preti e laici e tra laici stessi". Un’altra priorità, credo, potrebbe essere quella di aprirsi, attraverso piccole esperienze di condivisione, alle altre comunità vicine, per maturare la scelta, e non subirla, di un’Unità più ampia che, visti i numeri dei sacerdoti e la situazione concreta che si delinea all’orizzonte, rimane l’unica strada percorribile. Questo anche per trovare  linfa vivificante, capace di esprimere una rigenerata vitalità spirituale e per valorizzare energie nuove che possano aiutare a vivere una significativa esperienza pastorale. Tutto questo dice come dobbiamo tutti maturare, prendendo sempre più consapevolezza che è la comunità cristiana il soggetto principale di ogni "Collaborazione-Unità Pastorale".

Quali potrebbero essere le maggiori criticità?
Don Moris: È facile pensare a quali possono essere le difficoltà più immediate: la paura di perdere la propria identità, le proprie tradizioni e radici; il disagio che porta ogni cambiamento, ma anche la collaborazione e il confronto con gli altri non sempre facile. Inoltre, per ovvie ragioni, il rischio è che aumentino i rapporti formali tra i sacerdoti e i fedeli e diminuiscano quelli personali.

Don Maurizio: Credo quelle di sentirci, comunque, ancora autosufficienti; di voler rimandare questi discorsi a un futuro che ci sta già alle spalle; quella di credere di avere ancora degli spazi di azione autonoma; di pensare al campanile come qualcosa che ci differenzia dagli altri e non come un "mezzo" per guardare più lontano. Ma la maggior criticità sta, certamente, nella difficoltà di entrare in comunione tra  persone nelle diverse comunità, che è un traguardo un po’ lontano, ma anche un’esigenza indispensabile. Ci sono altre logiche concorrenziali a questo discorso e le si vedono, in modo macroscopico nella Chiesa, nel suo insieme, direi universale.

Quale potrà essere l’apporto dei laici e dei sacerdoti che collaboreranno con Lei…
Don Moris: L’apporto dei laici, dei sacerdoti, dei diaconi e di ogni altro buon fedele è sicuramente fondamentale. Non solo è impensabile, ma è anche scorretto pensare che tutta la pastorale dell’Unità sia un’esclusiva del solo parroco. Come ci insegna S. Paolo, la ricchezza della Chiesa è proprio la sua diversità di carismi. La diversità di compiti e di ruoli, seppur il più delle volte presenta anche delle difficoltà come già ho ricordato, rappresenta comunque una ricchezza. In questo senso diventa fondamentale curare soprattutto i rapporti e le relazioni tra i diversi collaboratori a cominciare tra i sacerdoti confratelli per continuare con i fedeli laici. L’amicizia e la stima reciproca è la premessa fondamentale per la vita e l’azione delle Unità Pastorali. Come diceva un parroco da cui molto ho imparato: "Uno diventa uomo solo quando impara a stare insieme".

Don Maurizio: Direi un apporto alla pari, pur nella diversità dei ministeri e dei carismi, pur nella diversità dello sguardo sulla realtà, dovuta a una diversa e esperienza e scelta di vita, rifuggendo il rischio di clericalizzazione dei laici e di laicizzazione dei sacerdoti. In altre parole, con un patto sincero tra questi due mondi nel ripartire non da grandi progetti e sistemi pastorali, ma nel "ripartire dagli ultimi", come amava dire don Tonino Bello, con questa immagine suggestiva e impegnativa: "Una chiesa che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio: neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare a messa la domenica, o la quota, da pagare senza sconti e senza rateazioni, di una vita morale più in linea col Vangelo".
Forse le "Unità Pastorali", o come vengono chiamate in altro modo, possono rimanere solo un nome provvisorio dato a una realtà di cui non si conoscono ancora gli sviluppi, (del resto, in altre parti d’Italia e soprattutto d’Europa sono anch’esse in parte già superate), ma possono anche diventare la spinta  a promuovere e a sostenere, nel tempo, l’attuazione di una pastorale d’insieme, cioè un lavoro comune che riproponga in modo rinnovato il Vangelo agli uomini del nostro tempo e della nostra terra isontina.
Il Giovedì Santo scorso, l’arcivescovo ci ha invitati, ma anche provocati, dandoci in mano un cartoncino con tutti i nomi dei preti della diocesi, invitandoci ad un ricordo vicendevole nella preghiera. Un primo passo verso una comunione indispensabile per essere annunciatori credibili della Buona Notizia.
A questo punto, vorrei suggerire a tutti questa bella preghiera del Servo di Dio don Tonino Bello, affinché sia luce e conforto soprattutto per i miei confratelli nel ministero: "Spirito del Signore, dono del Risorto agli apostoli del cenacolo, gonfia di passione la via dei tuoi presbiteri. Riempi di amicizie discrete la loro solitudine. Rendili innamorati della terra e capaci di misericordia per tutte le sue debolezze. Confortali con la gratitudine della gente e con l’olio della comunione fraterna. Ristora la loro stanchezza, perché non trovino appoggio più dolce per il loro riposo se non sulla spalla del Maestro. Liberali dalla paura di non farcela più. Dai loro occhi partano inviti  a sovrumane trasparenze. Dal Loro cuore si sprigioni audacia mista a tenerezza. Dalle loro mani grondi il crisma su tutto ciò che accarezzano. Fa’ risplendere di gioia i loro corpi. Rivestili di abiti nuziali. E cingili con cinture di luce. Perché, per essi e per tutti, lo Sposo non tarderà".

© Voce Isontina 2018 - Riproduzione riservata
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