Speciale diaconato permanente
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Servo della Parola e della Chiesa

Intervista a mons. Michele Centomo, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche diocesane, sui simboli e le vesti propri della figura del diacono

Parole chiave: diaconato permanente (8)
Servo della Parola e della Chiesa

Prosegue la serie di puntate di approfondimento dedicate alla figura del diacono e al suo ruolo nella comunità parrocchiale e diocesana.
Dopo aver visto come il Concilio Vaticano II, per mezzo della Costituzione dogmatica Lumen Gentium, istituiva dopo secoli la figura del diacono permanente ed i suoi compiti e aver intervistato don Alessandro Biasin, incaricato di seguire la formazione ed il cammino degli 11 diaconi permanenti che prestano la loro opera a servizio della diocesi, questa settimana vi offriamo una ulteriore pagina di approfondimento sul diaconato attraverso l’intervista a Mons. Michele Centomo, arciprete parroco di Grado e Maestro delle Celebrazioni Liturgiche della nostra Diocesi.

Mons. Centomo, al diacono è affidato, in modo singolare, la parte della S. Messa riguardate la Liturgia della Parola. Che significato ha la sua funzione in questo contesto?

Tra i ministri che servono la Parola durante la Messa, tra il vescovo, il presbitero e il lettore si staglia il diacono.
Può sembrare strano, ma solo lui e il vescovo nella loro ordinazione ricevono il Libro dei Vangeli. Il presbitero no. "Ricevi il Vangelo di Cristo - dice il vescovo al neo diacono dopo avergli imposto le mani - del quale sei divenuto l’annunziatore. Credi ciò che proclami, insegna ciò che credi e vivi ciò che insegni" (Rito di ordinazione diaconale). Egli è "l’uomo del libro e del calice", poiché nella Messa è ministro dell’Evangeliario e del Sangue.
Lo vediamo infatti fare il suo ingresso davanti al vescovo e al presbitero con in mano, in alto, il Libro dei Vangeli e deporlo sull’altare (che anche lui bacia) e poi riprenderlo per proclamarlo all’ambone. Con tale gesto egli è, insieme all’Evangeliario, il legame visibile tra il Vangelo e l’Altare, tra la mensa della Parola e quella Eucaristica, in cui assiste il sacerdote e distribuisce l’Eucaristia "specialmente sotto la specie del vino ( Ordinamento Generale Messale Romano, 94).
La diaconia della Parola è simbolicamente manifesta proprio nella consegna del Libro dei Vangeli da parte del vescovo, che con l’ordinazione lo abilita a proclamare il Vangelo durante la Messa e a tenere l’omelia (nei casi previsti) e, di conseguenza, a dedicarsi all’insegnamento e all’evangelizzazione. Egli deve quindi possedere una solida preparazione biblica e teologica, in modo che sia servo della Parola e della Chiesa e non delle proprie idee. (cfr. Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti, 23-27).

Il diacono, può dirsi in un certo senso "figura inflazionata" nelle celebrazioni liturgiche?

Il Concilio Vaticano II, con la sua valenza essenzialmente pastorale e la sua ecclesiologia di comunione centrata sulla Lumen Gentium, ha dato un rinnovato impulso al ministero diaconale, non solo per chi accede al presbiterato, ma ripristinando il diaconato permanente, evidenziando in maniera inequivocabile due elementi che inquadrano una tale scelta nel processo di rinnovamento della vita ecclesiale:
- il diaconato rinasce come ministero proprio e cessa di essere solamente una tappa per i candidati al sacerdozio.
Questa sua collocazione all’interno della "gerarchia" viene messa in rilievo attraverso l’accenno alla "imposizione delle mani" e alla "grazia sacramentale", che sottolinea, anche se ancora prudentemente, la  acra mentalità del ministero stesso.
- i diaconi ricevono l’imposizione della mani "non per il sacerdozio, ma per il servizio" in quanto, "sostenuti dalla grazia sacramentale nel ministero della liturgia, della predicazione e della carità, servono il popolo di Dio in comunione col Vescovo ed i suoi Sacerdoti" (cfr. Ippolito Romano, Tradizione Apostolica, 235). Tale asserto conferma da una parte tutta la tradizione che esclude il diaconato dalle funzioni sacerdotali, e pone dall’altra il ministero dei diaconi come intermediario tra quello dei Vescovi e dei Presbiteri con il resto del Popolo di Dio.
Se il fondamento biblico-teologico del diaconato e la sua funzione nella pastorale ecclesiale forniscono in modo chiaro e pregnante l’ispirazione, la finalità e le modalità di attuazione di questo ministero nella comunità cristiana, è opportuno  verificare quale sia stato il cammino finora percorso, quali difficoltà siano ancora da superare, quale consapevolezza ci sia nella Chiesa, Popolo di Dio, della grazia di cui la diaconia ministeriale è portatrice.
La figura del diacono si può dire "inflazionata", se ridotto a "mero" chierichetto. Ma questo non è il ministero diaconale.

La dalmatica, segno distintivo del diacono nelle sue funzioni liturgiche. Origine e significato della veste liturgica sua propria.

La dalmatica è una veste originaria della Dalmazia; dal II sec. Entra nell’uso dei Romani d’ogni parte dell’Impero, soprattutto nell’Oriente e nell’Africa. Questo abito di lusso, riservato agli imperatori, ai nobili e alle classi più elevate dei romani, era in tessuto di lino o di lana, spesso anche di seta bianca, ornato con due strisce, chiamate claves, più o meno lunghe secondo la dignità della persona che l’indossava e da dischi o segmenta, ambedue di colore porpora, consisteva in una lunga veste che arrivava fino a sotto i ginocchi con larghe maniche scendenti fino al polso, si indossava sopra la tunica aderente al corpo; su di essa poteva portarsi anche il mantello.
Nel III sec. la veste era portata dai vescovi: si presenta per la prima volta come veste liturgica in un affresco del III sec. Nelle catacombe di Priscilla nella rappresentazione della consacrazione di una vergine compiuta da un vescovo (forse dal Papa stesso) vestito con la dalmatica e penula (attuale casula).
Nel IV sec. Papa Silvestro (314 - 335), secondo il Liber Pontificalis, concesse ai diaconi romani l’uso della dalmatica come distintivo d’onore, per distinguerli dal clero a motivo degli speciali rapporti che essi avevano col Papa. Successivamente l’uso della dalmatica si estese alle varie chiede particolari.
Con lo stabilirsi della liturgia romana la dalmatica diventa abbastanza comune, quantunque i Papi continuassero a concederla come privilegio. Dal XII sec. La dalmatica è de iure la veste propria dei diaconi che la ricevono nell’ordinazione e la portano come veste superiore e dei vescovi e di alcuni prelati che la indossano sotto la pianeta e/o casula.
Nello stesso periodo la dalmatica seguì il colore degli altri paramenti sacri e nello stesso tempo scomparvero i clavi che non avevano più senso da quando fu abbandonato l’uso esclusivo del bianco.
In alcune diocesi fuori Italia, già dal IX sec., si cominciò ad accorciare la dalmatica fino ai ginocchi, comprese le maniche fino al gomito. Più tardi, per la speditezza dei movimenti, la dalmatica fu aperta sui fianchi e ampliata nella parte inferiore lasciando tuttavia le due parti congiunte fino all’anca.
Nel sec. XVI, per poterla indossare più facilmente, fu un po’ aperta sopra le spalle e, per chiudere i due lati, furono introdotti dei cordoni con i fiocchi, spesso duplicati o triplicati, pendenti sul dorso. Le antiche dalmatiche erano originariamente fatte di lana o di lino, più tardi vennero usate quelle di seta.
Oggi è  la "veste propria del diacono da indossarsi sopra il camice e la stola". (PNMR 300).
Insieme alla dalmatica il diacono indossa la stola. E’ sicuramente l’abbigliamento cultuale che attira l’attenzione dei fedeli per la diversità di come si indossa; infatti per il vescovo e i presbiteri "gira attorno al collo e scende davanti, diritta mentre per i diaconi poggia sulla spalla sinistra e, passando trasversalmente davanti al petto, si raccoglie sul fianco destro" (PNMR 302).
Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un elemento che faceva parte dell’antico e comune abbigliamento e che, successivamente, ha assunto una dimensione simbolica all’interno del culto cristiano.
Le origini della stola non sono molto chiare, tanto che il simbolismo medievale al riguardo si è sviluppato con particolare fantasia. Questa insegna liturgica, riservata ai ministri ordinati, è chiamata stola verso la fine del VII secolo, prima si chiamava orarium (dal latino os = bocca).
In origine si trattava di un panno fine che le persone di un certo rango portavano al collo come una sciarpa per tergersi la bocca e asciugarsi il sudore dal volto, quindi si può immaginare per quali motivi pratici sia entrato nel culto liturgico.
Comunque ben presto assunse un significato diverso da quello originale, soprattutto a causa del suo nome interpretato in relazione alla preghiera (orare = pregare) e alla predicazione. Questo spiega perché la stola diventa insegna riservata ai ministri ordinati e quindi qualificati per la predicazione.
Il diverso modo di portare la stola da parte dei diaconi sembra essere stato determinato dalla più antica prassi comune di portare generalmente questo sudarium sulla spalla sinistra.
In Oriente tale segno venne ben presto interpretato per i diaconi come segno del loro servizio: rammenta l’umiltà del Signore quando lavò ed asciugò i piedi agli apostoli, la dimensione legata alla carità.

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