Speciale diaconato permanente
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"Vivere la Carità non è una prerogativa dei diaconi"

Il lungo percorso di avvicinamento e formazione e l’impegno nella comunità, parrocchiale prima e diocesana poi, di Renato Nucera

Parole chiave: diaconato permanente (8), Renato Nucera (4)
"Vivere la Carità non è una prerogativa dei diaconi"

Prosegue il viaggio alla "scoperta" del Diaconato Permanente. Protagonista di questa settimana è il diacono Renato Nucera.

Quando e perché ha deciso di diventare diacono? Ci racconti un po’ della sua formazione e dei suoi primi incarichi.

Beh, devo dire intanto che non ho deciso io di diventare diacono, in effetti il diaconato non era proprio nelle mie prospettive di vita, la mia visione dell’ambito ecclesiastico era tutt’altro che attraente ed io giudicavo l’ambiente più adatto a persone molto diverse da me, per carattere, per docilità, per bontà ecc.
Quando però mia moglie Daniela è rimasta incinta del nostro primo figlio e al momento del parto il medico ci disse che era difficile, mi sono reso conto che, per quanto io pensassi che le cose sarebbero andate bene, non mi sentivo tranquillo, avevo paura. Anche se ponevo la mia fiducia nei medici sapevo che non tutto dipendeva da loro e allora mi è ritornato alla mente Gesù e con Lui ho fatto una promessa: "se andrà tutto bene, ti prometto che vengo a Messa ogni domenica". Così è stato e ho incominciato a frequentare la Santa Messa ma non nella mia parrocchia, in giro, dove potevo, ma fedele.
La storia è un po’ lunga considerato che quanto detto è successo nel ’78 e io sono stato ordinato diacono nel ’96. Dopo vari episodi nella nostra vita nel 1987 mia madre si ammala in modo grave. Toccato dal fatto ancora una volta, un pomeriggio mi sono recato al Santuario della Madonna di Castelmonte per pregarla di lasciare ancora un po’ con me la mia mamma; sono rimasto lì per due ore - impensabile per me - e mentre ritornavo da quel luogo, mi venivano alla mente le domande che forse sono quelle di sempre dell’uomo: "chi siamo, dove andiamo, c’è un’altra vita?".
Con questi pensieri la sera mi arriva una telefonata da mia sorella che mi invitava ad un incontro in parrocchia tenuto da un sacerdote. Sono andato e nella sala vendevano dei libri, mi ha colpito il titolo di uno "Signore da chi andremo?" L’ho comperato, non sapevo cosa fosse, mi piaceva però il titolo. Tramite degli amici che quella sera mi hanno adocchiato ho conosciuto la "Comunità Incontro" ed è cambiata la mia vita o forse era già cambiata prima, ma niente è rimasto più lo stesso. Non voglio elencare le cose che ho fatto ma posso dire che il mio inserimento nella comunità parrocchiale è stato proficuo e stimolante per il grande piacere che provavo nello stare bene con tante persone, tante famiglie con le quali condividevo assieme a moglie e figli tante iniziative e momenti di fratellanza.
Quando mi è stato chiesto perché non diventare diacono vivevo già tutta una serie di impegni in parrocchia e in paese, per cui si trattava solo di decidere se continuare a delegare ad altri di portare avanti l’educazione alla fede che avevo ritrovato o "compromettermi" e assumermi in prima persona la responsabilità della testimonianza.
Devo dire che non è stato facile per me, ma ho sentito vicino nel periodo della mia preparazione tutta la mia famiglia, la comunità di Cormòns, ma proprio tutta e nel giorno della mia ordinazione ho sentito tutto il loro affetto, calore, amore per me e la mia famiglia. Il primo incarico da parte dell’Arcivescovo Antonio Vitale Bommarco è stato quello di occuparmi della mia parrocchia e della Comunità Incontro, attività quest’ultima che stavo già svolgendo.

E da quando è in pensione come è cambiata la sua vita?

La mia vita, con quella della mia famiglia, non è cambiata dalla pensione, ma da molto prima. L’Arcivescovo Bommarco, un giorno mentre lo accompagnavo ad una cresima mi fece la proposta di svolgere il mio ministero in una parrocchia di Gradisca d’Isonzo a "San Valeriano". Dopo una riunione famigliare, non facile anche per la giovane età dei figli, abbiamo accettato la sfida, ci siamo trasferiti a San Valeriano e li siamo rimasti per sedici anni, vivendo in canonica, cercando di mantenere gli equilibri familiari e offrendo la nostra disponibilità.
Una comunità, quella di Gradisca, che è diventata la nostra comunità, dove ho potuto esercitare il mio ministero in tutti i suoi aspetti e alla quale abbiamo voluto, ricambiati, un sacco di bene. Siamo stati accolti come famiglia e ci siamo arricchiti di questa esperienza che certamente non dimenticheremo portando sempre nel cuore tutti coloro che abbiamo conosciuto e che ci hanno aiutato. Durante questo periodo l’Arcivescovo De Antoni mi aveva conferito il mandato per collaborare con le parrocchie di San Martino del Carso, Poggio Terza Armata e Sagrado, anche di queste comunità portiamo nel cuore le persone che tanto ci hanno accolto, ospitato, i consigli pastorali, i presbiteri con i quali abbiamo collaborato e anche per questo ringraziamo il Signore.
Con l’arrivo della pensione, l’Arcivescovo Redaelli ci ha chiesto di fare ritorno nella nostra casa a Cormòns, con altri incarichi e un po’ meno impegno, ma non certo meno importanti e altrettanto preziosi per continuare a crescere e arricchirci di stimoli sempre nuovi.

Il diacono e la famiglia. Come ha coniugato - e continua a farlo -  gli impegni ecclesiastici con la vita quotidiana di casa?

Per me e la mia famiglia, è stato ed è semplicemente un modo di vivere, non ci siamo mai sforzati di fare niente, la disponibilità per gli altri fa parte secondo me di un modo di essere, non posso quantificare il tempo e il modo.
Certamente quando i bambini erano più piccoli e mi dicevano papà rimani con noi io non mi muovevo da casa, altre volte erano loro a dirmi con mia moglie, ti stanno aspettando, perché magari volevo rimanermene sul divano. Non credo al modo di dire "non ho tempo" credo che il tempo nell’arco della giornata possa essere distribuito in modo proficuo o dispersivo, alle volte basta programmare, ma se mi chiedete come sono riuscito a fare tante cose, penso che sia un altro al quale bisogna rivolgere la domanda!

Voi diaconi vi occupate anche della carità cristiana e della solidarietà. Lei ha appunto un incarico diocesano molto serio e decisivo per certi versi. Ci parli allora dei progetti "Famiglie in salita" e "Dignità e operosità" dei quali è referente.

Vivere la Carità non è una prerogativa dei diaconi, ma di ogni cristiano, perché Carità non vuole dire facciamo qualcosa per qualcuno, diamo qualche soldo a qualcuno, ma è portare Cristo, il suo amore per l’uomo, il suo desiderio di salvezza, il suo farci sentire fratelli, quindi ogni battezzato ha questo compito.
Se Cristo è nel mio fratello, allora mi sta a cuore, allora mi interessa, allora non posso far finta di niente, come diacono posso stimolare questo, posso favorire, posso renderlo possibile. Sarebbe bello riuscire in una comunità a far si che "l’I Care di don Milani" diventasse un modo di essere di vivere, dove l’interesse per il vicino di casa diventa normalità e lo stimolo all’interesse faccia superare tante solitudini, questa sarebbe una grande Carità.
Il mondo del lavoro è uno di questi interessi, come si fa a non avere a cuore questo argomento? Senza lavoro non c’è futuro. La Caritas Diocesana con il fondo straordinario "Famiglie in salita" vuole essere segno di vicinanza alle famiglie in difficoltà ma non può che essere un segno, il problema del lavoro rimane. Con questo progetto cerchiamo di trovare una opportunità lavorativa, per alcuni mesi, a chi ha perso il lavoro con la speranza che dopo aver provato le sue capacità, il datore di lavoro possa assumerlo.
Con "Dignità e operosità" invece inseriamo in collaborazione con i comuni e i servizi sociali, in lavori socialmente utili, quelle persone svantaggiate che hanno grosse difficoltà a reinserirsi ne mondo del lavoro venendo pagati in voucher. Rimane comunque importante e doveroso parlare del problema del lavoro per poter risvegliare le coscienze su questo argomento; le situazioni cambiano continuamente e da un momento all’altro ci possiamo trovare senza lavoro e in situazioni di necessità. Sono convinto che soltanto ritrovando sentimenti di solidarietà, possiamo ancora sperare di trovare la forza per superare le sfide che ci attendono; da soli siamo tutti più deboli e vulnerabili.
Quale futuro per i giovani, si accontenteranno della paghetta settimanale, rischiando di invecchiare senza progetti, prospettive, speranze o esiste un modo diverso di affrontare la vita il lavoro rendendosi protagonisti e non trainati? Il "Progetto Policoro" che la diocesi ha intenzione di fare proprio, nelle sue finalità, si propone di far riflettere le generazioni dei giovani sulle nuove sfide del mondo del lavoro per tirar fuori il meglio delle loro capacità e renderli capaci di nuove iniziative e lavoro e progetti per vivere il futuro.
Non ci si può rassegnare alle situazioni e dire "tanto faranno gli altri" o che tutto ritorni come prima, o addirittura che noi, padri, madri, nonni "siamo eterni" in questo mondo e allora non c’è bisogno di adoperarci perché anche chi viene dopo possa avere una vita da vivere degna di questo nome. Dobbiamo tutti darci da fare.

Dal 2018 si aprirà un vuoto normativo riguardante le politiche del lavoro e che avrà serie ripercussioni nella realtà sociale nella quale viviamo. Stiamo parlando del lavoro accessorio che veniva remunerato con lo strumento dei voucher. È stata una tematica sulla quale lei, nei mesi scorsi, ha anche scritto un interessante editoriale sul nostro settimanale. Ci sono dunque novità per chi vive nel notevole disagio economico dei nostri tempi? Fino a poco tempo fa i voucher erano un aiuto per tanti...

La soppressione da parte del governo dei buoni voucher per pagare il lavoro accessorio mi ha fatto molto arrabbiare, semplicemente perché non si è tenuto conto delle molteplici implicazioni negative che questa presa di posizione veniva a creare. Mi rendo perfettamente conto che il sistema voucher è stato ampiamente abusato da chi se ne serviva; il comportamento sbagliato e scorretto di molti di noi ha fatto sì che ne pagassero le conseguenze anche chi di questo strumento ne faceva un uso scorretto. Ho l’impressione a volte che noi italiani siamo così furbi che il nostro modo di fare rasenta l’autolesionismo, non riusciamo a comportarci in modo corretto, dobbiamo sempre trovare la scappatoia ai nostri obblighi. Quindi problema di correttezza.
Detto questo rimane il vuoto normativo ed essendo il lavoro importantissimo, perché vivere guadagnando dal proprio lavoro, dà dignità alla persona è l’orgoglio di sentirsi utile, di contribuire al bene di tutti, poter offrire alla famiglia e ai figli ciò che a loro serve. Ma anche se dovessi riuscire, con quello che guadagno, soltanto a comperare la spesa mensile, ma lo faccio con il mio sudore, certamente quella spesa ha un altro valore per me. Tutto questo, togliendo i voucher, non è stato più possibile; per quelli che, per ritrovare un minimo di dignità con il proprio lavoro e che non avendo altra possibilità di essere pagati che in voucher perché nessuno li assumerebbe - e sono tanti - sono rimasti senza quel minimo di lavoro.
Di queste situazioni a pochissimi è interessato, per queste persone per le quali il voucher mensile era fondamentale chi ha pensato un’alternativa. Queste cose fanno molto riflettere e non ho sentito proteste vibrate o reclami per quanto stava avvenendo, forse perché sono importanti altre cose e altri tipi di bene, allora meglio "stare allineati e coperti" come si dice.

Il diacono oggi. Perché un giovane potrebbe pensare al diaconato permanente? Un consiglio e un messaggio allora per le nuove generazioni...

Mi sono accorto, nella mia vita famigliare, che quando vivevo con i miei famigliari in maniera egoistica, pensando solo a me stesso, tutto ne risentiva, il clima diventava pesante e non c’era armonia, quando invece le mie attenzioni erano rivolte agli altri, moglie e figli l’armonia ritornava in famiglia.
Credo allora che sia importante per tutti andare fuori da se stessi per andare incontro all’altro. Se dovessi dare un consiglio direi certamente di ritornare al Vangelo, Gesù è certamente il miglior Maestro per tutti, scoprire che la nostra vita ha un valore diverso quando è donata e molto bello e importante.
Ai giovani dico di imparare ad amare, amare come ha fatto Gesù vedendo nell’altro un fratello, scoprendo il grande universo che c’è in ognuno di noi, la bellezza che c’è nel cuore delle persone, in loro stessi, amare la vita, non le cose, avere rapporti di tenerezza e non di soli social media, di guardare in alto, di progettare il futuro, di non accontentarsi, di vivere la pace, di coltivare la pace, che un abbraccio vale tante parole, di pensare al tempo per spenderlo bene, guardare gli occhi di un figlio piccolo riempie l’anima, sentire il suo profumo quando ritorni dal lavoro non ha prezzo, avere tra le braccia la persona che ami e che ti ama veramente è un paradiso che non vuoi perdere.
Vivere da risorti non "da zombie", avere nel cuore il desiderio di andare a trovare i nonni, le persone che hanno bisogno, di ascoltare, ascoltare il loro cuore dove Dio parla e ti fa sentire importante. Questo vale naturalmente per tutti, anche per mamma e papà che qualche volta non si accorgono dei grandi tesori che hanno vicino e non cercandoli correndo di qua e di là cercando quello che non troveranno forse mai se non il tempo passato in fretta e il vuoto nell’anima.
Se poi vorranno diventare diaconi permanenti benissimo, li accoglieremo a braccia aperte nella nostra comunità e nella Chiesa!

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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